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La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


L’amore al tempo delle macchine

 

Ogni volta che imprimo i miei pensieri su questi fogli virtuali cerco sempre di farlo per attivare in chi legge la voglia di guardare al mondo con occhi diversi.

Su questo mondo siamo in tanti , tantissimi rispetto a molti anni fa ma nonostante questi numeri ognuno di noi ha un ruolo essenziale, anche molti di più, nell’arco della propria vita. Questo per evidenziare che ogni pensiero è sempre unico, ogni lettura di uno stesso fenomeno (non solo sociale) potrebbe essere simile ma mai uguale. Questo accade perché ognuno di noi, nonostante le mille influenze reciproche, associa idee ed ideologie come in una combinazione di numeri infiniti.
Il problema della modernità è sempre stata nell’offrire esagerato caos a chi viveva.
Introdurre poi la scienza anche nel campo dell’industria ha semplicemente portato a svuotare gli esseri umani di ogni componente che non sia razionale; individui trasformati giorno dopo giorno in soggetti sempre più simili ad automi.
Svuotare l’individuo è sempre stato l’intento subdolo della meccanicizzazione della produzione, poi trasportata di rimando nella società. La società dal canto suo ha cercato di difendersi come poteva, salvo poi constatare il monopolio della macchina in ogni nostra sfera, anche quella emozionale.

L’amore al tempo delle macchine è davvero stupefacente.
Non si ama più, e quando si ama lo si fa attraverso la mediazione di uno strumento fittizio, uno strumento che trasporta le emozioni, svuotandole della loro originaria “umanità” e le presenta come contenuti vuoti, omologati, interscambiabili ed utili per chiunque.
Le emozioni nella modernità sono liquide ed assumono la forma dei contenitori dove nascono. Sono metalliche, sono afone. Se il denaro è da sempre stato uno strumento di mediazione finanziaria, la tecnologia è lo strumento principe della mediazione emozionale.
Le emozioni corrono lungo i fili dell’alta velocità, trasportate da tastiere definite, da smartphone sempre più sofisticati, da fotocamere capaci di catturare ogni istante, salvandoli in una memoria meccanica, estirpando ogni senso in noi, che abbiamo lasciato sempre troppo spazio alle altre “cose”, capaci di assumere una parte di noi, e noi compiaciuti abbiamo lasciato che tutto si svolgesse tranquillamente, pensando che fosse una cosa positiva per il nostro essere “umani”, senza intuire che pian piano stavamo diventando macchine anche noi.

Sfruttiamo quei pochi momenti che ancora ci lascia la natura per respirare attimi tecnologici in ogni dove, alleniamo ogni muscolo del nostro corpo per abituarci alla tecnologia più profonda ed alla distruzione emozionale.
E così accade, molto velocemente, che ogni messaggio legato ad un qualsiasi fenomeno che dovrebbe scaturire in ogni centimetro del nostro corpo una reazione emozionale, ci lasci indifferenti. Guardiamo la morte in ogni angolo tecnologico e non, senza riuscire a provare un briciolo di compassione, guardiamo la povertà e l’esclusione sociale e non alziamo la voce, guardiamo la violenza prendere pieno possesso delle nostre facoltà e non alziamo la voce, guardiamo in silenzio i nostri simili esportare odio verso chi dovrebbe semplicemente ricevere il nostro sostegno ed il nostro conforto.

Siamo ciò che avevamo sempre voluto essere, ma non abbiamo mai valutato il prezzo che abbiamo dovuto pagare per tutto questo.

La gran parte delle persone che popolano questo pianeta in disfacimento, si rivolge sempre più spesso alla mediazione religiosa per ripulire la propria coscienza di ciò che siamo diventati, di ciò che è divenuto l’ambiente in cui siamo profondamente immersi. Ecco un’altra mediazione. La preghiera. Uno strumento tanto semplice quanto complesso. Preghiamo per la pace nel mondo, e creiamo guerra. Preghiamo per eliminare la fame nel mondo, e creiamo povertà. Preghiamo perchè un qualsiasi Dio aiuti le persone in difficoltà, e quando vediamo una persona in difficoltà non perdiamo tempo a girarci dall’altra parte. Riusciamo a delegare ad un essere divino, il nostro “essere umani”. Come per attestare la nostra inermità per cose generate dalla nostra stessa mano, e non dalla divina provvidenza.
Certo la povertà è Divina Provvidenza, certo la guerra è Divina Provvidenza, certo la fame nel mondo è Divina Provvidenza, certo il razzismo è Divina Provvidenza, certo i mille Olocausti sono Divina Provvidenza.

Ci siamo trasformati nel mostro contro cui ogni giorno inveiamo e cerchiamo di combattere, ma queste sono solo parole….

 

 

Cibal


La solidarietà selettiva: oggi siamo tutti Charlie, ma domani?

