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“Mettiamoci una pietra sopra” ma intanto su Napoli il fango già è stato buttato!

 

Nel linguaggio sportivo si potrebbe dire “if in doubt no flag” per indicare il comportamento dell’assistente dell’arbitro nel momento in cui si trova in una situazione di dubbio circa la posizione di fuorigioco di un giocatore di una squadra di calcio senza dover segnalare, quindi, la posizione di fuorigioco.
Volendo trasportare questa logica comportamentale nel mondo dell’informazione, potrebbe tradursi nella capacità di un giornalista di non pubblicare una notizia se questa è, oggettivamente, pregnante di dubbi.

La stessa situazione è andata in scena domenica pomeriggio allo stadio Tardini, dove uno spettacolo davvero indecoroso ha visto come protagonisti alcuni giocatori del Parma e del Napoli.
Il Parma, com’è noto, vive una situazione abbastanza surreale. Mediaticamente viene dipinta come vittima di uno scenario in cui i dirigenti ed i proprietari hanno lasciato l’intera società in balia dei curatori fallimentari, non avendo mai avuto già dall’inizio del campionato, a quanto pare, i conti in regola nel corrente campionato di calcio, eppure non si è mai nemmeno vista una squadra di calcio letteralmente “salvata” dalla Lega calcio per lo svolgimento delle partite fino alla fine del campionato.

La cronaca della partita la conosciamo ormai tutti.
Un Napoli svogliato e superficiale, come accade spesso in corrispondenza di partite giocate contro squadre che lottano per salvarsi, tenta in tutti i modi di vincere la partita ma non ci riesce. Il risultato quindi al termine della partita è fermo sul due a due, un pareggio che da una parte non cambia la situazione di una retrocessione nella serie cadetta già matematica, e probabilmente il Parma non sarà neanche in grado di iscriversi al prossimo campionato, mentre dall’altra parte questo pareggio rovina, in parte, le ambizioni di una squadra che da troppo tempo rincorre la zona Champions, non riuscendo mai a sfruttare un’occasione così importante.

Terminato il match poi va in scena un’altra partita.

Una partita che telecamere e voci di corridoio cercano di tradurre repentinamente cercando di strutturare come sempre la logica della vittima contro il carnefice.
Mirante artefice di numerose parate spettacolari si avvicina ad Higuain e probabilmente lo stuzzica per i numerosi tentativi dell’attaccante di segnare, prontamente respinti dal portiere di Castellamare di Stabia.
Il nervosismo accumulato per non aver avuto la meglio nei 90 minuti di una squadra fallita economicamente e retrocessa sul campo, fanno scattare la reazione del giocatore del Napoli.

Qui il frenetico lavorio mediatico prende pieno possesso degli eventi
e cominciano a fioccare indagini dal nulla. L’apice del surreale si tocca nel momento in cui arrivano ai microfoni il giocatore del Parma, Raffaele Palladino, e l’allenatore dei ducali, Roberto Donadoni. Si comincia ad accusare, senza far riferimento a nessuno in particolare, la società Napoli per un atteggiamento “schifoso”, definito tale a più riprese dallo stesso allenatore.
Quello che gli emiliani contestano è che il Napoli “si aspettava che il Parma, già retrocessa, regalasse la vittoria”, come indicato in numerose interviste televisive dallo stesso allenatore Donadoni.
Accuse durissime e riportate da ogni emittente televisiva, ponendo in essere un comportamento antisportivo del Napoli. Complice anche il silenzio stampa dei partenopei, la versione dei fatti arriva solo dai tesserati del Parma ed allora rapidamente si struttura una situazione che vede il Napoli come il carnefice dei poveri giocatori emiliani.
Si sprecano parole di indignazione, si sprecano titoli pomposi sui quotidiani sportivi, si sprecano ore televisive volte a designare il Napoli come tutto ciò che non dovrebbe essere il calcio. Napoli viene definita come un’alcova, come spesso accade, di criminali anche in ambito sportivo.
Il Fatto Quotidiano non si ferma solo ad un titolo abbastanza dispregiativoI falliti danno una lezione di etica a chi chiagne, fotte e se ne fotte” ma cavalca l’onda della critica monotematica nei confronti di tutta Napoli, non solo sportiva, con un altro articolo questa volta denigratorio nei confronti del servizio di Alberto Angela in cui si raccontavano le bellezze di Napoli. Il Fatto quindi si sente in dovere di riprendere il servizio per poter dire che Napoli non è solo quello ma è soprattutto quello che ha raccontato Roberto Saviano attraverso le pagine ed i video di Gomorra, come se Napoli necessariamente non potesse essere bella senza esser dall’altra parte dannata.

Nel giro poi di poche ore lo scenario cambia
.

