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La linea invisibile del Patriarcato

 

Poco tempo fa mi è capitato di leggere il post di Michela Murgia che, dopo l’uscita del suo libro “Istruzioni per diventare fascisti”, analizzava attraverso un post su Facebook quella linea invisibile che lega l’omertà, come profondo codice non scritto della cultura mafiosa, al patriarcato…..

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Buona lettura. Grazie

 

Cibal

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Quei sogni perduti nel tempo…

TORNARE A SOGNARE PER SÉ STESSI 

non è semplice soprattutto quando durante il proprio percorso di vita, con la tristezza mista a delusione, osservi lentamente, uno dopo l’altro, ogni tuo obiettivo frantumarsi in piccoli pezzi…..

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La Penna dalla rete

 

Grazie.

Cibal


L’intolleranza come pratica: la trasformazione profonda della società

Ho spostato i contenuti del blog sulla piattaforma Altervista.

Ecco il link: L’intolleranza come pratica: la trasformazione profonda della società

 

Seguiranno altri articoli. Grazie.

Buona lettura.


La legge del consenso: combattere la povertà a colpi di manganello. La destra ringrazia.

 

Ci sono alcune cose che davvero non concepisco, soprattutto quando si parla di genere umano. Non le concepisco ma le analizzo e posso tranquillamente sezionarle.

È chiaro che la bianchezza, quella pura, non quella acquisita che fa così tanto paura ai nostrani seguaci dei fasci scuri, divida il mondo in buoni e cattivi.
Ci sono i buoni, quelli che nonostante tutto hanno il diritto, in virtù del loro colore, anche di delinquere. Sono i bianchi, i conquistatori, i civilizzatori. Poi ci sono i cattivi, quelli non bianchi per intenderci. Quelli devono passare attraverso diverse fasi, ontologicamente parlando, per essere riconosciuti “non colpevoli”. Devono somigliare al bianco, in tutto e per tutto perché si sa, la civiltà sta solo da una parte e quella parte si chiama Occidente.

Ora, dopo i recenti fatti di Piazza dell’Indipendenza, tra l’altro fenomenale vedere come i “fasci blu” fossero dalla parte del “giusto” istituzionale e del senso comune in una piazza così chiamata, mi sembra chiara, anzi chiarissima, la volontà di togliere voti alla destra xenofoba.
Sì, perché ormai è abbastanza palese: il malcontento popolare che genera i semi dell’intolleranza e della xenofobia è inarrestabile.
Politicamente parlando non puoi mica parlare più di accoglienza ad un popolo sordo, che ormai riconosce il nemico in coloro i quali vivono peggio di lui, non puoi mica parlare di solidarietà se addirittura ad essere considerate criminali sono le ONG, Organizzazioni non governative che cercano in tutti i modi di salvare vite umane.
Per le prossime campagne elettorali questa non è per niente una buona cosa.
Per la politica dell’immigrazione, nella speranza di poter “governare i flussi”, manco fossero cavalli, manco fossero tori, si è scelto lo “sceriffo” Minniti che per risolvere il problema non ha fatto altro che allontanare il problema.
Vedi caro Minniti, se hai paura del buio e chiudi gli occhi, il buio rimane, non scompare. Devi accendere la luce od aspettare il giorno. Il buio è arrivato e tu hai costretto tutti quelli che volevano salvare vite umane a chiudere gli occhi.
Quindi si rincorre la destra per i voti, un governo che si professa democratico che picchia i rifugiati, picchia gli studenti, picchia i lavoratori; e quando la democrazia per parlare usa i manganelli, quando la democrazia per “imporsi” usa gli idranti, allora non è più democratica: è una democrazia fascista.

