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La legge del consenso: combattere la povertà a colpi di manganello. La destra ringrazia.

 

Ci sono alcune cose che davvero non concepisco, soprattutto quando si parla di genere umano. Non le concepisco ma le analizzo e posso tranquillamente sezionarle.

È chiaro che la bianchezza, quella pura, non quella acquisita che fa così tanto paura ai nostrani seguaci dei fasci scuri, divida il mondo in buoni e cattivi.
Ci sono i buoni, quelli che nonostante tutto hanno il diritto, in virtù del loro colore, anche di delinquere. Sono i bianchi, i conquistatori, i civilizzatori. Poi ci sono i cattivi, quelli non bianchi per intenderci. Quelli devono passare attraverso diverse fasi, ontologicamente parlando, per essere riconosciuti “non colpevoli”. Devono somigliare al bianco, in tutto e per tutto perché si sa, la civiltà sta solo da una parte e quella parte si chiama Occidente.

Ora, dopo i recenti fatti di Piazza dell’Indipendenza, tra l’altro fenomenale vedere come i “fasci blu” fossero dalla parte del “giusto” istituzionale e del senso comune in una piazza così chiamata, mi sembra chiara, anzi chiarissima, la volontà di togliere voti alla destra xenofoba.
Sì, perché ormai è abbastanza palese: il malcontento popolare che genera i semi dell’intolleranza e della xenofobia è inarrestabile.
Politicamente parlando non puoi mica parlare più di accoglienza ad un popolo sordo, che ormai riconosce il nemico in coloro i quali vivono peggio di lui, non puoi mica parlare di solidarietà se addirittura ad essere considerate criminali sono le ONG, Organizzazioni non governative che cercano in tutti i modi di salvare vite umane.
Per le prossime campagne elettorali questa non è per niente una buona cosa.
Per la politica dell’immigrazione, nella speranza di poter “governare i flussi”, manco fossero cavalli, manco fossero tori, si è scelto lo “sceriffo” Minniti che per risolvere il problema non ha fatto altro che allontanare il problema.
Vedi caro Minniti, se hai paura del buio e chiudi gli occhi, il buio rimane, non scompare. Devi accendere la luce od aspettare il giorno. Il buio è arrivato e tu hai costretto tutti quelli che volevano salvare vite umane a chiudere gli occhi.
Quindi si rincorre la destra per i voti, un governo che si professa democratico che picchia i rifugiati, picchia gli studenti, picchia i lavoratori; e quando la democrazia per parlare usa i manganelli, quando la democrazia per “imporsi” usa gli idranti, allora non è più democratica: è una democrazia fascista.

Ormai a parlare di solidarietà ed accoglienza è rimasto solo Francesco, il papa, omonimo di quel “poverello” che si spogliò di tutto pur di aiutare le persone in difficoltà.
Ormai basta leggere i commenti alle varie notizie riguardo gli stranieri, non tutti ovviamente perché quelli con i soldi non hanno problemi, per capire quanto si sia arrivati ad una situazione insostenibile, sia per il vivere comunitario sia per il rischio di un’esplosione dell’intolleranza profonda alimentata dai movimenti neofascisti e da partiti che fanno della lotta al nemico immaginario la loro unica linea politica.
Commenti beceri, commenti vergognosi, commenti che non hanno paura a scrivere, come se la realtà virtuale rappresentasse tutto ciò che in realtà non si può dire per paura di ritorsioni.
Si fa appello al Napalm, si spera in una pulizia etnica, si libera l’istinto, quello che in fondo si tratteneva da tempo e che solo ora si può liberare.

Allora il tempo sembra essere giunto, il tempo dell’azione e della reazione.

I fascisti son qui, tra noi, protetti, liberi di agire perché legittimati da un fare politico che si è ormai liberato dal fardello della solidarietà. Hanno chiuso gli occhi, loro, mentre il popolo sedotto dai richiami fascisti sputa odio su chi è considerato colpevole ma in fin dei conti non lo è. L’unica loro colpa è la povertà, è il loro colore, il loro non essere considerati uguali a tutti gli altri, il loro nascere in zone che storicamente devono essere e sono relegate ai confini dello stesso immaginario umano, sono nel culo del mondo, dopo che da quel culo è stato rubato tutto. Eh sì, la colpa è loro perché non rimangono al loro posto, il posto che i bianchi hanno assegnato loro ormai da tempo.

 

Cibal

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L’Europa ed i “Dannati della Terra”, oggi come ieri: La “loro” violenza, è la nostra, rivoltata!

 

Si sono scritte davvero tante cose in questi giorni, e probabilmente se ne è parlato ancora di più, riguardo alle spiacevoli e tragiche vicende che hanno visto come vittima l’Europa dei popoli, ed in particolar modo la Francia. Inutile dilungarsi nella descrizione minuziosa degli eventi, dato il bombardamento mediatico, come è giusto che sia riguardo a queste vicende, a cui siamo stati sottoposti. Al di là delle considerazioni criminologiche della situazione, relative all’efferatezza dei crimini commessi, mi preme evidenziare quanto siano stati determinanti tali eventi tragici nell’immaginario collettivo, civile soprattutto, quasi da poter tranquillamente effettuare un paragone, forse forzato ma non troppo, con le vicende del 2001, sempre di matrice terroristica, che colpirono al cuore gli Stati Uniti. Questa volta ed essere colpita profondamente nel cuore e nell’animo, in relazione soprattutto al sentimento di paura, è stata l’Europa. Al netto di tutte le considerazioni di stampo dietrologico del caso, che in certi casi hanno sempre una validità anche se spesso non suffragate dai fatti concreti, bisogna innanzitutto dire che questa è una sconfitta sul piano politico dell’Europa della sicurezza, una sicurezza naturale e strutturata nei moderni regimi democratici, impiantata si sa, ormai è certo, sull’adesione ai moderni stati.
Parlare oggi di integrazione, tolleranza, rispetto, solidarietà comune sembra un’eresia, in special modo per quei soggetti politici che utilizzano argomenti topici nella disputa elettorale, cercando di trarre il massimo vantaggio, nei consensi, proprio da questi nefasti eventi, senza minimamente utilizzare non dico nemmeno il rispetto per le vittime, ma la lungimiranza dell’offerta delle loro politiche che spesso si limitano a risposte preconfezionate, tra una tornata elettorale ed un’altra.
Inutile anche continuare a dire che tutto quello che è successo, è semplicemente il prodotto delle politiche scellerate in Medio Oriente da parte dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa insomma, perchè a quanto pare il senso comune si sofferma maggiormente, troppo, sulle conseguenze, senza mai cercar di risalire alle cause di un evento. Non è un caso isolato.
Prendiamo per esempio il problema dell’immigrazione, che dal punto di vista mediatico sembra attanagliare profondamente ogni stato occidentale, con numeri che superano di gran lunga la capacità del pensiero umano. Mi dispiace deludervi ma non è così, basta leggere in rete i vari documenti ufficiali, riguardo agli sbarchi, per capire che i numeri sono del tutto irrisori, in special modo nei confronti di chi continua con la tiritera della presunta invasione. Proprio per evidenziare questo paragone basterebbe sempre, e nell’era moderna digitale non è poi così complicato, rivolgersi alla rete, così da capire che questo flusso migratorio “anomalo” ha delle ragioni molto più complesse di quelle cavalcate dai paladini della ripulsa etnica del momento. Le ragioni sono innanzitutto da ricercare nell’instabilità dei governi dei paesi di orgine dei fuggiaschi, poi procedere a ritroso e far riferimento ai danni provocati dall’Europa democratica, che da una parte imbracciava il fucile cercando di inculcare i principi della civiltà e dall’altra arraffava le risorse, tantissime, cercando di trasformarle in profitto.
Una volta ricercata l’orgine di questi fenomeni (come per tutti gli altri fenomeni), è possibile, a mio avviso poter comprendere meglio ed analizzare le conseguenze, cioè quello che oggi vediamo noi.
Stessa cosa vale per i tragici eventi accaduti a Parigi.
Inutile parlare dell’efferatezza dei crimini perpetrati a vittime innocenti, dato che sono sotto gli occhi di tutti, se non andiamo a ricercare le ragioni (non la ragione, è differente) dell’esistenza dell’ISIS. Probabilmente potrei dire tante altre cose, basti pensare al continuo finanziamento, in armi, risorse, trasporti, dell’Europa civilissima, ma ancor di più degli Stati Uniti, a quella che prima era la minaccia del momento, Al Qaeda, per poi passare il testimone del terrore all’ISIS attuale, che altro non è un’accozzaglia di gruppi estremisti, di chiaro stampo islamico, che “come per magia” si unisce nella lotta agli infedeli, cioè noi europei.
Dato che io non scrivo mai cose che potrebbero essere false o di dubbia provenienza, e dato che non cerco in chi mi legge solidarietà ideologica, sulla base delle mie idee che continuerò a ripetere, si basano sui fatti evidenti, partendo sempre dall’unica domanda che bisognerebbe adottare ogni qual volta si analizza un fenomeno, cioè la ragione dell’origine di ogni fenomeno, vi inizio ad uno dei libri che a mio avviso descrive completamente, nonostante sia stato scritto nel lontano 1961, la struttura ideologica, territoriale e valoriale su cui si è formata l’Europa in cui noi oggi viviamo (e quindi le conseguenze delle sue azioni con cui ancora oggi stiamo convivendo). Guardare al passato serve per comprendere meglio i fenomeni attuali, svestirsi del passato significa guardare al mondo moderno senza riuscire a comprendere il perchè noi oggi viviamo in questa parte del mondo, il perchè adesso, cioè in questo momento ed il perchè così, cioè in questo modo.
 