Donadoni rettifica le sue parole, “Non ho mai detto che il Napoli voleva che gli regalassimo la partita” e “Aprire un’inchiesta federale mi sembra esagerato”, cambiando difatti le parole a caldo che probabilmente aveva raccolto dal vento e quindi senza riscontri oggettivi aveva dato in pasto alle televisioni nazionali, facendo sì che tutti potessero buttare fango sulla società partenopea e di rimando anche sulla città.

Allora io mi chiedo semplicemente perché?
Perché quando accade una qualsiasi cosa Napoli deve sempre essere considerata l’emblema del male in assoluto? Perché è così faticoso verificare i fatti prima di dare in pasto all’opinione pubblica ricostruzioni fantasiose che non fanno che alimentare pregiudizi atavici nei confronti di un intero popolo?
E perché le scuse non sono arrivate? Perché questa volta non si sprecano parole di ferma condanna verso le persone che nel giro di 15 ore hanno lanciato pesanti accuse per poi ritrattare tutto?

Comunque vada, in ogni occasione, Napoli viene condannata sempre per i pregiudizi atavici di cui è portatrice sana da centinaia di anni, mentre tutti subito dopo se ne lavano le mani.

 

 

 

Cibal


Io non ci sto! Cori e striscioni fanno una nazione di fascisti.

Spettacoli come quelli andati in scena all’Olimpico di Roma, nella sfida di campionato tra Roma e Napoli, dovrebbero portare una parte di questo paese a riflettere più di quanto in effetti avviene, sul collegamento, mai forzato, tra il Calcio e la discriminazione, specie nella nostra cara nazione.

Essendo napoletano, qualcuno potrebbe pensare che le mie parole in queste pagine potrebbero essere “di parte” o subire l’influenza di un’appartenenza atavica, non solo ad un popolo ma ad un’identità che scorre nelle vene di chi respira la vita a sud di Roma, oppure ad un sentimento di vittimismo, definito da molti come connaturato al popolo napoletano, ma non è così.

Innanzitutto perché discriminare è un atto diretto che non dovrebbe essere considerato a seconda del contesto, e quindi non settoriale o riducibile, come invece è stato, e difatti continua ad essere, sancito attraverso l’abolizione delle sanzioni comminate alle società per i beceri cori che si levano dalle curve.
La discriminazione, quale che sia, territoriale, razziale, di genere, ha in sé una profonda problematica culturale, che difficilmente si può risolvere attraverso la volontà di differenziare i diversi tipi di discriminazione, come accade, apparentemente senza alcun senso, in Italia.
La problematica principale della discriminazione non è, a mio avviso, tanto riconducibile nell’essenza dell’azione discriminatoria: un coro offensivo, una frase ingiuriosa od altro, ma nella legittimazione di quelle azioni, attraverso il continuo silenzio delle istituzioni preposte al controllo ed alla sanzione delle stesse.
Non è la prima volta che cerco di analizzare fenomeni “tipici” della nostra nazione, spesso costruiti e strutturati all’interno di categorie culturali che dipendono fortemente dal modo in cui “si è fatta la nazione” e che rimarcano profondamente quella cesura irreversibile tra un’Italia del Nord ed un’Italia del Sud, presente ancor prima dell’unità amministrativa, politica e monetaria effettiva.
Questa discriminazione, che ancora oggi viene legittimata istituzionalmente, non nasce per caso e non muore solo all’interno dei contesti sportivi, soprattutto quelli legati al mondo del calcio.

Quello che però è andato in scena ieri sera è stato uno spettacolo ancora più indegno, vile e da codardi.

Essenzialmente per alcuni motivi fondamentali.
Innanzitutto gli striscioni hanno un loro senso nella maggior parte degli autori e soprattutto, cosa più preoccupante, nella mente di chi li ha letti ed ha tratto delle conclusioni errate.
Quindi una parte di questo “belpaese” ha trovato un senso logico, “lucrare su un funerale“, nelle parole di chi, indirettamente, aveva nelle sue intenzioni principali quella di colpire la mamma di Ciro Esposito, vittima innocente di un agguato, per difendere chi ha causato quella morte, un fascista che con quella manifestazione sportiva non c’entrava nulla.
È proprio qui la codardia di una schiera di delinquenti e di tutti quelli che hanno legittimato quel pensiero becero.

Quel “lucrare su un funerale” è un’accusa, innanzitutto, infondata, nella sostanza e nella logica.

Provate a pensare, per un attimo, cosa ha potuto pensare un adolescente allo stadio, cosa ha potuto comprendere un ragazzino davanti al televisore, provate ad immaginare per un secondo la ridondanza di quel messaggio che, non mi stancherò di ripeterlo, ha l’intento di colpire la vittima per santificare il carnefice.

Un messaggio erroneo.