Ormai a parlare di solidarietà ed accoglienza è rimasto solo Francesco, il papa, omonimo di quel “poverello” che si spogliò di tutto pur di aiutare le persone in difficoltà.
Ormai basta leggere i commenti alle varie notizie riguardo gli stranieri, non tutti ovviamente perché quelli con i soldi non hanno problemi, per capire quanto si sia arrivati ad una situazione insostenibile, sia per il vivere comunitario sia per il rischio di un’esplosione dell’intolleranza profonda alimentata dai movimenti neofascisti e da partiti che fanno della lotta al nemico immaginario la loro unica linea politica.
Commenti beceri, commenti vergognosi, commenti che non hanno paura a scrivere, come se la realtà virtuale rappresentasse tutto ciò che in realtà non si può dire per paura di ritorsioni.
Si fa appello al Napalm, si spera in una pulizia etnica, si libera l’istinto, quello che in fondo si tratteneva da tempo e che solo ora si può liberare.

Allora il tempo sembra essere giunto, il tempo dell’azione e della reazione.

I fascisti son qui, tra noi, protetti, liberi di agire perché legittimati da un fare politico che si è ormai liberato dal fardello della solidarietà. Hanno chiuso gli occhi, loro, mentre il popolo sedotto dai richiami fascisti sputa odio su chi è considerato colpevole ma in fin dei conti non lo è. L’unica loro colpa è la povertà, è il loro colore, il loro non essere considerati uguali a tutti gli altri, il loro nascere in zone che storicamente devono essere e sono relegate ai confini dello stesso immaginario umano, sono nel culo del mondo, dopo che da quel culo è stato rubato tutto. Eh sì, la colpa è loro perché non rimangono al loro posto, il posto che i bianchi hanno assegnato loro ormai da tempo.

 

Cibal


Quando la libertà si trasforma in cinismo 

Quindi ricapitolando: se ti fa cacare la vignetta di Charlie Hebdo, perché la consideri, alla stregua delle altre che hanno sempre fatto, di un sarcasmo che valica i limiti della decenza, sei un analfabeta funzionale, sei ignorante, non capisci cosa sia la satira. 

Se invece ti piacesei intelligente, sei per la libertà di espressione totale.

Seriamente: c’è un problema molto più complesso dietro questa volontà di solidarietà che si esplica ogni volta nel Je Suis. 

Lo trovo banale, davvero, dover accettare che il Je Suis, dopo l’attentato subito dalla redazione, diventi una sorta di salvacondotto eterno perché, a mio avviso, la libertà che noi abbiamo si manifesta soprattutto nelle azioni quotidiane all’interno di un contesto fatto di regole sociali e morali che non possono essere evitate per certi versi. 

Parlare di libertà, inserire la libertà in un qualsiasi contesto non significa fare quello che ci passa per la testa oppure dire quel che vogliamo in ogni momento della giornata. Certo c’è una chiara limitazione legale che comporta il non poter fare quello che vogliamo ma, qualora l’azione libera non fosse “bloccata” da una norma, lo stesso non sarebbe un’azione consona in determinati contesti. Non si parla della libertà di vestirsi come si vuole, di amare chi si vuole, di professare la fede che vogliamo ma di quanto le nostre azioni possano, direttamente od indirettamente, danneggiare moralmente chi ci circonda.

Se credo che Dio possa non esistere, non vado in Chiesa a bestemmiare, perché la mia libertà di non credere non si manifesta, o si rafforza, attraverso l’offesa nei confronti di chi, invece, ci crede in quella cosa. La libertà di credere al matrimonio eterosessuale non si manifesta, o si rafforza, nella limitazione dei diritti di quello omosessuale, anzi si indebolisce proprio l’idea di libertà.

Parlare di libertà non significa che tutto quello che passa sotto la categoria della satira debba essere considerato giustificabile perché è satira, non tutto l’humour è divertente perché è humour. C’è una sottile differenza tra cinismo, realtà e la satira

Quella di Charlie Hebdo è una vignetta cinica, in parte reale, poco satirica. È un’accozzaglia di luoghi comuni di cattivo gusto. Dovrebbe far riflettere ma non lo fa, dovrebbe far sorridere ma non lo fa, utilizza una maschera, quella appunto della satira, senza mai toglierla veramente. Il paese dei “maccheroni“, “della mafia“. Dovrebbe far riflettere ed indirizzare, attraverso il riso, verso qualcosa di positivo e sollevare le contraddizioni ma non lo fa. 