Era il lontano 1961, e tra le pagine di uno dei libri più importanti sul lungo e tortuoso processo di Decolonizzazione, Jean Paul Sartre tuonava il suo monito all’Europa. Nei Dannati della Terra, un’opera di Frantz Fanon, la recensione di Sartre, e l’opera completa, risultano essere ancora oggi profondamente attuali.
Per anni ed anni l’Europa si è sentita come il centro dell’universo umano di produzione ontologica, ributtando l’idea dell’esistenza “dell’Altro” culturale, non a caso diceva Sartre, «(l’Europa, n.d.a) non la finisce di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo», da allora cosa è cambiato? Nulla.
Proprio per questo motivo parlare ancora di “Colonizzazione” e “Decolonizzazione” non è anacronistico.
Innanzitutto perchè parlarne non significa solo limitarsi all’esperienza della conquista territoriale da una parte e della rivalsa dei subalterni indigeni dall’altra, ma è importante parlare soprattutto per il processo ontologico che si crea in questi due fenomeni profondamente umani. Il processo culturale è profondamente radicato nella sola concettualizzazione di questi due fenomeni umani.
La stessa identica cosa è accaduta in Medio Oriente, il Medio Oriente che oggi ci fa tanto paura e che probabilmente, me compreso, conosciamo più per gli aspetti negativi relativi alle immagini di derivazione mediatica, o perchè una volta incontrato quel Medio Oriente sul nostro territorio attuiamo un confronto rispetto alla nostra idea di democrazia, senza mai comprendere che stiamo parlando di due prodotti storicamente culturali, e sul piano dell’esperienza, diametralmente opposti.
Per Sartre allora l’Europa era “fottuta”, ed era il 1961.
Da allora cosa è cambiato?
Nulla, perchè l’Europa continua ad essere fottuta.

 

 

 

 

Cibal


L’amore al tempo delle macchine

 

Ogni volta che imprimo i miei pensieri su questi fogli virtuali cerco sempre di farlo per attivare in chi legge la voglia di guardare al mondo con occhi diversi.

Su questo mondo siamo in tanti , tantissimi rispetto a molti anni fa ma nonostante questi numeri ognuno di noi ha un ruolo essenziale, anche molti di più, nell’arco della propria vita. Questo per evidenziare che ogni pensiero è sempre unico, ogni lettura di uno stesso fenomeno (non solo sociale) potrebbe essere simile ma mai uguale. Questo accade perché ognuno di noi, nonostante le mille influenze reciproche, associa idee ed ideologie come in una combinazione di numeri infiniti.
Il problema della modernità è sempre stata nell’offrire esagerato caos a chi viveva.
Introdurre poi la scienza anche nel campo dell’industria ha semplicemente portato a svuotare gli esseri umani di ogni componente che non sia razionale; individui trasformati giorno dopo giorno in soggetti sempre più simili ad automi.
Svuotare l’individuo è sempre stato l’intento subdolo della meccanicizzazione della produzione, poi trasportata di rimando nella società. La società dal canto suo ha cercato di difendersi come poteva, salvo poi constatare il monopolio della macchina in ogni nostra sfera, anche quella emozionale.

L’amore al tempo delle macchine è davvero stupefacente.
Non si ama più, e quando si ama lo si fa attraverso la mediazione di uno strumento fittizio, uno strumento che trasporta le emozioni, svuotandole della loro originaria “umanità” e le presenta come contenuti vuoti, omologati, interscambiabili ed utili per chiunque.
Le emozioni nella modernità sono liquide ed assumono la forma dei contenitori dove nascono. Sono metalliche, sono afone. Se il denaro è da sempre stato uno strumento di mediazione finanziaria, la tecnologia è lo strumento principe della mediazione emozionale.
Le emozioni corrono lungo i fili dell’alta velocità, trasportate da tastiere definite, da smartphone sempre più sofisticati, da fotocamere capaci di catturare ogni istante, salvandoli in una memoria meccanica, estirpando ogni senso in noi, che abbiamo lasciato sempre troppo spazio alle altre “cose”, capaci di assumere una parte di noi, e noi compiaciuti abbiamo lasciato che tutto si svolgesse tranquillamente, pensando che fosse una cosa positiva per il nostro essere “umani”, senza intuire che pian piano stavamo diventando macchine anche noi.

Sfruttiamo quei pochi momenti che ancora ci lascia la natura per respirare attimi tecnologici in ogni dove, alleniamo ogni muscolo del nostro corpo per abituarci alla tecnologia più profonda ed alla distruzione emozionale.
E così accade, molto velocemente, che ogni messaggio legato ad un qualsiasi fenomeno che dovrebbe scaturire in ogni centimetro del nostro corpo una reazione emozionale, ci lasci indifferenti. Guardiamo la morte in ogni angolo tecnologico e non, senza riuscire a provare un briciolo di compassione, guardiamo la povertà e l’esclusione sociale e non alziamo la voce, guardiamo la violenza prendere pieno possesso delle nostre facoltà e non alziamo la voce, guardiamo in silenzio i nostri simili esportare odio verso chi dovrebbe semplicemente ricevere il nostro sostegno ed il nostro conforto.

Siamo ciò che avevamo sempre voluto essere, ma non abbiamo mai valutato il prezzo che abbiamo dovuto pagare per tutto questo.