 

Sono trascorsi abbastanza giorni dall’atto terroristico che ha colpito direttamente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo ed indirettamente il cuore “democratico” di tutte le nazioni del mondo, scese in piazza unite per dimostrare la loro posizione nella difesa ad oltranza della libertà di espressione, nonostante tutto.
Dopo questi giorni carichi di valutazioni e di analisi sociali e politiche scritte e raccontate subito dopo l’evento infausto, quindi di getto, ho trovato opportuno attendere qualche giorno per un fisiologico rasserenamento dei pensieri, così da poter esplicitare posizioni meno cariche di solidarietà al dolore, che seppur giustificato, spesso comporta una valutazione erronea in determinati fenomeni.
Si è parlato molto, davvero tanto, e si è altrettanto fatto molto, per sancire una profonda cesura rispetto agli atti vili e carichi di violenza ai danni di Charlie Hebdo, al di là delle considerazioni sul reale obiettivo degli attentatori di “vendicare il Profeta”, deriso e vilipeso più volte dalle vignette satiriche del giornale.
Superando anche e profondamente ogni ricostruzione degli eventi che si potrebbero prestare anche ad una lettura dietrologica, derivante dalle palesi contraddizioni che emergono dagli elementi emersi nelle notizie riportate dai media, vorrei soffermarmi sull’incoerenza “democratica” che si genera ogni volta, conseguentemente ad un evento così deplorevole, senza ovviamente voler giustificare l’atto in sé, che non mi stancherò mai di condannare.

La solidarietà al dolore è davvero una pratica caratteristica delle società tradizionali democratiche, dove è molto più semplice usufruire dei diritti politici e sociali derivanti dall’appartenenza ai regimi democratici di visione moderna, quindi risulta anche una pratica ovvia e “naturale” che si genera proprio come conseguenza agli atti violenti, come quello che ha colpito la redazione del giornale satirico francese.
Si scende in piazza, si manifesta in gruppo spesso per dimostrare il senso comune della solidarietà che abbraccia persone con esperienze ed estrazione sociale diverse, a volte anche profondamente, così da dimostrare la volontà popolare ed in questo caso la volontà popolare di lasciar libero il pensiero umano dall’imbrigliamento, in questo caso, della violenza.
Ci si appella quindi al senso comune delJe suis Charlie”, il singolo diventa collettivo, Siamo tutti Charlie, individualmente e in modo collettivo, dimenticando però che quel risultato, l’atto in sé dell’identificazione per difendere il carattere speciale ed individuale di Charlie è avvenuto proprio perché prima di quell’evento, di quella tragedia, nessuno era Charlie, ma solo Charlie lo era, ed era solo.
È semplice ora, quindi, chiamarsi tutti Charlie, pensare come Charlie, quando a pagarne le conseguenze è stato solo Charlie, ed è ancora più semplice chiamarsi Charlie quando, prima, in Italia ed in altre nazioni, ammantate di quel senso democratico per la libertà di espressione che esiste, collettivamente, solo quando viene tolta ad un singolo, rendendola “mediaticamente” un valore per tutti, veniva strutturata una censura “giustificata”, come se la troppa libertà ai mezzi di comunicazione, soprattutto Internet (si ricordi il disegno di legge di alcuni deputati sul bavaglio ai blogger, Wikipedia compresa) fosse una cosa buona e giusta per la democrazia moderna.
Continuo, quindi, ancora a non capire il senso di quella solidarietà selettiva.
Selettiva perché non è generalizzata, non è per tutti quindi e la sua strutturazione dipende dal ruolo, sempre primario, dell’elite istituzionale.
Sono passati tanti e tanti anni da quello scenario geopolitico che vedeva sul filo della tensione, da una parte le madrepatrie, democraticamente sempre giustificate, soprattutto nelle loro violenze, e dall’altra le colonie, che invece avevano nella violenza, ovviamente mai giustificata per i “democratici”, la loro unica arma per il sovvertimento di quell’ordine “democratico” tanto caro alle capitali europee.
Lo scenario non è mica cambiato.
Qualcuno potrebbe obiettare che l’evento accaduto in Francia e questo mio discorso sul colonialismo difficilmente si possano legare e quindi non è sensato, anzi è demagogico, collegarli.
Il problema non è nella forzatura del collegamento tra questi due eventi, uno, evento drammatico singolo, l’altro fenomeno endemico ancora più drammatico ma mai contraddistinto dallo sdegno e dalle marce della “pace” degli europei, che continuano a strutturare pratiche ed idee sulla base dell’etnocentrismo, talvolta generale ( Occidente, Africa), e talaltra particolare (in Italia soprattutto tra Nord e Sud) ma nella considerazione fattuale del loro rapporto, laddove il fenomeno crea l’evento e non viceversa.
Quello che più mi ha colpito di questa “coerenza democratica” tutta Europea è nel vedere in testa al corteo “senza popolo” dei leader nazionali anche Benjamin Netanyahu, in prima fila per la lotta contro il terrorismo. Sì proprio lui, lui che si è macchiato dei più atroci crimini di guerra contro il popolo palestinese, che marcia per la libertà, contro il terrorismo islamico.
Ecco, io in questo, in tutto questo non riesco proprio a vedere quella tanto decantata coerenza democratica, quel sentimento di libertà, di lotta contro le atrocità, contro i crimini, che come funghi dopo una tempesta, nascono solo quando vengono urtate le fragili sensibilità individuali dei cuori europei, che invece, prontamente, salvo in casi eccezionali, diventano di ghiaccio se chi muore è lontano chilometri da casa loro, oppure non appartiene alla “loro cara” comunità.
Basti pensare non solo alla Palestina ma anche alle vittime che in questi giorni cadono come foglie sotto le violenze dei Boko Haram, oppure i Migranti che, nonostante le manifestazioni per la libertà di espressione( come se la libertà fosse anch’essa selettiva a seconda della parola che viene dopo: libertà di espressione sì se sei un vignettista, libertà di vivere no se sei un migrante), continuano a morire nell’indifferenza del mondo.