Hanno la libertà di dire e di raffigurare quello che vogliono, è un diritto inalienabile, ma allo stesso modo, lascino a noi la libertà di criticarli.


                                                                            Cibal


La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


“Sui monti di pietra può nascere un fiore”

                                              

 

Sembrerebbe strano, tornare a scrivere ogni qual volta ho l’esigenza di esprimere determinati pensieri e non riuscire a farlo sempre, senza aspettare particolari situazioni in cui chiudo il mondo fuori e lascio che le mie mani scavino oltre il mio corpo. Eppure è proprio così che vanno le cose.
Scrivere non è difficile, ma nemmeno semplice, e quando ti trovi in determinati momenti della tua vita, tutto risulta più semplice sul piano della fantasia, sul piano della libertà creativa, un’incoerenza divina: tu soffri, emotivamente parlando, e riesci a dare il meglio di te.
Non ho mai amato parlare di me, anzi, qualche volta è capitato ma l’ho trovato sempre complicato.
In genere raccontare aneddoti, situazioni particolari ad una pletora mai sazia di particolari, mi ha messo sempre a disagio, come se non fossi mai stato capace di parlare di me in terza persona, come se non fossi mai riuscito a disegnare per gli altri la mia immagine, la mia descrizione minuziosa. Nel tentativo disperato di dare forma ai miei pensieri e tracciare così profondi i miei confini, mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di concepire i miei limiti umani e davo mandato alla mia mente di superare la mia finitezza, e vi posso assicurare che ci sono sempre riuscito, a volte rasentando il mondo dei folli, partendo dalla sicurezza di una vita terrena fragile e molto spesso senza valori o fini. Così invece di trovare un modo per descrivermi, ho cercato in tutti i modi di descrivere il mondo in cui ero immerso e soprattutto il mondo che portavo dentro di me.
Ho raccontato le contraddizioni di un mondo che perdeva ogni volta la propria anima, svendendola per pochi spiccioli, ho descritto un mondo che correva veloce, troppo, lasciando indietro la maggior parte degli individui, vittime sacrificali della corsa al profitto; ho cercato in tutti i modi di essere uno dei pochi tra i tanti, un pubblico banditore che sperava di destare i dormienti in questa vita che lascia poco spazio all’immaginazione.
A volte ci sono riuscito, e tenevo per me un piccolo spazio per la soddisfazione personale, un gradino in più verso un orgoglio personale che stentava ad emergere, ma troppe volte ho fallito miseramente.
Ho fallito perchè ho sempre dato estrema fiducia all’equazione lacerante che mi portava a pensare che tutti in fondo hanno un lato buono nel proprio essere, una sorta di schema ontologico comune, tale per cui tutti i miei tentativi di descrivere un mondo pieno di difetti servissero a smuovere le coscienze di chi mi avrebbe letto, ed avrebbe letto tra le pagine bianche magari quell’inferno che aveva sempre temuto. L’inferno c’è sempre stato, in me e nel mondo che ho sempre descritto.
È passato davvero molto tempo, forse troppo, dalle ultime parole dato in pasto alla rete in questo blog e tornare nuovamente a pubblicare è una liberazione, una sensazione unica che mi fa lasciare alle spalle tutti i giorni contraddistinti da una pigrizia coatta, alimentata dalla profonda consapevolezza di non poter cambiare il mondo attraverso le parole. Mi sono rivisto troppe volte nelle immagini dell’intolleranza, della discriminazione, sentendo addosso il peso di quei vestiti sudici di razzismo, con il tentativo ancora più vile di ammantarli dell’ideologia della sopravvivenza, e non mi sono trovato a mio agio esclamando “Io so di non essere come loro”, pur stando fermo a crogiolarmi nella mia inerzia. Sono tornato perchè le parole, quelle che scrivo, quelle che penso, sono più forti e più resistenti di ogni vigliacca discriminazione, che nasce sempre da quell’incoerente sentimento di superiorità.
Dovevo comprenderlo, l’ho fatto. Ora sono qui.

 

 

Cibal


“Mettiamoci una pietra sopra” ma intanto su Napoli il fango già è stato buttato!