La gran parte delle persone che popolano questo pianeta in disfacimento, si rivolge sempre più spesso alla mediazione religiosa per ripulire la propria coscienza di ciò che siamo diventati, di ciò che è divenuto l’ambiente in cui siamo profondamente immersi. Ecco un’altra mediazione. La preghiera. Uno strumento tanto semplice quanto complesso. Preghiamo per la pace nel mondo, e creiamo guerra. Preghiamo per eliminare la fame nel mondo, e creiamo povertà. Preghiamo perchè un qualsiasi Dio aiuti le persone in difficoltà, e quando vediamo una persona in difficoltà non perdiamo tempo a girarci dall’altra parte. Riusciamo a delegare ad un essere divino, il nostro “essere umani”. Come per attestare la nostra inermità per cose generate dalla nostra stessa mano, e non dalla divina provvidenza.
Certo la povertà è Divina Provvidenza, certo la guerra è Divina Provvidenza, certo la fame nel mondo è Divina Provvidenza, certo il razzismo è Divina Provvidenza, certo i mille Olocausti sono Divina Provvidenza.

Ci siamo trasformati nel mostro contro cui ogni giorno inveiamo e cerchiamo di combattere, ma queste sono solo parole….

 

 

Cibal


La paura della diversità: una risposta valida a tutte le domande.

Quello che succede ormai da una vita, nel nostro paese ma sopratutto in tutto il nostro caro amato mondo, è sintetizzare una parte dei problemi, o quasi tutti, in determinate categorie che ci sembrano adatte a raccoglierli. Una sorta di risposta valida per tutte le domande possibili.
Nel corso della storia, non solo quella che si legge sui libri che ti fanno comprare a scuola, numerose sono le volte in cui questa tendenza dell’umanità si dispiegava liberamente con il tacito accordo di una buona parte dell’umanità che non era d’accordo. Il problema è che col passare del tempo si viene travolti dalla quotidianietà dei rapporti costituiti, del sistema già perfettamente strutturato e ti senti fuori dal coro quando noti, con amarezza, che le cose sono andate proprio nel verso in cui non dovevano andare, per buona parte delle persone come te.
Non è possibile ridurre, ad oggi, le problematiche sociali in un pentolone a cui attingere cercando la risposta adatta ad ogni occasione così da ottenere, specie sul piano politico, un consenso rapido ed allargato. Non a caso la logica del capro espiatorio è comune, più o meno, a tutte le ere umane, trascinando con sè una serie di eventi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli esseri umani, che scompare ogni qual volta emerge con forza quella voglia collettiva, involontaria ed insita in molti che fanno del “senso comune” la loro caratteristica peculiare, di ricercare un colpevole ai propri mali.
Non è poi trascorso molto tempo da quello che io definisco come l’evento simbolo di ciò che danneggia non solo quella che una volta veniva considerata la “Comunità“, che giorno dopo giorno ha lasciato spazio sempre maggiore alla “Società“, ma anche il senso della vita di ogni individuo che si trova ad affrontare i problemi moderni connessi alla vita: gli scontri e le proteste dei cittadini romani contro l’edificio, a Tor Sapienza,  che ospitava i rifugiati, al culmine, secondo il loro punto di vista, di una serie di eventi poco gratificanti da parte degli “ospiti” indesiderati.
Raccontare un quartiere di un’altra città, da parte mia, è difficile, e lo è per tutti quelli che non vivono in quei metri cementati. Raccontare seriamente, specie al giorno d’oggi, la problematica delle migrazioni che dal Sud del mondo si innestano in ogni direzione è ancora più complicato e chi vi dice che è semplice non può essere creduto. L’immigrazione e la città, intesa come luogo dove le relazioni sociali pian piano hanno perso di significato, rimandano ad una serie di intrecci di fattori che spesso e volentieri vengono abbandonati per raccontare le favole, per sposare appieno le ideologie moderne, votate alla rapidità nella ricerca dell’unica risposta a mille domande, alla frammentazione dei rapporti che diventano sempre più precari, come le nostre vite.
Analizzare la città non è mai stato semplice, soprattutto ora che si fanno sentire le problematiche connesse proprio all’immigrazione, un fenomeno che spesso e volentieri viene denigrato facendo spesso emergere, in modo profondo, quel sentimento di supremazia della razza insita nella stragrande maggioranza delle persone. Un etnocentrismo radicale che spinge chiunque ad analizzare questi fenomeni sulla base della superiorità, morale, culturale e strumentale\economica, della propria “razza”.
Sono sempre stato abituato a guardare, al di là della mia attuale preparazione sociologica, ai fenomeni, dai più evidenti ai meno evidenti, cercando di non soffermarmi troppo sul risultato ma cercando di scavare oltre quel mantello spesso di superficialità, provando a ragionare sui motivi che hanno portato a quel risultato.
Ho imparato con gli anni a non fidarmi delle risposte di cui ho sempre bisogno
, specie se arrivano da chi crede che sia tutto semplice da spiegare. Allora, sempre di mia spontanea volontà, ho cercato di leggere oltre le parole descritte nei vari libri, ho cercato di spostare le tende che coprivano le mie finestre e che mi facevano vedere solo la mia stanza, e guardavo, guardavo all’orizzonte le città che si perdevano tra i paesaggi mozzafiato dall’alba al tramonto senza perdere mai di vista, davvero mai, l’orizzonte, l’unica linea che legava ogni punto di vista. Mi perdevo tra le mille sfaccettature del pensiero ed allontanavo sempre, questo è sicuro, ogni riduzione facilona delle problematiche a cui cercavo di trovare una soluzione. Oggi lo so, so che dietro al fenomeno dell’immigrazione non posso, e non possiamo ridurre il tutto alla faciloneria ideologica e politica degli xenofobi dietro l’angolo, ad ogni angolo di questo paese e di questo mondo.
Ho provato, invano, a far immedesimare chi ha una visione da “invasione” dell’immigrazione nelle vite di chi parte da paesi lontani, alla volta dei paesi industrializzati, cresciuti, pasciuti, ingrassati proprio sulle spalle degli avi di chi parte. Non ci sono mai riuscito e lo dico da tempo. Ho cambiato prospettiva. Ho provato a raccontare i sentimenti di un viaggio e di quanto una risorsa naturale come il mare, la distesa d’acqua salata, abbia un valore diversificato nel mondo. Svago, produzione di tranquillità peculiare di molte nostre vacanze mentre cimitero, ultimo respiro di chi getta il proprio cuore su quella barca che a stento può reggere una decina di persone lasciando tutti i suoi ricordi, cullati dalle famiglie che con sacrifici inenarrabili vendono di tutto pur di racimolare la somma adeguata per i vari Caronte che lucrano sulla loro sofferenza. Nemmeno mi è andata bene ma ancora oggi non mi arrendo.
Siamo abituati, sempre più, ad essere mediocri come i prodotti che produciamo.
Abbiamo, giorno dopo giorno, deciso di avvicinarci sempre più alle macchine piuttosto che alle persone, impauriti dalla contaminazione sociale ma vinti dalla pervasività tecnologica. Abbiamo costruito barriere invisibili che ci permettono di vivere arroccati in gabbie d’acciaio mentre attorno a noi il mondo continua a correre e la sofferenza cerca semplicemente una mano da stringere e le nostre sono sempre ferme su display senza sentimenti, colorati artificialmente senza emozioni.
Ci siamo immersi profondamente in ciò che abbiamo prodotto che non riusciamo più a provare compassione per un essere umano o animale che sia, vittima sacrificale della tanto santificata tecnologia. Proviamo più dispiacere per un graffio sul nostro smartphone, capaci di scenate da internati, senza versare una lacrima o darci da fare seriamente per evitare che esseri come noi, umani come noi, uguali, sì uguali, magari con una pelle diversa, più alti, più bassi, più magri, sì decisamente più magri, che a frotte chiedono il diritto sacrosanto alla vita, sì quello che noi oggi diamo per scontato. Non voglio nemmeno parlare di felicità, perchè ormai è un miraggio anche per noi, figuriamoci per loro che devono ringraziare, qualcosa o qualcuno sperando che almeno lui gli dia ascolto, se sono arrivati ad una certa età senza essere spirati prima.
Sin da piccolo mi sono sempre sentito un diverso, un diverso tra gli uguali.
La differenza è che io sono da questa parte del mondo, quel mondo che chiude gli occhi e continua a chiuderli perchè è sempre una convenienza. Io però voglio tenerli aperti, e voglio indurre ad aprirli anche ad altri che come me aspettano semplicemente quel cambiamento che sarebbe necessario a questo mondo.