Probabilmente è l’abitudine che cambia la nostra reazione agli eventi.

Domani torneremo ad essere sempre gli stessi, continueremo a piangere davanti ai televisori per le immagini delle vittime della crudele povertà, mentre fuori dalla nostra porta i poveri stanno ancora bussando ma noi, continueremo a non aprire.

La solidarietà non è un punto di vista temporaneo, non è una reazione volontaria e nemmeno una moda, la solidarietà è semplicemente una disposizione dell’anima, o c’è o non c’è.

 

 

Cibal


La paura della diversità: una risposta valida a tutte le domande.

Quello che succede ormai da una vita, nel nostro paese ma sopratutto in tutto il nostro caro amato mondo, è sintetizzare una parte dei problemi, o quasi tutti, in determinate categorie che ci sembrano adatte a raccoglierli. Una sorta di risposta valida per tutte le domande possibili.
Nel corso della storia, non solo quella che si legge sui libri che ti fanno comprare a scuola, numerose sono le volte in cui questa tendenza dell’umanità si dispiegava liberamente con il tacito accordo di una buona parte dell’umanità che non era d’accordo. Il problema è che col passare del tempo si viene travolti dalla quotidianietà dei rapporti costituiti, del sistema già perfettamente strutturato e ti senti fuori dal coro quando noti, con amarezza, che le cose sono andate proprio nel verso in cui non dovevano andare, per buona parte delle persone come te.
Non è possibile ridurre, ad oggi, le problematiche sociali in un pentolone a cui attingere cercando la risposta adatta ad ogni occasione così da ottenere, specie sul piano politico, un consenso rapido ed allargato. Non a caso la logica del capro espiatorio è comune, più o meno, a tutte le ere umane, trascinando con sè una serie di eventi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli esseri umani, che scompare ogni qual volta emerge con forza quella voglia collettiva, involontaria ed insita in molti che fanno del “senso comune” la loro caratteristica peculiare, di ricercare un colpevole ai propri mali.
Non è poi trascorso molto tempo da quello che io definisco come l’evento simbolo di ciò che danneggia non solo quella che una volta veniva considerata la “Comunità“, che giorno dopo giorno ha lasciato spazio sempre maggiore alla “Società“, ma anche il senso della vita di ogni individuo che si trova ad affrontare i problemi moderni connessi alla vita: gli scontri e le proteste dei cittadini romani contro l’edificio, a Tor Sapienza,  che ospitava i rifugiati, al culmine, secondo il loro punto di vista, di una serie di eventi poco gratificanti da parte degli “ospiti” indesiderati.
Raccontare un quartiere di un’altra città, da parte mia, è difficile, e lo è per tutti quelli che non vivono in quei metri cementati. Raccontare seriamente, specie al giorno d’oggi, la problematica delle migrazioni che dal Sud del mondo si innestano in ogni direzione è ancora più complicato e chi vi dice che è semplice non può essere creduto. L’immigrazione e la città, intesa come luogo dove le relazioni sociali pian piano hanno perso di significato, rimandano ad una serie di intrecci di fattori che spesso e volentieri vengono abbandonati per raccontare le favole, per sposare appieno le ideologie moderne, votate alla rapidità nella ricerca dell’unica risposta a mille domande, alla frammentazione dei rapporti che diventano sempre più precari, come le nostre vite.
Analizzare la città non è mai stato semplice, soprattutto ora che si fanno sentire le problematiche connesse proprio all’immigrazione, un fenomeno che spesso e volentieri viene denigrato facendo spesso emergere, in modo profondo, quel sentimento di supremazia della razza insita nella stragrande maggioranza delle persone. Un etnocentrismo radicale che spinge chiunque ad analizzare questi fenomeni sulla base della superiorità, morale, culturale e strumentale\economica, della propria “razza”.
Sono sempre stato abituato a guardare, al di là della mia attuale preparazione sociologica, ai fenomeni, dai più evidenti ai meno evidenti, cercando di non soffermarmi troppo sul risultato ma cercando di scavare oltre quel mantello spesso di superficialità, provando a ragionare sui motivi che hanno portato a quel risultato.
Ho imparato con gli anni a non fidarmi delle risposte di cui ho sempre bisogno
, specie se arrivano da chi crede che sia tutto semplice da spiegare. Allora, sempre di mia spontanea volontà, ho cercato di leggere oltre le parole descritte nei vari libri, ho cercato di spostare le tende che coprivano le mie finestre e che mi facevano vedere solo la mia stanza, e guardavo, guardavo all’orizzonte le città che si perdevano tra i paesaggi mozzafiato dall’alba al tramonto senza perdere mai di vista, davvero mai, l’orizzonte, l’unica linea che legava ogni punto di vista. Mi perdevo tra le mille sfaccettature del pensiero ed allontanavo sempre, questo è sicuro, ogni riduzione facilona delle problematiche a cui cercavo di trovare una soluzione. Oggi lo so, so che dietro al fenomeno dell’immigrazione non posso, e non possiamo ridurre il tutto alla faciloneria ideologica e politica degli xenofobi dietro l’angolo, ad ogni angolo di questo paese e di questo mondo.
Ho provato, invano, a far immedesimare chi ha una visione da “invasione” dell’immigrazione nelle vite di chi parte da paesi lontani, alla volta dei paesi industrializzati, cresciuti, pasciuti, ingrassati proprio sulle spalle degli avi di chi parte. Non ci sono mai riuscito e lo dico da tempo. Ho cambiato prospettiva. Ho provato a raccontare i sentimenti di un viaggio e di quanto una risorsa naturale come il mare, la distesa d’acqua salata, abbia un valore diversificato nel mondo. Svago, produzione di tranquillità peculiare di molte nostre vacanze mentre cimitero, ultimo respiro di chi getta il proprio cuore su quella barca che a stento può reggere una decina di persone lasciando tutti i suoi ricordi, cullati dalle famiglie che con sacrifici inenarrabili vendono di tutto pur di racimolare la somma adeguata per i vari Caronte che lucrano sulla loro sofferenza. Nemmeno mi è andata bene ma ancora oggi non mi arrendo.
Siamo abituati, sempre più, ad essere mediocri come i prodotti che produciamo.
Abbiamo, giorno dopo giorno, deciso di avvicinarci sempre più alle macchine piuttosto che alle persone, impauriti dalla contaminazione sociale ma vinti dalla pervasività tecnologica. Abbiamo costruito barriere invisibili che ci permettono di vivere arroccati in gabbie d’acciaio mentre attorno a noi il mondo continua a correre e la sofferenza cerca semplicemente una mano da stringere e le nostre sono sempre ferme su display senza sentimenti, colorati artificialmente senza emozioni.
Ci siamo immersi profondamente in ciò che abbiamo prodotto che non riusciamo più a provare compassione per un essere umano o animale che sia, vittima sacrificale della tanto santificata tecnologia. Proviamo più dispiacere per un graffio sul nostro smartphone, capaci di scenate da internati, senza versare una lacrima o darci da fare seriamente per evitare che esseri come noi, umani come noi, uguali, sì uguali, magari con una pelle diversa, più alti, più bassi, più magri, sì decisamente più magri, che a frotte chiedono il diritto sacrosanto alla vita, sì quello che noi oggi diamo per scontato. Non voglio nemmeno parlare di felicità, perchè ormai è un miraggio anche per noi, figuriamoci per loro che devono ringraziare, qualcosa o qualcuno sperando che almeno lui gli dia ascolto, se sono arrivati ad una certa età senza essere spirati prima.
Sin da piccolo mi sono sempre sentito un diverso, un diverso tra gli uguali.
La differenza è che io sono da questa parte del mondo, quel mondo che chiude gli occhi e continua a chiuderli perchè è sempre una convenienza. Io però voglio tenerli aperti, e voglio indurre ad aprirli anche ad altri che come me aspettano semplicemente quel cambiamento che sarebbe necessario a questo mondo.

