La trasformazione valoriale in atto nella nostra società: ecco perchè si criminalizza il Sindacato.

 

L’odierna situazione della politica italiana apre le porte alla probabile, e già in atto, crisi di identificazione individuale sul piano della rappresentanza, sostanzialmente riferita alla politica o strettamente connessa al mondo del lavoro, quindi sindacale.
Il “nuovo” che avanzava, che ora governa senza il consenso derivante dalla tornata elettorale, ha esautorato gradualmente ogni sfera della società, cardini abbastanza solidi per sopravvivere a guerre, crisi e conflitti intestini, creando un vuoto di riferimento rispetto al nostro passato e investendosi, con piena volontà, del ruolo del messia, votato alla politica per inclinazione valoriale individuale.
Il governo dei “nuovi“, vestiti di giacca di jeans e pantaloni attillati così da richiamare a sè una generazione completamente assuefatta dai nuovi “vuoti” valori imperanti della società, pian piano ha cercato di continuare, questa volta però sul piano istituzionale, cioè da persone immerse nelle istituzioni e non come “cittadini” anti-sistema, la pratica del Movimento 5 Stelle: irrompere da “nuovo” sulla scena politica per tracciare un vuoto valoriale di riferimento rispetto alla classe che l’ha preceduto.

Questo senza dubbio ha portato, ed è palese, attraverso una dialettica meno violenta nei contenuti, ad attrarre l’elettorato “incerto” che era presente tra le file dello stesso Movimento ed, attraverso una pratica politica volta all’osmosi anche con le forze contrarie (sino alla sua comparsa), ha permesso la ricostruzione valoriale, prima sul piano politico (l’accettazione del tramonto delle ideologie), e poi sul piano sociale (deus ex machina, a cui siamo sempre stati abituati).
Investendosi della divinità ha permesso il risvolto, o il prodotto se volete, dell’ideologia: l’omologazione del pensiero “nuovo“, pragmaticamente e nella completa sostanza teorica, opposto al “vecchio”.
Non a caso la contrapposizione si attua dichiarando come “vecchio“, o in modo simpatico “gufo“, tutto ciò che si oppone alla loro visione del mondo, creando difatti una militanza inconsapevole ed onnicomprensiva nella società di tutti quelli che aderiscono, di sana pianta, a questo plesso di valori.
Il continuo riferimento alla caduta (secondo il loro punto di vista) della terminologia appartenuta ad una vecchia era politica e sociale, non fa altro che estremizzare ancora di più il “vuoto” valoriale che come un uragano ha investito soprattutto la nostra nazione. La caccia al capro espiatorio “istituzionale” è partita, la caccia ai colpevoli che ci hanno portati sul ciglio del burrone ha diversi “padri” e neanche così tanto moderni.
Il lavoro, o per meglio dire il mondo del lavoro, è vero è cambiato in modo profondo ma nella direzione che già qualcuno, criticato troppo e male, aveva previsto (non è difficile capire chi).
La differenziazione del lavoro ma di più il modo di produzione capitalistico che ne è la patologia, ha permesso al “padrone” di estirpare la dignità nella parola lavoro.
In Italia soprattutto, sto notando, cresce una “nuova” generazione che si avvicina all’analisi della propria società e del mondo del lavoro senza utilizzare adeguati punti cardinali, rappresentati dai libri di persone che cercavano di interpretare il contesto in cui vivevano, analizzando la profonda disparità delle condizioni di vita nell’umanità, dove una parte di essa viveva, oggi più di ieri, sulle spalle dell’altra parte, sfruttata e vilipesa continuamente.
Libri che mi hanno aiutato a comprendere quanto sia complessa l’analisi dei fenomeni sociali e di quanta complessità sia carica la natura umana, corrotta in modo totalizzante dalla logica del profitto.
Rimango basito, come se fossi un vecchio partigiano che accarezzando ogni ruga del suo viso si sente disorientato, davvero tanto, guardando quanto i suoi sforzi non siano bastati a cambiare quella società che annullava l’individuo perchè non si adeguava all’ideologia dominante, che annientava l’individuo che voleva colorare quella brutta camicia nera perchè sosteneva la diversità come punto di forza.

Una generazione che ha paura del passato politico di questo paese perchè qualcuno ha detto che il passato è brutto, che ciò che è vecchio è cattivo e sporco mentre il nuovo ha un nuovo “slang“, nuove parole, nuovi modelli di riferimento, e quindi ciò che circolava prima diventa incomprensibile, perchè parla di cose che oggi si pensa che non ci siano, mentre basterebbe scavare un pò di più e meglio per capire che tutto ciò che c’era prima oggi non è scomparso ma si è trasformato, si è adeguato.
Il padrone c’è sempre ed è diventato sempre più forte, anche il lavoratore c’è sempre ma è sempre più debole ed omologato, ma non basta. Serve che si pieghi al servizio del profitto anche lui, senza però beneficiarne.
Non è poi così difficile capire che in Italia è in atto una delegittimazione del Sindacato, che altro non è che uno strumento di difesa dei lavoratori. In questi anni ha sbagliato, certo, non c’è ombra di dubbio ma anche la politica, però di abolizione della politica nessuno ne parla, perchè alla politica interessa l’abolizione del dissenso non della sua esistenza.
Non è possibile pensare che il Sindacato abbia le principali colpe di questo paese e di questo modello produttivo, e se lo si pensa si è o in errore o nell’interesse di voler, più di prima, rendere inoffensivo ogni lavoratore nelle mani del “padrone”.
Mi preoccupa, mi preoccupa davvero tanto, pensare che miei coetanei (ho 27 anni) pensino davvero che il Sindacato non possa più servire, che sia superato, che abbia le principali colpe nella precarizzazione del mondo del lavoro e lo dico non avendo mai avuto una tessera sindacale.
Preoccupa perchè, involontariamente(senza pensarci spero), si vuole rendere sempre più anonimo questo mondo, che già il capitalismo ha mercificato profondamente, rendendoci tutti schiavi del denaro.
Il Sindacato, che è fatto di uomini e donne, vecchi e giovani, pensionati e lavoratori, non è un’entità sovrastrutturale ma siamo noi, noi che solo unendoci abbiamo la possibilità di far valere i nostri diritti, inalienabili.

 Cibal

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