Quando commemorare non basta più


Oggi 23 Maggio 2013 ricorre il 21° anniversario della morte del giudice Giovanni Falcone
, barbaramente eliminato dalla mafia in quella che è stata la strage più eclatante che la storia del nostro paese ricordi.
E così 21 anni fa, nel lontano 1992, sotto il tratto autostradale tra Capaci e Palermo, sotto un condotto venne posizionato l’esplosivo che al momento opportuno, cioè al passaggio del giudice Falcone assieme a tutta la sua scorta, doveva essere attivato, così da dare un segnale dello strapotere della Mafia su tutto e tutti, così da sancire il lungo e conviviale accordo con pezzi importanti dello Stato e Falcone allora era la pedina da far sparire se quell’accordo voleva essere mantenuto ancora a lungo.
Giovanni Falcone rappresenta, e forse ha sempre rappresentato per questa Italia, l’eroe, quello che è diventato l’icona della lotta alla mafia (assieme al suo collega Borsellino, anch’esso vittima di mafia, n.d.a.), la lotta alle barbarie devastanti che ancora oggi fanno proseliti tra i giovani affiliati che cercano di emulare i tempi d’oro delle mafie, quelle che tenevano in scacco un’intera nazione. L’eroe, una parola per descrivere persone “diverse” dalle altre, eppure io non amo, e probabilmente nemmeno chi è caduto così tragicamente (anche Falcone, n.d.a.), questa parola senza senso.

L’eroe stesso non assume mai di sua iniziativa,volontariamente quindi, i tratti di questo appellativo.

In genere un’eroe è tale perché son gli altri a definirlo tale, lo subisce l’appellativo, ma chi affibbia l’epiteto non si domanda se quello che fa l’eroe, viene fatto perché è il suo dovere, perché è così che deve essere fatto. Allora se così le cose si devono fare,per qual motivo si aspetta una sola persona (o poche) per fare ciò che dovrebbe esser fatto, e poi si aspetta un suo martirio, una sua immolazione per definirlo eroe, senza mai aver nemmeno tentato di aiutarlo nel suo tentativo ultimo di riportare giustizia, uguaglianza e verità.
Noi siamo sempre cresciuti, con i racconti degli eroi, tutti noi. Ci raccontavano di gesta fuori dalla portata del pensiero umano, ci raccontavano che gli eroi si sacrificavano per il bene superiore, ma nessuno mai, nessuno mai ci aveva raccontato che quegli eroi erano solo immaginari, solo frutto della fantasia di persone che immaginavano una sorte simile per noi umani.
Eppure non erano gli eroi ad essere immaginari, ma il nostro sogno di esserlo, di essere “diversi” da tutti quelli che pensano che le cose non possano cambiare, ed allora inizi a pensare che gli eroi davvero non esistano, ma esistono semplicemente delle persone che fanno ciò che deve essere fatto, perché è giusto che sia così, perché tutto questo dovrebbe essere fatto da tutti, tutti quelli che da piccoli con gli occhi umidi trepidavano ascoltando le gesta raccontate nei libri.
Ricordare Falcone e Borsellino è giusto ed è doveroso, ma ogni anno continuiamo ad essere incoerenti.
Ogni anno si continua a non fare niente per cambiare ciò che deve essere cambiato. Ciò che è giusto è giusto, e ciò che è sbagliato è sbagliato. Non esistono mezze misure con la verità.
Falcone e Borsellino credevano in un mondo migliore,retto dalla giustizia, dalla verità, dall’uguaglianza;a mio avviso non sono eroi, ma semplicemente persone che sono morte per ciò in cui credevano, quello che tante altre persone invece hanno sempre evitato.
Ed allora ricordare non basta più, perché ogni giorno guardo questo paese, il mio paese, che si genuflette a poche persone potenti sacrificando invece chi si muove nel suo nome per giustizia e per amore, mentre tutti gli altri stanno a guardare senza intervenire.

Era il mio paese, erano nostri padri, e nostri fratelli, ma niente è cambiato da quel giorno, ed anche il silenzio è rimasto lo stesso.

 

Cibal

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