Lo so, lo so sono un temerario in un mondo di omologati, di persone che si guardano negli occhi e si ritrovano sempre più uguali.
Io non dispero.

Cibal


Spiegare non è Comprendere : quando i pregiudizi inquinano il nostro modo di pensare.

 

<È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio>

 

È accaduto spesso, davvero spesso, che mi trovassi, con la mia profonda compiacenza, in discussioni spesso impostate sulla forma del ragionamento mentale, su quel meccanismo che sta dietro ad ogni dibattito ed ad ogni confronto verbale e probabilmente anche dietro alle scelte degli esseri umani. La nostra società è attraversata da un immensa mole di fenomeni che si prestano a mille interpretazioni, che siano specifiche o superficiali ci si imbatte sempre nella valle dei giudizi, che dipendono molto spesso da una cattiva costruzione dell’intera impostazione del nostro pensiero, oppure dal cattivo utilizzo delle categorie da cui attingiamo le nostre opinioni.
Nell’immaginario comune è diffusa la concezione che l’opinione personale sia una costruzione professionale riguardo a ciò che ci circonda, ma nello specifico, ragionare su ciò che ci circonda, valutando in modo approfondito ogni caratteristica del fenomeno sotto la nostra analisi, è praticamente impossibile. Il giudizio affrettato, infatti, è il risultato di una cattiva analisi di quel fenomeno.
I giudizi affrettati, spesso anche definiti come “pregiudizi”, come opinioni erronee, frutto di una cattiva valutazione dell’evento, non nascono nella modernità ma sono protagonisti della società umana da tempo immemore.
Potrei fare numerosi esempi di ragionamenti affrettati, dove le categorie considerate, incrociate nel modo errato, hanno portato a risultati distorti, specie in quello che viene definito “senso comune”. Episodi di violenza con protagonisti individui di colore oppure nel caso eminentemente italiano, individui meridionali. La persona di campagna rispetto alla persona di città, chi vive in una città (sempre secondo l’errato incrocio delle categorie) malfamata rispetto ad un’altra città che non ha quella connotazione.