Lo so, lo so sono un temerario in un mondo di omologati, di persone che si guardano negli occhi e si ritrovano sempre più uguali.
Io non dispero.

Cibal


La trasformazione valoriale in atto nella nostra società: ecco perchè si criminalizza il Sindacato.

 

L’odierna situazione della politica italiana apre le porte alla probabile, e già in atto, crisi di identificazione individuale sul piano della rappresentanza, sostanzialmente riferita alla politica o strettamente connessa al mondo del lavoro, quindi sindacale.
Il “nuovo” che avanzava, che ora governa senza il consenso derivante dalla tornata elettorale, ha esautorato gradualmente ogni sfera della società, cardini abbastanza solidi per sopravvivere a guerre, crisi e conflitti intestini, creando un vuoto di riferimento rispetto al nostro passato e investendosi, con piena volontà, del ruolo del messia, votato alla politica per inclinazione valoriale individuale.
Il governo dei “nuovi“, vestiti di giacca di jeans e pantaloni attillati così da richiamare a sè una generazione completamente assuefatta dai nuovi “vuoti” valori imperanti della società, pian piano ha cercato di continuare, questa volta però sul piano istituzionale, cioè da persone immerse nelle istituzioni e non come “cittadini” anti-sistema, la pratica del Movimento 5 Stelle: irrompere da “nuovo” sulla scena politica per tracciare un vuoto valoriale di riferimento rispetto alla classe che l’ha preceduto.

Questo senza dubbio ha portato, ed è palese, attraverso una dialettica meno violenta nei contenuti, ad attrarre l’elettorato “incerto” che era presente tra le file dello stesso Movimento ed, attraverso una pratica politica volta all’osmosi anche con le forze contrarie (sino alla sua comparsa), ha permesso la ricostruzione valoriale, prima sul piano politico (l’accettazione del tramonto delle ideologie), e poi sul piano sociale (deus ex machina, a cui siamo sempre stati abituati).
Investendosi della divinità ha permesso il risvolto, o il prodotto se volete, dell’ideologia: l’omologazione del pensiero “nuovo“, pragmaticamente e nella completa sostanza teorica, opposto al “vecchio”.
Non a caso la contrapposizione si attua dichiarando come “vecchio“, o in modo simpatico “gufo“, tutto ciò che si oppone alla loro visione del mondo, creando difatti una militanza inconsapevole ed onnicomprensiva nella società di tutti quelli che aderiscono, di sana pianta, a questo plesso di valori.
Il continuo riferimento alla caduta (secondo il loro punto di vista) della terminologia appartenuta ad una vecchia era politica e sociale, non fa altro che estremizzare ancora di più il “vuoto” valoriale che come un uragano ha investito soprattutto la nostra nazione. La caccia al capro espiatorio “istituzionale” è partita, la caccia ai colpevoli che ci hanno portati sul ciglio del burrone ha diversi “padri” e neanche così tanto moderni.
Il lavoro, o per meglio dire il mondo del lavoro, è vero è cambiato in modo profondo ma nella direzione che già qualcuno, criticato troppo e male, aveva previsto (non è difficile capire chi).
La differenziazione del lavoro ma di più il modo di produzione capitalistico che ne è la patologia, ha permesso al “padrone” di estirpare la dignità nella parola lavoro.
In Italia soprattutto, sto notando, cresce una “nuova” generazione che si avvicina all’analisi della propria società e del mondo del lavoro senza utilizzare adeguati punti cardinali, rappresentati dai libri di persone che cercavano di interpretare il contesto in cui vivevano, analizzando la profonda disparità delle condizioni di vita nell’umanità, dove una parte di essa viveva, oggi più di ieri, sulle spalle dell’altra parte, sfruttata e vilipesa continuamente.
Libri che mi hanno aiutato a comprendere quanto sia complessa l’analisi dei fenomeni sociali e di quanta complessità sia carica la natura umana, corrotta in modo totalizzante dalla logica del profitto.
Rimango basito, come se fossi un vecchio partigiano che accarezzando ogni ruga del suo viso si sente disorientato, davvero tanto, guardando quanto i suoi sforzi non siano bastati a cambiare quella società che annullava l’individuo perchè non si adeguava all’ideologia dominante, che annientava l’individuo che voleva colorare quella brutta camicia nera perchè sosteneva la diversità come punto di forza.

Una generazione che ha paura del passato politico di questo paese perchè qualcuno ha detto che il passato è brutto, che ciò che è vecchio è cattivo e sporco mentre il nuovo ha un nuovo “slang“, nuove parole, nuovi modelli di riferimento, e quindi ciò che circolava prima diventa incomprensibile, perchè parla di cose che oggi si pensa che non ci siano, mentre basterebbe scavare un pò di più e meglio per capire che tutto ciò che c’era prima oggi non è scomparso ma si è trasformato, si è adeguato.
Il padrone c’è sempre ed è diventato sempre più forte, anche il lavoratore c’è sempre ma è sempre più debole ed omologato, ma non basta. Serve che si pieghi al servizio del profitto anche lui, senza però beneficiarne.
Non è poi così difficile capire che in Italia è in atto una delegittimazione del Sindacato, che altro non è che uno strumento di difesa dei lavoratori. In questi anni ha sbagliato, certo, non c’è ombra di dubbio ma anche la politica, però di abolizione della politica nessuno ne parla, perchè alla politica interessa l’abolizione del dissenso non della sua esistenza.
Non è possibile pensare che il Sindacato abbia le principali colpe di questo paese e di questo modello produttivo, e se lo si pensa si è o in errore o nell’interesse di voler, più di prima, rendere inoffensivo ogni lavoratore nelle mani del “padrone”.
Mi preoccupa, mi preoccupa davvero tanto, pensare che miei coetanei (ho 27 anni) pensino davvero che il Sindacato non possa più servire, che sia superato, che abbia le principali colpe nella precarizzazione del mondo del lavoro e lo dico non avendo mai avuto una tessera sindacale.
Preoccupa perchè, involontariamente(senza pensarci spero), si vuole rendere sempre più anonimo questo mondo, che già il capitalismo ha mercificato profondamente, rendendoci tutti schiavi del denaro.
Il Sindacato, che è fatto di uomini e donne, vecchi e giovani, pensionati e lavoratori, non è un’entità sovrastrutturale ma siamo noi, noi che solo unendoci abbiamo la possibilità di far valere i nostri diritti, inalienabili.

 Cibal


Stefano Cucchi: un invisibile che muore due volte.

È un paese, il nostro, capace ogni volta di stupire e di catturare l’attenzione di chi ci osserva sia da lontano che dalla prospettiva interna, la nostra.