 

Nel linguaggio sportivo si potrebbe dire “if in doubt no flag” per indicare il comportamento dell’assistente dell’arbitro nel momento in cui si trova in una situazione di dubbio circa la posizione di fuorigioco di un giocatore di una squadra di calcio senza dover segnalare, quindi, la posizione di fuorigioco.
Volendo trasportare questa logica comportamentale nel mondo dell’informazione, potrebbe tradursi nella capacità di un giornalista di non pubblicare una notizia se questa è, oggettivamente, pregnante di dubbi.

La stessa situazione è andata in scena domenica pomeriggio allo stadio Tardini, dove uno spettacolo davvero indecoroso ha visto come protagonisti alcuni giocatori del Parma e del Napoli.
Il Parma, com’è noto, vive una situazione abbastanza surreale. Mediaticamente viene dipinta come vittima di uno scenario in cui i dirigenti ed i proprietari hanno lasciato l’intera società in balia dei curatori fallimentari, non avendo mai avuto già dall’inizio del campionato, a quanto pare, i conti in regola nel corrente campionato di calcio, eppure non si è mai nemmeno vista una squadra di calcio letteralmente “salvata” dalla Lega calcio per lo svolgimento delle partite fino alla fine del campionato.

La cronaca della partita la conosciamo ormai tutti.
Un Napoli svogliato e superficiale, come accade spesso in corrispondenza di partite giocate contro squadre che lottano per salvarsi, tenta in tutti i modi di vincere la partita ma non ci riesce. Il risultato quindi al termine della partita è fermo sul due a due, un pareggio che da una parte non cambia la situazione di una retrocessione nella serie cadetta già matematica, e probabilmente il Parma non sarà neanche in grado di iscriversi al prossimo campionato, mentre dall’altra parte questo pareggio rovina, in parte, le ambizioni di una squadra che da troppo tempo rincorre la zona Champions, non riuscendo mai a sfruttare un’occasione così importante.

Terminato il match poi va in scena un’altra partita.

Una partita che telecamere e voci di corridoio cercano di tradurre repentinamente cercando di strutturare come sempre la logica della vittima contro il carnefice.
Mirante artefice di numerose parate spettacolari si avvicina ad Higuain e probabilmente lo stuzzica per i numerosi tentativi dell’attaccante di segnare, prontamente respinti dal portiere di Castellamare di Stabia.
Il nervosismo accumulato per non aver avuto la meglio nei 90 minuti di una squadra fallita economicamente e retrocessa sul campo, fanno scattare la reazione del giocatore del Napoli.

Qui il frenetico lavorio mediatico prende pieno possesso degli eventi
e cominciano a fioccare indagini dal nulla. L’apice del surreale si tocca nel momento in cui arrivano ai microfoni il giocatore del Parma, Raffaele Palladino, e l’allenatore dei ducali, Roberto Donadoni. Si comincia ad accusare, senza far riferimento a nessuno in particolare, la società Napoli per un atteggiamento “schifoso”, definito tale a più riprese dallo stesso allenatore.
Quello che gli emiliani contestano è che il Napoli “si aspettava che il Parma, già retrocessa, regalasse la vittoria”, come indicato in numerose interviste televisive dallo stesso allenatore Donadoni.
Accuse durissime e riportate da ogni emittente televisiva, ponendo in essere un comportamento antisportivo del Napoli. Complice anche il silenzio stampa dei partenopei, la versione dei fatti arriva solo dai tesserati del Parma ed allora rapidamente si struttura una situazione che vede il Napoli come il carnefice dei poveri giocatori emiliani.
Si sprecano parole di indignazione, si sprecano titoli pomposi sui quotidiani sportivi, si sprecano ore televisive volte a designare il Napoli come tutto ciò che non dovrebbe essere il calcio. Napoli viene definita come un’alcova, come spesso accade, di criminali anche in ambito sportivo.
Il Fatto Quotidiano non si ferma solo ad un titolo abbastanza dispregiativoI falliti danno una lezione di etica a chi chiagne, fotte e se ne fotte” ma cavalca l’onda della critica monotematica nei confronti di tutta Napoli, non solo sportiva, con un altro articolo questa volta denigratorio nei confronti del servizio di Alberto Angela in cui si raccontavano le bellezze di Napoli. Il Fatto quindi si sente in dovere di riprendere il servizio per poter dire che Napoli non è solo quello ma è soprattutto quello che ha raccontato Roberto Saviano attraverso le pagine ed i video di Gomorra, come se Napoli necessariamente non potesse essere bella senza esser dall’altra parte dannata.