Ecco…La prima cosa da fare è analizzare il “senso comune” e, partendo dalla sua definizione, differenziarlo dall’analisi ragionevole attraverso l’incrocio delle categorie (impossibile valutarle tutte come prima ricordavo, n.d.a) relative ad un fenomeno sociale.
Max Weber, in relazione ai fenomeni sociali parlava di Comprensione, un processo che deve essere strutturato prima del processo di Spiegazione, cosa che, a rigor di logica non avviene nel “senso comune”.
Proprio per la “normale” tagliola della Comprensione che nel “senso comune” si passa subito alla Spiegazione. Quindi il senso comune non è nient’altro che l’insieme delle opinioni, delle osservazioni, del sentire che si organizzano subito dopo il verificarsi di un evento. È proprio nella loro strutturazione rapida l’errore di fondo, cioè la voglia di spiegare rapidamente quel dato fenomeno, tralasciando tutti i fattori che, di fatti, hanno fatto sì che quel fenomeno si potesse verificare.
Quindi al “senso comune” manca un passaggio, manca il processo della Comprensione, fondamentale per chi ci accinge a spiegare un dato fenomeno, ed è proprio per questo che il “senso comune” si costituisce velocemente e con altrettanta velocità può essere scardinato, semplicemente facendo ricorso alla Comprensione e quindi non incrociando categorie giuste nel modo sbagliato.
Cercherò di farvi un esempio che può rendere più semplice la comprensione dell’argomento. In genere quando si parla di associazione spuria, si fa sempre riferimento all’esempio delle rondini\cicogne ed i matrimoni. Ora l’associazione spuria è un’associazione posta tra due elementi in modo sbagliato che difatti non fa altro che inquinare il risultato di ogni analisi.
In una cittadina di campagna, in un particolare periodo dell’anno, le statistiche rilevate ci dicono che i matrimoni aumentano rispetto alla media, allo stesso modo, le nidificazioni degli uccelli sembrano essere più frequenti. Questo cosa vuol dire? Una banale associazione, cioè un’associazione superficiale e quindi spuria, ci porterebbe a dire che all’aumentare della nidificazione aumenta, di rimando, anche il numero dei matrimoni, e viceversa, in quel dato periodo dell’anno. Possiamo essere sicuri di questo risultato? Per i numeri si certamente, perchè in effetti all’aumentare dell’uno, aumenta anche l’altro elemento preso in considerazione però ci siamo dimenticati una cosa fondamentale per la nostra analisi, cioè non abbiamo considerato le categorie a cui questi elementi appartengono e non abbiamo considerato che una certezza dal punto di vista statistico(numerica) non comporta una conseguenza sul piano causale(causa-effetto). Questo succede quando ci si trova dinanzi ad un fenomeno, sociale e non, e non ci si arma del processo di Comprensione, e quindi si associano elementi, in un’associazione che di logico ha ben poco.
Considerato tutto questo, nel “senso comune”, si aggiunge un’ulteriore elemento che aggrava il sistema di opinioni di riferimento. L’aggravante è data dal sistema di credenze tradizionali condiviso, che in alcuni contesti, risulta essere quel muro strutturale al normale iter metodologico della nostra mente che non riesce, nonostante questa ed altre considerazioni, ad andare oltre ed utilizzare così il processo di Comprensione.
Il discorso è davvero complicato e molto ampio e non è per niente semplice sintetizzare ciò che sono le differenze tra “senso comune” e costruzione adeguata delle categorie mentali nell’analisi dei fenomeni umani ma contemporaneamente con pazienza e lasciandosi influenzare dalla voglia di andare oltre le barriere della superificialità, è possibile snodare l’intricata matassa dei pregiudizi, che hanno sempre inquinato e continuano ad inquinare il bagaglio ideologico di ogni essere umano.

 

Cibal


Quando una barca fa meno rumore di un’altra nello stesso mare….

 

Ho inserito la canzone perchè mi ha accompagnato come sottofondo per tutto il tempo della redazione dell’articolo. Provate a leggere avviando il video  e probabilmente leggerete le mie parole provando le mie stesse sensazioni. Buona lettura.

 

Le immagini erano sotto gli occhi di tutti, senza ombra di dubbio e senza dare adito ad altre interpretazioni. Sempre le stesse da un bel pò di tempo, sempre le stesse a riempire le pagine dei giornali e dei telegiornali. Quelle immagini raccontano storie che spesso si fermano, come piccoli tasselli sacrificabili in una scacchiera grande, troppo grande. Come frutta matura che cade dagli alberi, loro cadono senza far rumore e senza richiamare l’attenzione di chi sa che esistono ma chiude gli occhi, per compassione o per scrollarsi da dosso colpe che, a torto, pensa di non avere. Tutti sanno che quella è frutta che quando è troppo matura cade ma non c’è mai nessuno a raccoglierla.

Altre persone che si aggiungono alla lista infinita di morti.

Altri morti, passati inosservati come sempre, che viaggiano in condizioni disperate per fuggire da stenti e sacrifici che tutta la popolazione europea messa assieme nemmeno immagina lontanamente, forse solo i nostri nonni conoscevano quelle condizioni. Un numero spropositato che crescerà sempre di più, crescerà senza ombra di dubbio, soprattutto per l’indifferenza generale; di indifferenza infatti nel nostro paese ne abbiamo davvero tanta.
L’indifferenza, quella che portò Moravia a scrivere “Gli indifferenti” proprio per evidenziare la profonda inerzia individuale che porta pochi ad esplodere per una sollecitazione morale della propria coscienza, mentre la maggioranza delle altre persone si siede comoda e si gusta lo spettacolo, che poi diventa parte integrante delle loro vite, però queste sono mobilissime a seconda del contesto che cambia, proprio per evitare di essere in minoranza. Incorniciando poi il tutto con l’imperituro “Odio gli Indifferenti” scritto da chi ha conosciuto sulla propria pelle l’emarginazione e la sofferenza come risultato della più strenue opposizione al potere che imperante si diffondeva in Italia, si può rendere perfettamente l’idea della difficoltà di un discorso inverso nella nostra nazione.