Ogni nazione, in proprio seno, ha profonde contraddizioni, figlie di processi storici abbastanza controversi, che inevitabilmente segnano anche la storia di questo paese. Non è oggi che scopriamo l’immensa incoerenza insita in ogni aspetto della vita democratica di un paese abbastanza vecchio come il nostro e non sarà di certo solo questa sentenza di oggi a definire la fine di queste situazioni che lasciano quella dannata sensazione di amaro in bocca e che evidenziano un difetto di forma, proprio della struttura democratica su cui si impianta anche la nostra storia repubblicana.
Lungi da me il commento “per convenienza” della struttura giudiziaria italiana, buona quando assolve chi ci piace e cattiva quando assolve chi non ci piace ma la mia intenzione è il superamento di questa dicotomia, secondo il mio punto di vista molto superficiale se non si giudica nella sostanza una sentenza invece di omologare il criterio del giudizio ad una sentenza ed il suo risultato ad ogni processo, che tradotto in parole semplici è “non tutti i processi sono uguali e bisogna giudicare non il risultato, cioè l’assoluzione o la colpevolezza omologati per ogni processo, ma la sostanza dello stesso, il vizio di forma e l’incoerenza insita nel cammino giudiziario del risultato”.
Quello che è accaduto oggi, da cui nasce l’esigenza, dal mio punto di vista, di un articolo che voglia vederci chiaro in questa sentenza che senza ombra di dubbio ha procurato non poco stupore, a mio avviso, anche negli addetti ai lavori, ha dell’incredibile. Rigettando il risultato della sentenza di primo grado, viene accertata e certificata in appello l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi i medici. Ora per vederci chiaro, sia nel mio discorso di prima, sia per quanto riguarda la sostanza del processo bisogna mettere in ordine ogni cosa, così da darvi oltre che il mio parere sui fatti anche la realtà dei fatti acclarati dalle carte del processo.

Stefano Cucchi è un cittadino italiano ed un essere umano, prima di essere “collocato” ,successivamente al suo arresto, dal senso comune tra le categorie dei reietti, tra le categorie di quelli di cui si può fare a meno, di quelli che insomma non servono ad un cazzo a questa società. Stefano aveva una famiglia normale alle spalle prima che la sua morte(questo giudizio di appello certifica che è si è autolesionato dato che non ci sono colpevoli) lo reintegrasse nella società come un essere visibile, da morto, perchè da vivo Stefano era uno di quelli che chiamano invisibile, uno che ti passa accanto e nemmeno ti accorgi della sua esistenza, come tanti altri a questo mondo. A parte la passione per la boxe, prima della sua morte Stefano cominciò ad avere seri problemi con la droga, una dipendenza che porterà lui come altri a stretto contatto con la realtà delle comunità terapeutiche.
Il 15 Ottobre del 2009 la vita di Stefano cambierà per sempre, ed anche quella della sua famiglia. Viene arrestato dalla Polizia perché in possesso di sostanze stupefacenti e quindi preso in custodia fino al processo per direttissima il giorno dopo. È proprio il giorno dopo a mostrare già uno Stefano diverso rispetto al giorno precedente, infatti mostrava i primi segni di percosse evidenti, rese ancora più evidenti dal suo fisico molto ossuto e dalla sua carnagione abbastanza chiara. Ematomi agli occhi e difficoltà a camminare erano i segni abbastanza evidenti della diversa condizione di salute rispetto al giorno prima. Viene inviato al carcere di Regina Coeli in custodia ma le sue condizioni peggiorarono tanto da indurre il personale del carcere a farlo visitare rapidamente all’Ospedale Fatebenefratelli dove verranno riscontrate, a referto, numerose fratture, ecchimosi evidenti in tutto il corpo ed un’emorragia alla vescica che non portarono ad un suo ricovero forzato nella struttura, dato che egli stesso rifiutò il ricovero. Le sue condizioni di salute continuarono a peggiorare ed il suo corpo ormai era ormai diventato una semplice copertura di pelle alle sue piccole ossa. Stefano muore nell’Ospedale Pertini, il 22 Ottobre, appena una settimana dopo il suo arresto, da solo, perchè la sua famiglia verrà informata solo per l’autorizzazione da parte degli organi competenti alla sua autopsia.

Questa è la storia di Stefano ed è finita, è finita una settimana dopo il suo arresto, all’interno di una camera mortuaria era visibile il suo corpo ed alcune fotografie, ancora reperibili in rete, dimostravano l’abomio subito dal suo corpo, che ha retto fino a che ha potuto, poi si è lasciato andare alle spalle la vita.
L’altra storia invece, la storia di quelli che in maniera vile e in modo ancora più barbaro l’hanno mandato all’altro mondo viene riesumata oggi, dopo la sentenza di appello che li riconsegna alla società, in attesa del terzo grado di giudizio, come innocenti, in tutto e tutti. Come se, barbaramente e con una forza che a guardare quel corpo ti pare impossibile immaginare, quella violenza, tutti quei segni di violenza Stefano se li sia procurati da solo. Si anche quelli dietro la schiena, in prossimità della spina dorsale, probabilmente facendosi prestare una mano, ma credo più di una ed anche qualche piede, dal suo amico immaginario.

Si pensa troppo spesso che la condizione umana, ed il suo corso, debba essere sempre legata indissolubilmente allo status ricoperto dagli stessi nella società.
Anche per questo ho creato questo spazio virtuale, semplicemente per continuare a considerare gli esseri umani irrimedialmente con gli stessi diritti, ma non per questo con doveri diversi, senza alcuna distinzione, nemmeno di status. Per questo sottolineo e continuo a pensare che la colpa di Stefano, prima e dopo la sua morte, sia stata di appartenere alla categoria degli invisibili, strettamente connessa alla condizione di drogato.
Gli invisibili sono ovunque e lo sappiamo, solo che per noi non fa nessuna differenza perchè evitiamo di guardarli, di prestare loro attenzione, di considerare il contesto in cui vivono, il loro retroterra culturale e sociale, per poi osservarli vittime di un meccanismo più grande di loro, dove vengono schiacciati ed imprigionati in quelle incoerenze proprie del circolo democratico che molto spesso presenta delle falle, mai risanate.

A Stefano Cucchi, a Federico Aldrovandi, a Giuseppe Uva ed a tanti altri nomi, divenuti inchiostro nero tra le pagine di articoli di giornali dopo le loro assurde morti, dovremmo solo chiedere scusa per non averli aiutati in vita e non averli rispettati da morti perchè ad una parte consistente di questo paese, di questo ormai marcio paese, non interessa più la verità perchè loro Sono nati, cresciuti e presumibilmente moriranno nella finzione.

 

Hey you! Don’t help them to bury the light Don’t give in without a fight.”

 

 

Cibal


Dall’ombrello al manganello: come cambiano le Tutele crescenti.

 

A pochi giorni da una delle pagine più brutte degli ultimi 10 anni della Democrazia Italiana, penso sia arrivato il momento delle scelte e di far capire, una volta per tutte, da che parte sta il governo, quello degli slogan per intenderci.
Ci sta tutto il discorso di un irato Landini, segretario della FIOM, quando dice che è arrivato il momento di dire Basta, Basta agli slogan a cazzo, perchè non è possibile assistere inermi ad uno spettacolo davvero triste, quello che ha visto per vittime dei poveri lavoratori che manifestavano semplicemente per la loro dignità, per riappropriarsi degli spazi che gli hanno tolto con la forza.
Si è davvero arrivati ad un punto di non ritorno.

