Quella solidarietà perduta nel tempo

 

In tempi ormai remoti era stato lasciato ad Antonio Gramsci l’ingrato ruolo di carnefice della razza umana. Con uno spiazzante realismo il suo “Odio gli indifferenti” torreggiava imperioso sulla scure di ogni italiano che, con poco senso di coscienza, volgeva il suo sguardo altrove, mentre il regime fascista lentamente si diffondeva non solo nella nostra società ma soprattutto all’interno di ogni animo umano italiano e poi successivamente in quello di gran parte del mondo.
Marx invece dal canto suo, affermava che il processo storico aveva una sua ripetizione naturale, in ogni ciclo quotidiano, che lo portava prima a strutturarsi come una tragedia in cui ogni umana mente veniva messa alla prova ma, come sottolineava Gramsci, si volgeva dall’altra parte, e poi si ripeteva come una farsa proprio perchè quella mente non riusciva nuovamente ad attivare il processo dell’azione, cioè dell’intervento per provare ad evitare il ripetersi di un evento spiacevole a cui già aveva assistito.
E’ passato davvero tanto tempo da quei tempi bui, così difficili e così disperati che avevano permesso l’insorgere di movimenti che erano capaci di instillare il seme dell’odio verso i propri simili in chi, dal canto suo, era anche compiaciuto di condividere uno stesso senso di appartenenza. Erano i tempi dell’insoddisfazione generale che portava a trovare i colpevoli fittizi, capri espiatori costruiti ad hoc per rafforzare l’identità nazionale ed avere così dalla propria parte un ingente consenso.
Siamo sempre stati distratti dalla ricerca incessante dell’essere pericoloso, la ricerca e la caccia all’essere più pericoloso nato sulla terra senza volgere lo sguardo verso quello specchio che in fin dei conti cercava semplicemente di raccontare la realtà dei fatti ma noncuranti del risultato, che non era di nostro gradimento, quello specchio l’abbiamo,per troppo tempo, coperto con un doppio velo.
Il tempo passava e non ci accorgevamo che l’essere più pericoloso cresceva e si sviluppava in noi quando chiudevamo gli occhi dinanzi a quelle orrende scene, quando volgevamo lo sguardo verso l’orizzonte senza guardare prima la spiaggia, quando restavamo in silenzio e con le mani nelle mani senza prendere posizione. E così il tempo passava ed il mondo sotto i nostri piedi cominciava a ridursi in macerie, invisibili ma talvolta visibilissime, e noi continuavamo imperterriti a trovare al di fuori dei nostri corpi ciò che speravamo di trovare, per dare a tutti quelle risposte che in fin dei conti anche noi cercavamo.
Oggi quei tempi, in fin dei conti, non sembrano poi così tanto lontani. Allora mi tornano in mente gli occhi di mio nonno, le sue lacrime ingenue, il suo viso segnato dalle rughe e le mani martoriate da anni di lavori pesanti, che non avevano nemmeno risparmiato quella sua schiena così debole.
Non era mai andato d’accordo con la scuola lui, da piccolo aveva conosciuto solo la fame e la zappa. Crescendo la solfa non era cambiata. Eppure ancora non mi riesco a spiegare tutta quell’umanità dove sia cresciuta e da dove sia nata. In quei suoi occhi ricordo ancora la fatica, che non aveva mai intaccato minimamente quella sua ferrea dignità di lavoratore meridionale dei campi agricoli.
Guadagnava due soldi e mezzo soldo era capace, assieme a mia nonna, di darlo a chi soffriva ancora di più di loro. La stessa storia dell’altro mio nonno, stessa umanità e stessa dignità nel lavorare per anni ed anni, senza mai perdere quella sua sensibilità verso chi nemmeno il lavoro da due soldi aveva e faceva fatica a portare avanti la famiglia.
Ora rivedo il mio presente e quel passato mi sembra davvero tanto lontano. Guardo il mare e lo vedo per la maggior parte del tempo intasato dai corpi di chi viaggia con la speranza di un futuro migliore ed affida i propri sogni e le proprie speranze ad un destino troppo spesso beffardo. Guardo la strada e la vedo occupata da chi la strada non riesce più a trovarla, la strada della felicità è troppo lontana e nessuno ti è accanto per spiegarti come camminare e dove è la prima area di sosta per riposare un po’.
Non trovo più quell’umanità e non so più dove sia andata a finire, ed ancora non mi spiego che senso ha trovare dei colpevoli quando basta guardarsi seriamente dentro per capire che è in noi il problema come anche  la soluzione.
Camminiamo con la testa già volta dall’altra parte perchè conviene, perchè quei due soldi ci fanno sentire più sicuri e non ci accorgiamo che in fondo quella sicurezza è svanita già da tempo, perchè non ha senso appoggiare la testa appagata sul cuscino se dall’altra parte del mondo qualcuno viene al mondo silenziosamente e silenziosamente se ne va, dopo poco tempo, mentre noi entriamo in chiesa e pensiamo che una preghiera possa eliminare la sofferenza dell’altra parte del mondo.
Quella solidarietà, quel senso di cura del prossimo, chiunque esso fosse, oggi stento a ritrovarlo attorno a me, tranne in rari casi e questo mi fa pensare che non tutto è ancora perduto. La strada è dura, è tutta in salita, ma non per questo perdo la speranza di un mondo diverso, che ritorni a parlare delle persone e non di ciò che quelle persone possono produrre, che ritorni a parlare di sofferenza e di solidarietà come non ha ancora fatto e che torni a parlare degli ultimi, dei dimenticati, e che provi a distribuire la possibilità di essere felici a chi non sa nemmeno cosa sia la speranza.

 

Cibal

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