Così accade che essere dalla parte della tutela dei diritti inalienabili comporta una selezione degli individui che richiedono quella solidarietà, che più passa il tempo e più resta un mero ricordo negli occhi delle persone che hanno i loro corpi cosparsi di rughe profonde. Una selezione che si basa sull’appartenenza a questa oppure ad un’altra comunità, come se il richiamo originale non fosse più il genere umano ma una serie di sottocategorie, che al loro aumentare, di rimando, fanno crescere le discriminazioni al loro interno.
Quelle discriminazioni sono sempre alimentate dalle paure ataviche che hanno caratterizzato la razza umana e nonostante questa sia riuscita a sopravvivere per oltre duemila anni non è mai riuscita ad allontanarsi da quella voglia profonda della discriminazione, dell’evidenziazione delle sue differenze rispetto agli altri appartenenti allo stesso genere umano, che spesso e volentieri è alimentata da basi superflue che potrebbero facilmente essere superate tramite un uso adeguato della ragione.
A quelle di oggi si aggiungono quelle del passato ed è davvero difficile ritrovare nella storia un’era umana in cui questo non sia accaduto ma oggi dovrebbe essere diverso, innanzitutto, perchè oggi, più di prima, la soglia della fruibilità dei diritti si è abbassata decisamente rispetto a prima e poi perchè, oggi, l’idea di nazione si è trasformata. Proprio le migrazioni hanno influenzato questo lento cambiamento, frantumando l’idea di razza pura ed aprendo la possibilità all’estremo melting pot in ogni nazione del mondo.
Ed è proprio così che quelle che sono le proprietà inaleniabili degli esseri umani passano in secondo piano, certo non dappertutto, ma in buona parte del pianeta è così che funziona.
E quindi si arriva, giustamente, a solidarizzare per una nave che lentamente si inabissa e porta con sè le speranze dei viaggiatori, che erano lì per trascorrere un pò di tempo con i propri cari, divertendosi, e che mai avrebbero immaginato quella tragica fine, bambini, figli, padri, mariti, mogli e donne tutti accomunati dalla natura conviviale della loro presenza su quella città in mare…ma lo stesso non accade con una barca più piccola, più brutta decisamente, meno raffinata e decisamente più affollata. La differenza è nella pelle di quelle persone e nelle speranze che si legano a quel viaggio, un viaggio che nella maggior parte dei casi non finisce bene. Un viaggio che a differenza dell’altro inizia mesi e mesi prima, nel deserto di sabbia e terra, sotto il sole cocente, a bordo di camion che solcano il mare giallo. È già tanto riuscire a sopravvivere, Bambini anche qui, Madri anche qui, Padri anche qui, la pelle è diversa, i sogni anche, l’indifferenza verso loro sempre la stessa da anni ed anni.

Basterebbe davvero poco per cambiare le cose,  e così non permettere di trattare come merce sogni rinchiusi in corpi maltrattati dall’indifferenza. Basterebbe guardare oltre quel limite dei nostri occhi e delle nostre vite, basterebbe aprire semplicemente le porte alla speranza di un mondo diverso…

 

Cibal


Quella solidarietà perduta nel tempo

 