Non basta la contrapposizione, a mio avviso prettamente ideologica e passatemi il termine supponente, del governo che istituisce in fretta e furia un convengno “per discutere del mondo del lavoro, delle nuove frontiere del lavoro” e lo fa proprio nel giorno in cui viene indetto lo sciopero generale delle parti sociali, della CGIL in praticolare con il supporto delle altre sigle sindacali ad essa collegate, in particolare la FIOM. La continua denigrazione di chi manifesta, dinanzi ad una recessione senza fine, dinanzi al continuo asservimento ai ricchi imprenditori, chiamati in causa sempre ma non per chiedergli il conto, senza fargli notare che la maggior parte della colpa è loro, che in questi anni hanno solo saputo distrarre risorse verso gli arcinoti paradisi fiscali del lavoro, invece di investire in Italia.
La denigrazione continua imperterrita, strutturando quel circolo vizioso che porta a connotare chi manifesta per un diritto un gufo, chi rema contro perchè, in fondo, le cose girano bene, sono i gufi che hanno i paraocchi e che vogliono solo sollevare il polverone contro il governo dei governi, tanto grande, tanto buono, tanto preparato da non essere mai passato dalle urne.
Allora l’episodio dell’altro giorno, quelle manganellate sono semplicemente il risultato di politiche scellerate, politiche che non stanno facendo altro che re-istituire il pieno potere nelle mani del “padrone“, oggi termine tornato di moda, come a sottolineare la piena proprietà del capitale umano a sua disposizione. E’ inutile parlare di battaglia ideologica sull’articolo 18, quando la sua abolizione è strettamente collegata a quel processo di ri-attribuzione dei pieni poteri all’interno del ciclo produttivo al proprietario della forza lavoro, che sino ad ora, come ho ricordato, ha saputo solo svilire il lavoro, ha saputo solo allontanare i propri interessi verso i luoghi che gli potessero permettere un maggiore surplus.

Ed il governo che fa?

Si allea proprio con questa masnada, con la giustifica del “dove vogliamo arrivare“, “il lavoro a tempo indeterminato non esiste più, per colpa del mercato“. Tutto giusto, ma perchè la retorica appena menzionata non prevede il dialogo con chi la pensa diversamente? Perchè questa nuova ideologia galoppante della “precarietà totale” non investe anche il mondo politico e quegli esponenti che si sollazzano parlando della precarietà del lavoro mentre a loro viene “donato” il lavoro a tempo indeterminato per antonomasia? Perchè questa precarietà conclamata è alla base di un progetto politico di sinistra quando invece dovrebbe essere nelle mire progettuali degli esponenti della destra?

Ora è arrivato il tempo delle risposte non dei rinvii. Non è più possibile mantenere sul ciglio di un burrone più nero della mezzanotte un’intera comunità che, utilizzando un concetto di Fanon, invece di combattere contro il suo vero nemico porta la guerra dentro di sè, sollecitata anche dai soliti imbonitori, buoni solo ad ingrassare i propri interessi ed i propri privilegi.
Così il nemico cambia per convenienza. Il nemico è il vicino che è di colore, perchè dalla Tv quello con la solita maglia verde mi dice che mi ruba il lavoro, che è un criminale, che vuole le mie donne, che insomma vuole fregarmi e che se ne deve andare al paese suo, perchè qua si sta rubando i miei soldi, i soldi che lo Stato gli dà per stare qua.
Poi spara a zero su quelli del Sud, altri nemici in casa. Loro stanno sotto i neri, i neri non li supera nessuno anche perchè senza fare un cazzo so peggiori di chi ha rubato qua. Figuriamoci peggiori pure dei mafiosi che secondo qualcuno hanno una loro “morale”. Dicevo, quelli del Sud. Si quelli non vogliono lavorare, per niente proprio. Non pagano le tasse, sono sporchi, cattivi, e tutti criminali. I napoletani soprattutto a detta loro, loro che sono i purificatori che continuano ad investire soldi pubblici in diamanti o che fanno votare il Trota, capace solo di comprare una laurea in Albania.

Ad essere picchiati l’altro giorno sono stati i lavoratori, ecco, è questo il problema qua in Italia. Si possono distrarre i capitali, si possono avere case bellissime a nostra insaputa, si possono fare accordi di Stato con i mafiosi che hanno fatto saltare in aria tante persone per-bene, si possono non pagare le tasse e poi magari con una stretta di mano accordarsi con lo Stato e tornare a sedersi su una bella moto per essere il campione di sempre, però essere lavoratori no, non va bene, cioè si va bene ma se fai quello che dicono loro. Quindi zitto e lavora e non importa se il padrone vuole che torni a lavorare come i nonni dei tuoi nonni, non importa perchè è lui che decide, lo ha pure detto il Governo. Il fiorentino mica ci parla con voi, lui si attornia di gente colta, mica come voi, gente che sa che cosa è la crisi economica perchè l’ha letta sui libri, gente che sa come funziona un’azienda perchè ne ha parlato ai convegni, gente che sa come si avvia la catena di montaggio perchè ne discute ogni giorno nei salotti con gli altri simili.
Quelle manganellate le hanno prese dei lavoratori inermi, con il solo scopo di farsi portavoce dei diritti di tutti, ma dalle loro teste, il dolore si è diffuso a tutti quelli che, almeno con il cuore, erano là con loro. Quella battaglia dovrebbe essere la battaglia di tutti noi, per il ritorno della considerazione della dignità del lavoro e di chi lavora, oltre il profitto, oltre il guadagno, ci sono persone che, come tutti, vogliono semplicemente vivere. L’unico sostentamento che porta alla soddisfazione dei bisogni, oggi per l’uomo, è il denaro e senza lavoro denaro non ne arriva.

Quegli uomini, quelle donne combattono per la loro vita, perchè la vita viene dal lavoro.

 

 

Cibal


Dissesto italiano: le tragedie e le parole del “giorno dopo”.


Non sarà l’ultima tragedia, e nemmeno la prima, a cui dovremo assistere inerti, senza poter cambiare qualcosa.

Ormai è questa la frase a cui dobbiamo abituarci ogni volta in questa nazione ed è la frase che, con lungimiranza, aveva affermato la maggior parte dei cittadini italiani appena tre anni fa, come di consueto.
La tragedia di Genova, che si è ripetuta nuovamente dopo quella del 2011, continua a sottolineare una cosa più di tutte le altre: in questo paese si è lucidi nei giorni appena dopo una tragedia.

È davvero un paradosso. Da una parte l’operosità di una città che non si stanca di rialzarsi, con i suoi cittadini che spalla a spalla si aiutano a vicenda, condividendo sempre il solito orrore dinanzi alla devastazione di quel fiume di acqua e fango che non si ferma dinanzi a nulla, dall’altra parte invece l’impassibilità, la scarsa concretezza di una politica che continua ad offendere nella dignità i propri figli, coloro i quali rendono quelle persone capaci di sedersi in quelle comode poltrone di pelle, sempre più lontani dalle cose reali, dalla città che cerca, dopotutto e dopo ogni tragedia, di rialzarsi perchè quando si è toccato il fondo non è possibile andare ancora più giù.
Il copione è sempre lo stesso. Giovedì notte si è intuito profondamente che davvero sarebbe stato  lo stesso quel copione, come tre anni fa, sempre nella solitudine.

