Un Fallimento democratico o una Democrazia fallita?


In principio si narrava che la democrazia fosse un governo del popolo,dal popolo e per il popolo.

Eppure in Italia si sta assistendo per l’ennesima volta ad una svolta epocale, una svolta che compromette ulteriormente i rapporti già fortemente incrinati tra i cittadini e le persone che occupano le istituzioni.
Oggi al Quirinale si sono svolte le prime elezioni a camere unite per nominare il nuovo Presidente della Repubblica Italiana che succederà a Giorgio Napolitano. Le premesse non erano di quelle da grandi palcoscenici e soprattutto per i nomi in ballo.
Il Partito Democratico incassata la fiducia anche del Popolo della Libertà , della Lega Nord e di Scelta Civica su l’ex presidente del Senato, il ciellino Franco Marini, come ormai accade dalla sua fondazione nel 2007, si sentiva convinto nel suo profondo di evitare una impasse che avrebbe messo ulteriormente in evidenza la profonda crisi istituzionale del nostro paese e quindi spocchiosamente aveva rifiutato un tentativo di conciliazione con Beppe Grillo che presentava dal canto suo il giurista Stefano Rodotà, incoronato dalla rete a differenza del “virtualmente” fustigato Franco Marini.
Ma non aveva fatto i conti con le mille correnti che sono cresciute proprio in suo seno.
Infatti la votazione di Franco Marini al primo tentativo è saltata soprattutto per un aumento dei consensi di Stefano Rodotà, che ha incassato anche l’approvazione di Sinistra Ecologia e Libertà e di alcuni dissidenti Piddini. Sono state anche numerose le schede bianche circa 104 e le preferenze per altri nomi tra i quali spicca quello dell’ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino.
Ora questa scissione e l’ennesimo fallimento della strategia del Partito Democratico mettono sicuramente in dubbio una riproposizione del nome di Marini al Quirinale. La strategia assunta nella seconda votazione nella giornata di oggi, di comune accordo con gli esponenti del PDL, è stata quella di votare scheda bianca sino ad arrivare alla flessione come da regolamento del quorum a 504 preferenze, numero ovviamente alla portata del Partito Democratico più un piccolo appoggio esterno, qualora votasse all’unanimità per un solo candidato.
Se si analizzassero tutti i voti ricevuti da Franco Marini (521, n.d.a.) si potrebbe notare come le preferenze maggiori sono arrivate dal Popolo delle Libertà che dal canto suo si era mostrato disponibile alla sua votazione, dando così corpo all’idea dell’ormai famosissimo inciucio istituzionale, troppe volte portato all’attenzione, un po’ per paura ed un po’ per disprezzo, dallo stesso bacino elettorale del Partito Democratico e da Beppe Grillo. Infatti non solo il Partito Democratico si è spaccato in tante fazioni per la candidatura di Franco Marini al Quirinale, ma soprattutto il suo elettorato che alla notizia della prima fumata nera ha gioito sperando in un ravvedimento sostanziale del comparto dirigenziale del PD, ormai troppo lontano dalle volontà del suo elettorato.
Alternative sensate al momento non trapelano per quanto riguarda altri nomi papabili, ma probabilmente l’unico nome che potrebbe essere appetibile anche in termini di elettorato potrebbe essere quello di Romano Prodi, però resta da vedere se sortirà lo stesso effetto anche a chi, democraticamente e sensatamente, si è sottratto dalla possibilità di votare chi in fin dei conti è il risultato delle trattative che in principio ognuno del Partito Democratico aborriva.

                                                                                                                                                                                                                

   Cibal

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