In tempi ormai remoti era stato lasciato ad Antonio Gramsci l’ingrato ruolo di carnefice della razza umana. Con uno spiazzante realismo il suo “Odio gli indifferenti” torreggiava imperioso sulla scure di ogni italiano che, con poco senso di coscienza, volgeva il suo sguardo altrove, mentre il regime fascista lentamente si diffondeva non solo nella nostra società ma soprattutto all’interno di ogni animo umano italiano e poi successivamente in quello di gran parte del mondo.
Marx invece dal canto suo, affermava che il processo storico aveva una sua ripetizione naturale, in ogni ciclo quotidiano, che lo portava prima a strutturarsi come una tragedia in cui ogni umana mente veniva messa alla prova ma, come sottolineava Gramsci, si volgeva dall’altra parte, e poi si ripeteva come una farsa proprio perchè quella mente non riusciva nuovamente ad attivare il processo dell’azione, cioè dell’intervento per provare ad evitare il ripetersi di un evento spiacevole a cui già aveva assistito.
E’ passato davvero tanto tempo da quei tempi bui, così difficili e così disperati che avevano permesso l’insorgere di movimenti che erano capaci di instillare il seme dell’odio verso i propri simili in chi, dal canto suo, era anche compiaciuto di condividere uno stesso senso di appartenenza. Erano i tempi dell’insoddisfazione generale che portava a trovare i colpevoli fittizi, capri espiatori costruiti ad hoc per rafforzare l’identità nazionale ed avere così dalla propria parte un ingente consenso.
Siamo sempre stati distratti dalla ricerca incessante dell’essere pericoloso, la ricerca e la caccia all’essere più pericoloso nato sulla terra senza volgere lo sguardo verso quello specchio che in fin dei conti cercava semplicemente di raccontare la realtà dei fatti ma noncuranti del risultato, che non era di nostro gradimento, quello specchio l’abbiamo,per troppo tempo, coperto con un doppio velo.
Il tempo passava e non ci accorgevamo che l’essere più pericoloso cresceva e si sviluppava in noi quando chiudevamo gli occhi dinanzi a quelle orrende scene, quando volgevamo lo sguardo verso l’orizzonte senza guardare prima la spiaggia, quando restavamo in silenzio e con le mani nelle mani senza prendere posizione. E così il tempo passava ed il mondo sotto i nostri piedi cominciava a ridursi in macerie, invisibili ma talvolta visibilissime, e noi continuavamo imperterriti a trovare al di fuori dei nostri corpi ciò che speravamo di trovare, per dare a tutti quelle risposte che in fin dei conti anche noi cercavamo.
Oggi quei tempi, in fin dei conti, non sembrano poi così tanto lontani. Allora mi tornano in mente gli occhi di mio nonno, le sue lacrime ingenue, il suo viso segnato dalle rughe e le mani martoriate da anni di lavori pesanti, che non avevano nemmeno risparmiato quella sua schiena così debole.
Non era mai andato d’accordo con la scuola lui, da piccolo aveva conosciuto solo la fame e la zappa. Crescendo la solfa non era cambiata. Eppure ancora non mi riesco a spiegare tutta quell’umanità dove sia cresciuta e da dove sia nata. In quei suoi occhi ricordo ancora la fatica, che non aveva mai intaccato minimamente quella sua ferrea dignità di lavoratore meridionale dei campi agricoli.
Guadagnava due soldi e mezzo soldo era capace, assieme a mia nonna, di darlo a chi soffriva ancora di più di loro. La stessa storia dell’altro mio nonno, stessa umanità e stessa dignità nel lavorare per anni ed anni, senza mai perdere quella sua sensibilità verso chi nemmeno il lavoro da due soldi aveva e faceva fatica a portare avanti la famiglia.
Ora rivedo il mio presente e quel passato mi sembra davvero tanto lontano. Guardo il mare e lo vedo per la maggior parte del tempo intasato dai corpi di chi viaggia con la speranza di un futuro migliore ed affida i propri sogni e le proprie speranze ad un destino troppo spesso beffardo. Guardo la strada e la vedo occupata da chi la strada non riesce più a trovarla, la strada della felicità è troppo lontana e nessuno ti è accanto per spiegarti come camminare e dove è la prima area di sosta per riposare un po’.
Non trovo più quell’umanità e non so più dove sia andata a finire, ed ancora non mi spiego che senso ha trovare dei colpevoli quando basta guardarsi seriamente dentro per capire che è in noi il problema come anche  la soluzione.
Camminiamo con la testa già volta dall’altra parte perchè conviene, perchè quei due soldi ci fanno sentire più sicuri e non ci accorgiamo che in fondo quella sicurezza è svanita già da tempo, perchè non ha senso appoggiare la testa appagata sul cuscino se dall’altra parte del mondo qualcuno viene al mondo silenziosamente e silenziosamente se ne va, dopo poco tempo, mentre noi entriamo in chiesa e pensiamo che una preghiera possa eliminare la sofferenza dell’altra parte del mondo.
Quella solidarietà, quel senso di cura del prossimo, chiunque esso fosse, oggi stento a ritrovarlo attorno a me, tranne in rari casi e questo mi fa pensare che non tutto è ancora perduto. La strada è dura, è tutta in salita, ma non per questo perdo la speranza di un mondo diverso, che ritorni a parlare delle persone e non di ciò che quelle persone possono produrre, che ritorni a parlare di sofferenza e di solidarietà come non ha ancora fatto e che torni a parlare degli ultimi, dei dimenticati, e che provi a distribuire la possibilità di essere felici a chi non sa nemmeno cosa sia la speranza.

 

Cibal


Cronache di una morte annunciata. Nel “Mare Nostrum” continuano a morire mentre il mondo sta a guardare.

 