L’acqua continuava a scendere copiosa, senza sosta. I torrenti che cingono ed attraversano la città continuavano ad ingrossarsi, anche loro senza sosta. Il risultato è semplice e si è ripetuto anche in questa tragica occasione.
Quel fiume di acqua scura e fango inizia a superare quegli argini, troppo teneri ed indifesi, e lentamente il suo letto cambia, non è più un piccolo corso racchiuso tra quei sottili argini, ma il suo letto ora è la città, le strade cittadine e non si ferma. Ogni cosa che incontra è persa, persa tra le sue onde, tra la sua forza devastatrice e quello che puoi incontrare per strada. Fermarlo è impossibile e così ti ritrovi a non saper che fare. Strade inondate, garage devastati, negozi divelti e spogliati di ogni bene da quel fango che non lascia superstiti. La forza di quell’acqua scura è impressionante.

Lo sanno bene quelli di Genova ma anche quelli di Sarno, quelli di Olbia\Nuoro, quelli di Grosseto, quelli in provincia di Messina, in Romagna, in Piemonte, in Calabria, in Versilia e potrei continuare all’infinito. Lo sanno anche chi era al governo in quel tempo e chi lo è oggi. Lo sanno perfino le pietre, che lente ed indolenti vengono trasportate da quella massa informe di acqua scura, cambiano dimora, si spostano e con esse si sposta il nostro territorio.
Dicono che sia la cementificazione, dicono che sia l’assetto urbano ad aver cambiato la geografia italiana. Terre su terre scomparse per far posto a cemento su cemento, case su case. Troppo per un paesaggio che pian piano scompare.
La notte passa ed intanto passa anche il tempo.
Tre anni fa sì, ma la piena che ha portato morte e distruzione a Treviso pochi mesi fa? Ad Ancona? A Modena?

Il giorno dopo è passato, ed è passata anche la tragedia vissuta in prima persona da molti cittadini.
I problemi intanto restano e resta un territorio troppo spesso martoriato e poco importante nella logica economica italiana, come tutto del resto. Si parla di lavoro ed intanto c’è chi sul lavoro muore per le scarse condizioni di sicurezza. Si parla di ripresa economica, di tasse, ed intanto c’è chi, oberato dalle problematiche economiche si lascia andare a gesti sconsiderati, preferendo la fine della propria vita, come unica soluzione.
Si parla di piano casa ed intanto c’è chi muore sotto le macerie per un dannato terremoto e perchè quella casa non era a norma. Si parla di istruzione e c’è chi muore sotto le macerie degli edifici scolastici fatiscenti, o chi muore nelle case dello studente, come a L’Aquila. Si parla di sanità e c’è chi muore sotto i ferri o chi muore per la superficialità del comparto sanitario. Si parla di territorio ed intanto si muore, ancora, sotto il fango, quell’immensa distesa di fango.
Si parla, quando si dovrebbe iniziare ad agire, perchè qui si muore e si continuerà a morire se non si metteranno da parte le parole.

Si parla, il giorno dopo, ed intanto si muore.

Cibal


Le illusioni di una generazione

Illusione

 

Era già da un pò che avevo voglia di analizzare quelle che io chiamo “Le illusioni della mia generazione“, cercando di comprendere cosa ci sia di cosí diverso oggi dalla spensieratezza che emergeva sempre dai racconti dei propri genitori che avevano la possibilitá di vivere completamente la propria vita, senza essere sempre in relazione ad un contesto in difficoltà e troppo vasto in cui è difficile comprendere il proprio ruolo ma dove è semplice capire di essere vittima della voracità di pochi, dovendo ogni volta rivoluzionare i propri obiettivi perchè il contesto si è trasformato completamente.
Capita spesso, se non sempre, di volgere il pensiero verso il tempo che è stato dei nostri genitori o per meglio dire, il tempo delle generazioni che ci hanno preceduti. Con altrettanta facilità si strutturano confronti con quelle generazioni su alcuni fattori che caratterizzano le nostre vite, in genere, veri e propri capisaldi ancorati alla vita stessa, quindi casa, lavoro, e collegati indissolubilmente a questi, spesso come il risultato di un processo lungo e tortuoso, ci sono la serenità e soprattutto la felicità.

Capita poi di dover destrutturare le proprie aspettative, tutte costruite attorno alle favole di quei tempi, il lavoro a tempo indeterminato, il lavoro statale che ti abbraccia dalla culla alla tomba, avere il tempo di coltivare con calma e pazienza i propri sogni, avere una bella famiglia e passare un pò di tempo in più con i propri figli.
Risulta, quindi, davvero difficile trovare un punto d’incontro tra questa e quelle vite senza intenderci, tutti, immersi in un mondo che va troppo veloce per noi. Non è tanto rintracciabile nella modernità questo carattere dinamico del mondo ma nel fallimento di quella struttura costruita sulla possente base del capitalismo, che trasforma tutto in merce. Le parole d’ordine che dovrebbero essere i capisaldi di uno sviluppo certo come merito ed uguaglianza sono state, anno dopo anno, barattate per l’ingordigia e l’avidità e quando queste sono divenute devastanti, ogni struttura od istituzione si è così riempita di superficialità, caratteristica principalmente collegata ai nuovi valori imperanti nella società.
Anche l’Università, essendo istituzione, si è trasformata in una fabbrica di sapere omologato, iperselettiva e vanesia sino al punto di tenersi i peggiori e cacciare i migliori , che spalle al muro venivano e vengono tutt’ora accolti dalle Università del mondo, estasiate dalla stoltezza italiana.

Il sapere è sotto il giogo delle élites accademiche.
Da Universitario quale sono, la mia riflessione risulta molto più semplice.
La comparazione tra il prezzo che si paga per un bene e la sua qualità, nell’Università, risulta alquanto indecorosa.
Soprattutto negli ultimi anni le Università si sono trasformate in bancomat mangiasoldi senza trasformare questi in possibilità concrete di vedere realizzato, o almeno iniziato, nella sostanza, quell’investimento. File indecorose, paragonabili a quelle della “social card”, per attestare che tuo padre è un morto di fame e quindi tu meriti la borsa di studio e non quello avanti a te, che ha un padre che lo fa mangiare giusto un pò in più, ma troppo per prendere la borsa di studio.
Eppure il prezzo della tassa regionale al diritto allo studio si è impennato del 120 per cento, gravando in modo esagerato proprio su quelle famiglie, escluse al fotofinish per la borsa di studio.
Così l’Università da bene pubblico, si trasforma in bene per pochi, solo chi può permettersi quei costi può entrarci, è solo per chi riesce ad ottenere per un pelo la borsa di studio (dimostrando a libretto di poter mantenere quella borsa di studio, altrimenti si deve arrangiare). Quindi ti devi arrangiare se un prof. ti prende di mira ed invece di utilizzare una scala di valutazione che va dal misero 18 al fenomenale 30 decide che la tua preparazione è a-valutativa, in questo caso “scarsa”, la tua storia alle spalle, i tuoi sacrifici, il tuo impegno passano in secondo piano e l’importante è che tu ripeta un esame 10 volte, senza intuire che c’è qualcosa che non va se ci sono tanti, troppi “suoi” studenti che quell’esame non riescono a superarlo.

Il risultato di tutto questo è semplice.

Criminalizzare gli studenti è stata sempre la strada più semplice da intraprendere per giustificare i numeri indecorosi dell’istruzione italiana, senza guardare al poltronificio creato ad hoc per accontentare gli amici degli amici, per ammansire quegli intellettuali che con unghie ben affilate proteggono le loro poltrone e che potrebbero rappresentare una minaccia per la stabilità del sistema.

Come è possibile che in tutti questi anni, non si sia fatto nulla per evitare l’emigrazione quasi totale del capitale umano prodotto a fatica da Università sempre meno pragmatiche in termini di sapere? Cosa c’è dietro alla mediocrità dell’Università pubblica italiana o il tutto deve essere sempre risolto nella constatazione di un privato, in Italia, sempre più avvantaggiato e reso invulnerabile dai favoritismi della politica arraffona e corrotta fino al midollo?