Nel giro poi di poche ore lo scenario cambia
.

Donadoni rettifica le sue parole, “Non ho mai detto che il Napoli voleva che gli regalassimo la partita” e “Aprire un’inchiesta federale mi sembra esagerato”, cambiando difatti le parole a caldo che probabilmente aveva raccolto dal vento e quindi senza riscontri oggettivi aveva dato in pasto alle televisioni nazionali, facendo sì che tutti potessero buttare fango sulla società partenopea e di rimando anche sulla città.

Allora io mi chiedo semplicemente perché?
Perché quando accade una qualsiasi cosa Napoli deve sempre essere considerata l’emblema del male in assoluto? Perché è così faticoso verificare i fatti prima di dare in pasto all’opinione pubblica ricostruzioni fantasiose che non fanno che alimentare pregiudizi atavici nei confronti di un intero popolo?
E perché le scuse non sono arrivate? Perché questa volta non si sprecano parole di ferma condanna verso le persone che nel giro di 15 ore hanno lanciato pesanti accuse per poi ritrattare tutto?

Comunque vada, in ogni occasione, Napoli viene condannata sempre per i pregiudizi atavici di cui è portatrice sana da centinaia di anni, mentre tutti subito dopo se ne lavano le mani.

 

 

 

Cibal


Io non ci sto! Cori e striscioni fanno una nazione di fascisti.

Spettacoli come quelli andati in scena all’Olimpico di Roma, nella sfida di campionato tra Roma e Napoli, dovrebbero portare una parte di questo paese a riflettere più di quanto in effetti avviene, sul collegamento, mai forzato, tra il Calcio e la discriminazione, specie nella nostra cara nazione.

Essendo napoletano, qualcuno potrebbe pensare che le mie parole in queste pagine potrebbero essere “di parte” o subire l’influenza di un’appartenenza atavica, non solo ad un popolo ma ad un’identità che scorre nelle vene di chi respira la vita a sud di Roma, oppure ad un sentimento di vittimismo, definito da molti come connaturato al popolo napoletano, ma non è così.

Innanzitutto perché discriminare è un atto diretto che non dovrebbe essere considerato a seconda del contesto, e quindi non settoriale o riducibile, come invece è stato, e difatti continua ad essere, sancito attraverso l’abolizione delle sanzioni comminate alle società per i beceri cori che si levano dalle curve.
La discriminazione, quale che sia, territoriale, razziale, di genere, ha in sé una profonda problematica culturale, che difficilmente si può risolvere attraverso la volontà di differenziare i diversi tipi di discriminazione, come accade, apparentemente senza alcun senso, in Italia.
La problematica principale della discriminazione non è, a mio avviso, tanto riconducibile nell’essenza dell’azione discriminatoria: un coro offensivo, una frase ingiuriosa od altro, ma nella legittimazione di quelle azioni, attraverso il continuo silenzio delle istituzioni preposte al controllo ed alla sanzione delle stesse.
Non è la prima volta che cerco di analizzare fenomeni “tipici” della nostra nazione, spesso costruiti e strutturati all’interno di categorie culturali che dipendono fortemente dal modo in cui “si è fatta la nazione” e che rimarcano profondamente quella cesura irreversibile tra un’Italia del Nord ed un’Italia del Sud, presente ancor prima dell’unità amministrativa, politica e monetaria effettiva.
Questa discriminazione, che ancora oggi viene legittimata istituzionalmente, non nasce per caso e non muore solo all’interno dei contesti sportivi, soprattutto quelli legati al mondo del calcio.

Quello che però è andato in scena ieri sera è stato uno spettacolo ancora più indegno, vile e da codardi.