Le immagini parlano da sole. Tre minuti, tre minuti che dovrebbero essere strazianti per chi come noi quelle immagini le guarda ovattato nella propria abitazione, dietro quegli schermi che di emozioni difficilmente ne trasmettono.
Il video diffuso da Repubblica è tutto questo.
Quel barcone che lasciato al proprio destino ha accettato il mare come una nuova terra, e quei corpi che fidandosi del destino, quello per loro troppo crudele, si son lasciati andare. Corpi una volta pensanti, corpi che speravano in un futuro migliore ma che il mare ha richiesto per sé. Corpi che placidi ora fanno parte del mare, quel mare che doveva semplicemente essere un percorso come tanti, magari ugualmente difficoltoso a quelli fatti sulla terra prima di giungere a quella barca. Sì perché il mare è l’ultimo percorso dopo un’intera vita, o non vita, fatta di speranze e di stenti. Poi dall’altra parte speri che ci siano persone come te, che magari capiscono la sofferenza, magari intuiscono da cosa scappi, del perché scappi. Magari sogni già quel futuro che i tuoi genitori, pagando quella somma raccolta per tutta una vita di stenti per quell’ultimo viaggio, speravano si esaudisse.
Ma c’è il mare, e ci sono gli uomini, quelli dall’altra parte. Quelli dal colore bianco,diverso dal tuo, ma a te non importa perché sai che andrà bene, perché i sacrifici che farai nel “nuovo mondo” non saranno niente in confronto alla guerra da cui sei scappato, dalla fame che hai patito e dalla vergogna a cui pensi sempre. La vergogna di indossare quel corpo martoriato, la vergogna di appartenere all’altra parte del mondo, quella che dovrebbe essere considerata vittima ma che, e non te lo sai spiegare, diventa in quei paesi lontani sempre la colpevole. Tu scappi, ed il resto non conta, forse per loro conta, loro che non sanno da cosa fuggi e non vivono la guerra come te e la guardano solo da un apparecchio che al tuo paese, addirittura, a stento ti puoi permettere.
Allora non riesci a capire tutta questa differenza. Perché una guerra e perché dall’altra parte ci guardano impietriti, senza aiutarci, come se fossimo portatori di tragedie. Sai che porti solo la tua vita, le tue speranze, la tua dignità e non quello da cui fuggi. La guerra rimane dove è sempre stata, ripeti a te stesso che tu stai solo fuggendo sperando di salvarti. E mentre pensi tutto questo sei già in viaggio, stipato accanto a tanti come te, che hanno paura, quella così simile alla tua. Senti che forse non lo meriti, ma sta accadendo davvero. Un destino simile per tutti. Quella paura che gli altri provano su quella barca sembra corromperti, si diffonde anche dentro te. Sfiori gli altri e senti che sarà difficile superarla. La paura di morire e di non essere accettato e di aver rischiato troppo. Il tempo passa senza cibo, e senza acqua. Ma tu hai fiducia degli altri. Perché dovrebbero essere diversi? Sono esseri umani come te. Hanno patito anche loro la fame nella loro storia. Poi pensi a tuo cugino, a tuo zio, ai tuoi fratelli di cui non sai più niente. Erano partiti anche loro tempo fa, ma non si sono fatti più vivi. Quella desolazione ti attanaglia e non ti lascia.
Mentre la barca lentamente si inabissa pensi a quel futuro che tanto desideravi. Volevi semplicemente essere felice e mentre pensi le forze ti vengono meno e capisci che non hai mai nemmeno avuto il tempo di imparare a nuotare perché quell’acqua a stento l’hai vista nella tua vita. Acqua per bere, quindi figuriamoci per nuotare. Affondi e chiudi gli occhi mentre la tua storia, e tutti quei pensieri affondano con te mentre il mondo continua a guardarti passare come polvere nell’aria. Non ti afferra perché non ti vede, sei invisibile ai loro occhi ed intanto pensi di non meritarla quella fine.

Quante storie ci sono passate accanto, quante ancora ne devono passare e si devono chiudere in questo modo per accorgerci che pian piano stiamo perdendo il senso della morte. Quella morte che poi, in fondo, tutti temiamo ma che non sappiamo come evitare. La morte ha un’unica nemica, la felicità. Se sei stato felice, sempre felice, accetti la morte serenamente. Ma se come loro, lotti dal primo momento in cui sei nato, per combattere per quella felicità, la morte non l’accetti e cerchi di combatterla ogni volta, fino a quando ti lasci andare perché non c’è più speranza dentro di te.
Eppure a noi, quelli dall’altra parte del mondo, la morte, quelle morti non ci smuovono più, ogni giorno ne muoiono a migliaia nel “Mare Nostrum”. Sono accanto a noi, nel mare senza saperlo, perché in quel mare sono stati sconfitti e la morte ha prevalso sulla loro tenacia. Sono accanto a noi quando andiamo in vacanza imperterriti, sapendo che dall’altra parte quel mare non è felicità ma morte, sofferenza ed assieme speranza. Noi ci divertiamo a mare, ci rilassiamo e non ci domandiamo perché una stessa risorsa, una risorsa per tutti, debba essere fonte di felicità per noi e per qualcun altro fonte di sofferenza.
Stiamo perdendo il vero senso delle cose e sappiamo il perché: perchè è questa la morte.


Lampedusa, l’Italia non impara dai propri errori

Lampedusa, l’Italia non impara dai propri errori.

Mio nuovo articolo su “www.lavocesociale.it”.
L’argomento principale è il trattamento riservato ai migranti nel CIE di Lampedusa, che attraverso i video diffusi in questi giorni, ha aperto un acceso dibattito sulle condizioni disumane in cui vivono i migranti.
Ho avuto un pò di problemi perchè stavo preparando un esame universitario.
Grazie a tutti per seguirmi sempre.


Immigrati, quel funerale senza bare e la credibilità del nostro Paese

Immigrati, quel funerale senza bare e la credibilità del nostro Paese.

Mio articolo sulla recente farsa andata in scena ad Agrigento. Un funerale senza bare…se gli immigrati non contano niente da vivi, figuriamoci da morti…
Il sito di riferimento è sempre “www.lavocesociale.it
Grazie ancora a tutti per seguirmi e per leggermi. È davvero un piacere scrivere, leggere e condividere con tutti voi ciò che penso, al di là degli schemi ideologici.
A presto!


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

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Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

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