Pensate mai a come farete per sostenere tutte queste spese quando toccherà a voi costruire una famiglia col sudore della vostra fronte?

Io alle volte ci penso, forse troppo spesso, e le reazioni del mio corpo sono le più svariate. Mi gira spesso la testa perchè quando guardi nel vuoto non riesci proprio ad orientarti, hai perso ogni riferimento, quei riferimenti dove sei cresciuto con la tua famiglia e quindi inizi a perdere la percezione della realtà. Cerchi distacco ma sai di essere legato a quella vita, ma non sai quando ci sarà quella tremenda rottura rispetto al passato. Quel giretto ogni tanto per far passare quel disorientamento, quel gelato per raffreddare i pensieri più caldi e più persistenti che continuano a non dare tregua alla tua vita.
Il futuro oggi è quel vuoto, dove sai di non poter trovare nemmeno un appiglio, e l’unica cosa che ti è rimasta è paradossalmente la tua persona e la tua tenace voglia di galleggiare, ancora per un pò, centimetro dopo centimetro cercando di emergere da quella grande distesa di incertezza. Sai quanto vali ma non sai se è il tuo momento e fuori tutto è buio. Guardi chi prima di te non ce l’ha fatta e ti domandi cosa mai avrai di più tu per arrivare a quel traguardo. Ti siedi, mentre ancora la testa gira, e cerchi di concentrarti almeno sulle certezze, quelle che stenti a trovare.

Tu che sai fare?
Bah, a parte aprire un libro, leggerlo, impararlo e ripeterlo all’infinito per poi dimenticarlo rapidamente dopo aver sostenuto l’esame, proprio niente.

Sai scrivere?
Bhè me la cavo, ma niente di eccezionale a mio avviso, certo ho visto anche gente peggiore ma continuano a dirmi che anche il mondo dell’editoria è in crisi e che se non ti metti a quattro zampe e con un cappotto bello pesante sulle spalle non vai da nessuna parte.

Cibal


La degenerazione del regime Democratico: sovranità del popolo non fa rima con Democrazia.

 

Quando si parla di democrazia risulta davvero molto semplice richiamare un’idea per esemplificare questo concetto, ma in realtà questo è più difficile di quanto si pensi e trovarlo nella realtà è ancora più arduo.
In genere il concetto di democrazia è spesso associato ad un’idea distorta di società all’interno della quale dovrebbe regnare l’uguaglianza, la libertà, e la supremazia dei diritti, quelli inalienabili, quelli che non puoi scindere dall’idea di uomo, di essere umano, od essere vivente.
In realtà il concetto è molto distorto ed oggi trovare effettivamente il reale significato di democrazia in ogni stato “democratico”, quindi in ogni democrazia perfetta, è un compito alquanto arduo.
Volgendo l’attenzione, per esempio, verso tutti gli Stati che compongono il continente europeo( e non solo, n.d.a.) si potrebbe notare la supremazia, almeno etimologica, della parola democrazia accanto alla forma di governo presente (parlamentare,presidenziale etc, n.d.a.).
Questo spesso e volentieri non comporta una reale presenza di questo concetto negli Stati dove vige questa forma di governo.

La democrazia nella sua accezione più comune assume il significato di “governo del popolo” e questo accade direttamente con appunto, le forme di governo dirette. Oggi però questo concetto è usato erroneamente per indicare un alto grado di uguaglianza sociale che domina ogni porzione dello Stato retto sulla forma di governo democratica.

Ma quanto è giusta una Democrazia?
Analizzando sommariamente, per esempio, la nostra nazione, quanto potremmo esser sicuri di trovarci immersi in uno Stato veramente giusto?

Lo Stato non è nient’altro che un apparato politico-amministrativo che detiene per sé l’uso legittimo della forza per permettere l’attuazione degli ordinamenti. L’aggettivo “democratico” accanto alla parola Stato, però, capovolge il significato del singolo significato della parola Stato.
La scelta tra un ordinamento o l’altro, sociale e governativo, è sempre stata oggetto dei dibattiti nei secoli da parte dei teorici politici che si sono affannati nella ricerca di una soluzione, un compromesso che non permettesse un accentramento esclusivo del potere sovrano. Gli eventi storici hanno portato alla supremazia, nella maggior parte dei casi, dell’ordinamento repubblicano, che di per sè doveva nascere come ordinamento che permettesse una maggiore considerazione del popolo, nell’ambito delle decisioni, ma che limitava, difatti, anche la totalità del potere nelle mani delle masse.

Noi siamo nati assuefatti dal regime democratico, credendo difatti di essere nati in una nazione in cui i nostri diritti valgono di più dei privilegi di pochi, però poi crescendo si capisce che un conto è parlare di “uguaglianza tra i cittadini” ed un’altra cosa è parlare di Democrazia come associata a quel diritto.
Per comprendere pienamente il mio discorso basta volgere l’attenzione alla nostra nazione( a cui è stato associata la parola “Partitocrazia“, nda) e così capire che tutte le mie considerazioni si sono generate proprio dall’incoerenza della struttura democratica: per ben tre volte consecutive il “popolo”, quello che in una Democrazia doveva essere considerato il protagonista, non è stato chiamato in causa per “eleggere” i propri rappresentanti.
Eppure siamo ancora qui, a discutere tranquillamente come se niente fosse, senza riuscire a capire di aver difatti abdicato, di aver completamente lasciato che il nostro diritto di scelta si trasferisse direttamente nei “decisori” che, anche loro tranquillamente, hanno scelto chi doveva essere considerato il reggente del “nostro” potere sovrano.
Per anni, anzi per secoli, con l’avvento dei regimi democratici si è sempre decantata la capacità di fruizione di quei diritti che prima, con i regimi dispotici, venivano strappati, non venivano proprio concessi per meglio dire, ai cittadini.
Eppure le differenze tra i cittadini sono aumentate, le differenze tra varie zone di una stessa nazione ancora di più, sia economiche che sociali e soprattutto strutturali, l’accesso al mondo del lavoro è divenuto più complicato e sono pian piano, diminuiti anche i diritti ad esso connesso.
Però, a differenza dei regimi dispotici, gli Stati Democratici hanno fatto sì che i cittadini potessero essere tutelati da una carta fondamentale, una Costituzione che potesse essere l’arma legittima che sancisse sia la tutela di quei diritti inalienabili, propri dell’essere umano dalla sua nascita e sia la tutela di quei diritti che derivano dall’appartenenza ad una determinata comunità.

Tuttavia ancora in questo frangente i miei dubbi permangono fortemente: come può una carta Costituzionale tutelare i diritti se sono poi gli uomini a doverli far tutelare? Infatti la Carta è un monito, rappresenta le coordinate da tenere presente in un regime democratico, e la tutela di quelle verità spetta sempre agli uomini ed è proprio per questo che si è giunti oggi, alla situazione odierna che più mi fa meditare sulle concrete paure mostrate ne “La democrazia in America” di Alexis de Toqueville.
Paure fondate sulla probabile degenerazione di quel sistema che si professa egualitario ma che può, ad oggi è già accaduto, trasformarsi nella “Tirannia della Maggioranza“, che agisce ,ammantata dal velo democratico, perpetuando i privilegi delle eterne generazioni dei decisori, mentre il popolo, credendo di avere ancora il potere di scelta è difatti esautorato della sua sovranità.

Siam proprio sicuri che la Democrazia è un “governo dal popolo, del popolo e per il popolo” ????

 

Cibal


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

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La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

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