La pistola che spara due volte…

 

 

Sono trascorsi pochi giorni da un evento che ha lasciato l’amaro in bocca in buona parte del paese. E non è la prima volta che accade.
Spesso questi eventi tragici entrano violentemente nelle nostre vite senza chiedere il permesso, portando molti quesiti che non riusciamo mai a risolvere. Trovare delle risposte ad una morte così strana, di un ragazzino di 17 anni, vittima probabilmente di un eccesso di potere o di un momento di eclissi mentale da parte di un poliziotto, è difficile. Riportare tutti i fatti salienti della vicenda non farà ,di rimando, trovare delle risposte, ma un’analisi dei fatti, collegata all’intero contesto che lega i personaggi di questa vicenda e la vittima, ci aiuterà, di conseguenza, a capire in modo più appropriato questa assurda vicenda.

Spesso accade che notizie come questa siano catturate dall’opinione pubblica perfettamente e sempre perfettamente siano date in pasto al pubblico per dar modo ad ognuno di farsi una propria idea personale che non ha nulla a che fare con la reale situazione. Questo permette la partecipazione di una parte di pubblico a quella che oggi viene chiamata la spettacolarizzazione della notizia, dove i protagonisti non sono quelli della vicenda ma sono a casa, spesso seduti sul divano ad osservare il mondo da un televisiore. Così nascono i giudizi, quelli incompleti relativi ad una situazione che si conosce poco, e spesso per niente.
Ad una morte così surreale non si possono dare spiegazioni, bisogna solo ammettere che ci sono delle colpe e trovare delle giustifiche non servirà a portarlo in vita, col suo carico di sogni in una città troppo spesso vilipesa dal resto degli spettatori per colpa di “una manica di fetenti“.
Le città sono così, una parte buona ed una buona parte cattiva. Ma è secolare la disputa tra cattivo e buono presente in ogni fenomeno umano, così come è preminente l’importanza del primo sul secondo, che tende ad inquinare il secondo in ogni sua manifestazione. Il cattivo vende di più, il cattivo tira di più.

Finisci per conoscere il cattivo vivendo la tua città, non quella di altri. Quella in cui vivi da quando sei ragazzino ed inizi a capire cosa è buono e cosa non lo è. Il cattivo però quando sei ragazzino ti affascina, specie se vedi solo quello nella tua città. Il cattivo è fisiologico in una città, senza il cattivo non ci sarebbero i buoni che lo combattono. Allora non vedi un’altra città, vedi la tua città e ti fai prendere da quel fenomeno che prende il nome di “imitazione“. Gli individui già da piccoli “imitano” i comportamenti altrui ma non per questo comprendono perfettamente cosa stanno facendo.
Chi di voi non ha mai fumato per imitazione, urlato per imitazione, modellato il proprio comportamento per assecondare l’agire comune, per essere accettato.
Finisci per pentirtene quando sei grande, quando inizi a discernere perfettamente tra cosa ti potrebbe portare felicità e cosa no, quando inizi a capire che determinate cose sono condannate dalla morale pubblica e ti potrebbero portare nei guai, quando inizi a capire che quella città è molto simile a quella accanto, e quella accanto ancora.
Però nonostante tu sia cresciuto vedi chi c’è dietro di te e capisci che non tutti sono bravi ad evitare quella trappola. Alcuni non ce la fanno perchè non hanno i tuoi stessi strumenti, la tua stessa famiglia presente, vittime di una città relegata ai margini della società. Alcuni si lasciano trasportare da quel processo di imitazione, che come un vortice li abbraccia fino a quando non fanno una brutta fine.
Chiuque tu sia, il bagaglio culturale è lo stesso. Il profumo di quella città te lo porti addosso dovunque vai e chiunque tu sia, l’odore di una città bistrattata che vomita figli anonimi, figli nella terra di nessuno. Ciò che però fa la differenza è il vestito che porti ogni giorno sul tuo corpo, un vestito fatto di ruoli e status, un vestito che in parte ti copre da quei giudizi che ogni giorno assassinano l’anima buona di una città che ha la colpa di essere stata dimenticata.
Non si riesce a capire che il giudizio, come in ogni contesto, è corroborato e dipende, nella sostanza, dal proprio bagaglio culturale ed esperenziale.

Questo non significa condannare in toto ogni ufficiale di tutela pubblica, ma significa che si pongono nell’essenza sempre due pesi e due misure, chiunque tu sia, qualunque divisa ti sia cucita addosso, sei sempre una persona che vive in un reticolo di relazioni collettive. Se a te capita di sbagliare, il giudizio dipende sempre e comunque dalla tua storia personale, in positivo o in negativo, ma questa è una particolarità intima della pura e profonda socialità.
Un napoletano che fa una rapina è diverso da un milanese, e subisce l’aggravante del reato che dipende dalla sua origine. Il napoletano non è solo, lo accompagnano tutti coloro i quali vengono considerati diversi a seconda della situazione ed a seconda della morale comune. La discriminazione è subdola e si innesta sul terreno dell’ideologia imperante propria di una società. Il drogato, il nero, l’omosessuale. La periferia rispetto al centro. La campagna rispetto alla città.

Si pone l’accento sulle amicizie “discutibili” di un ragazzino di 17 anni e su altre considerazioni (in tre sul motorino, senza patente ed il non essersi fermati all’alt, che prevedono una pena amministrativa) ma così facendo, si giustifica, in parte, il suo omicidio da parte di un funzionario dell’ordine pubblico e contemporaneamente si invertono i ruoli che fanno riferimento al dualismo “Vittima-Carnefice“, come spesso accade dalle nostre parti. Solo chi vive i nostri territori sa quanto sia pesante, in tutti i sensi, appartenere a questa o a quella città, quanto sia complicato relazionarsi con gli altri depurandosi da questo “peso” sociale.
Però il tutto cambia a seconda dell’abito che da una vita porto con me.
Ecco perchè lo status in questo contesto conta e secondo me, più di ogni altra cosa, corrisponde al tuo lasciapassare nella società, la bella società.
Silvio Berlusconi i delinquenti(Mangano) se li portava a casa, e si è sempre attorniato di persone “peggiori” rispetto ai protagonisti di questa vicenda.

 

“Davide rimane ancora là sul selciato, mentre tenta di alzarsi, ucciso da una pistola che spara due volte”.

 

 

 

 

 

Cibal

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2 responses to “La pistola che spara due volte…

  • boscia.mara

    Credo che la giustizia farà il suo corso, tutto il resto è un’illazione. 😉

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    • cibal

      Ti ringrazio innanzitutto per il tuo passaggio in queste pagine.
      La mia considerazione è un poco diversa. Non credo si possa parlare di illazioni ma di errata costruzione di categorie, non false categorie. Cioè: io posso tranquillamente dire che il non mettere il casco oppure andare in tre sul motorino giustifica l’atto come “deviante” ma non per forza siamo in presenza di un delinquente nato. Vivere in un quartiere “difficile” non fa di me un criminale. Per questo io preferisco parlare di associazione spuria, caratteristica del senso comune. Anche io spero che la giustizia faccia il corso “giusto” ma le premesse non sono delle migliori. Poca trasparenza, nessuna solidarietà da parte delle istituzioni alla famiglia della vittima.
      Ti ringrazio per il tuo commento. Passa quando vuoi, mi piace il confronto di idee.
      Buona giornata.

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