Essenzialmente per alcuni motivi fondamentali.
Innanzitutto gli striscioni hanno un loro senso nella maggior parte degli autori e soprattutto, cosa più preoccupante, nella mente di chi li ha letti ed ha tratto delle conclusioni errate.
Quindi una parte di questo “belpaese” ha trovato un senso logico, “lucrare su un funerale“, nelle parole di chi, indirettamente, aveva nelle sue intenzioni principali quella di colpire la mamma di Ciro Esposito, vittima innocente di un agguato, per difendere chi ha causato quella morte, un fascista che con quella manifestazione sportiva non c’entrava nulla.
È proprio qui la codardia di una schiera di delinquenti e di tutti quelli che hanno legittimato quel pensiero becero.

Quel “lucrare su un funerale” è un’accusa, innanzitutto, infondata, nella sostanza e nella logica.

Provate a pensare, per un attimo, cosa ha potuto pensare un adolescente allo stadio, cosa ha potuto comprendere un ragazzino davanti al televisore, provate ad immaginare per un secondo la ridondanza di quel messaggio che, non mi stancherò di ripeterlo, ha l’intento di colpire la vittima per santificare il carnefice.

Un messaggio erroneo.

Lucrare è un verbo che rimanda ad una logica di profitto, assente totalmente negli intenti della madre di Ciro Esposito, non a caso i proventi del libro andranno tutti in beneficenza. Non solo.
Mi è capitato in questi giorni di leggere molti commenti alle notizie che riportavano ciò sto cercando di analizzare in questo spazio virtuale, e con profonda sorpresa ho notato una completa adesione al pensiero, espresso da quegli striscioni, della stragrande maggioranza di tifosi, anche tra le fila dei supporter azzurri.
Il pensiero comune delUna mamma piange non scrive“, “Una mamma che perde un figlio si rintana, si chiude, non esprime pubblicamente nulla“, “Una mamma che perde un figlio non sorride“, “Quante altre mamme hanno fatto questo, quello e tutto il resto che ha fatto la signora Leardi“. Esprimendo, quindi, una profonda omertà mafiosa, l’omertà del “Zitta e soffri in silenzio“, “Che speri di ottenere con queste uscite pubbliche“.

È svilente, è davvero raccapricciante dover spiegare il senso delle azioni di quella madre, comprese solo da una parte di questo paese, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, e gran parte delle persone che ancora ha il fiato per criticare, sul problema della violenza in uno sport che dovrebbe diffondere i valori della sana e profonda competizione, basata sul rispetto degli avversari, del rispetto in generale e soprattutto sul problema della giustizia, perché ancora oggi, per quell’assurda morte, un vero colpevole non c’è.
L’unica arma a sua disposizione è il racconto, utilizzare le parole ed il ricordo come arma contro le ingiustizie e contro i vigliacchi, come quelli che hanno esposto quelle lettere, una dopo l’altra, su un lenzuolo bianco, legittimate da una maggioranza vigliacca ed ignorante.
Le stesse parole, da una parte osannate e dall’altra criminalizzate. Le parole degli assassini e quelle delle vittime, su un ring senza esclusioni di colpi, con il pubblico che come sempre si schiera dalla parte sbagliata.

È un problema culturale, più che superficiale, un problema che non abbraccia soltanto il territorio sportivo ma travolge l’intera società, una società che troppo spesso si appoggia su valori condivisi dopati da ideologie senza senso e violente. Raccontare è l’unico strumento per combattere il messaggio mafioso dell’omertà, tacere non è più un obbligo, e dobbiamo urlare a tutti quanto ci fanno ribrezzo quelle persone e le loro parole.

 

Cibal


L’emozione di un attimo

Tramonto


Ecco quando i cuori si arrestano.

Là dove il freddo si ferma e si riscalda,

là dove le parole si abbracciano

incapaci di descrivere la bellezza di un tramonto.


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/frasi-natura/frase-236224?f=a:6315>

Cibal

 


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore notturno di romanzi d'avventura

lestercromarty

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

Seidicente

altrimenti tutto è arte

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

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