Lucrare è un verbo che rimanda ad una logica di profitto, assente totalmente negli intenti della madre di Ciro Esposito, non a caso i proventi del libro andranno tutti in beneficenza. Non solo.
Mi è capitato in questi giorni di leggere molti commenti alle notizie che riportavano ciò sto cercando di analizzare in questo spazio virtuale, e con profonda sorpresa ho notato una completa adesione al pensiero, espresso da quegli striscioni, della stragrande maggioranza di tifosi, anche tra le fila dei supporter azzurri.
Il pensiero comune delUna mamma piange non scrive“, “Una mamma che perde un figlio si rintana, si chiude, non esprime pubblicamente nulla“, “Una mamma che perde un figlio non sorride“, “Quante altre mamme hanno fatto questo, quello e tutto il resto che ha fatto la signora Leardi“. Esprimendo, quindi, una profonda omertà mafiosa, l’omertà del “Zitta e soffri in silenzio“, “Che speri di ottenere con queste uscite pubbliche“.

È svilente, è davvero raccapricciante dover spiegare il senso delle azioni di quella madre, comprese solo da una parte di questo paese, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, e gran parte delle persone che ancora ha il fiato per criticare, sul problema della violenza in uno sport che dovrebbe diffondere i valori della sana e profonda competizione, basata sul rispetto degli avversari, del rispetto in generale e soprattutto sul problema della giustizia, perché ancora oggi, per quell’assurda morte, un vero colpevole non c’è.
L’unica arma a sua disposizione è il racconto, utilizzare le parole ed il ricordo come arma contro le ingiustizie e contro i vigliacchi, come quelli che hanno esposto quelle lettere, una dopo l’altra, su un lenzuolo bianco, legittimate da una maggioranza vigliacca ed ignorante.
Le stesse parole, da una parte osannate e dall’altra criminalizzate. Le parole degli assassini e quelle delle vittime, su un ring senza esclusioni di colpi, con il pubblico che come sempre si schiera dalla parte sbagliata.

È un problema culturale, più che superficiale, un problema che non abbraccia soltanto il territorio sportivo ma travolge l’intera società, una società che troppo spesso si appoggia su valori condivisi dopati da ideologie senza senso e violente. Raccontare è l’unico strumento per combattere il messaggio mafioso dell’omertà, tacere non è più un obbligo, e dobbiamo urlare a tutti quanto ci fanno ribrezzo quelle persone e le loro parole.

 

Cibal


“Sin prisa pero sin pausa” ma intanto il tempo se ne va!

 

La svolta non c’è stata. Niente da fare nemmeno in casa, dinanzi al proprio pubblico che, seppur in un numero ridotto senza precedenti in questi ultimi due anni sotto la guida di Benitez, non si è risparmiato per tutto il match nel sostenere i propri beniamini, tranne poi esplodere a giochi conclusi con i fischi del tutto giustificati.
Così non va ed è sotto gli occhi di tutti. Nei primi 25 minuti tutto faceva pensare ad una goelada, una svolta, quella svolta che doveva buttare dietro ogni pensiero cattivo e tutte le voci di uno spogliatoio ormai rotto e le voci della difficoltà tangibile di riassestare il tutto da parte di mister Rafa. Alla prima incertezza ecco cadere quel castello di sabbia, troppo leggero per reggere un modestissimo Palermo che, dopo aver subito senza batter ciglio un uno due napoletano, subito è passato alle contromosse semplicemente utilizzando un modulo meno offensivo e più contenitivo, rimontando per ben due volte lo svantaggio. Il primo gol di Belotti ha riportato sulla Terra l’undici partenopeo che poi non ha più saputo mantenere la tranquillità di una grande squadra, quella che riesce a gestire un doppio vantaggio, quella che da anni a Napoli attendono ancora. Prima della fine del primo tempo di nuovo in vantaggio e poi raggiunta una volta ancora durante il secondo tempo.
Per il Napoli questa era la partita della verità.
Oggi parlare di crisi non è più avventato, anche perchè la Juventus e la Roma sembrano appartenere sempre a pianeti differenti rispetto alle altre contendenti del campionato italiano. La crescita della Roma in questi due anni è stata esponenziale ed è evidente la capacità di divorare ogni zona del campo da parte degli uomini di Garcia. Invece per la Juve si pensava ad un passo indietro dopo l’addio di Conte ma così non è stato, infatti Allegri ha subito apportato modifiche nel gioco, migliorando difatti il possesso palla, unica pecca del gioco devastante di Antonio Conte. Il Napoli, invece, è mancato e le cause non sono riconducibili ad una sola problematica.
Il mercato continua ad essere il limite di questa squadra. Nonostante la persistenza, rispetto all’anno scorso,  dell’appeal europeo elevato con l’arrivo di mister Benitez e giocatori di livello superiore come Higuain, Callejon ed Albiol, portatori sani di esperienza internazionale, sembra sempre che manchi qualcosa di necessario per un salto tra le grandi. Probabilmente la partenza di un elemento carismatico per tutta la squadra come il portiere Reina ha significato una minore compatezza interna dell’organico, che sembra ancora più sfaldato dalla continua inesistenza caratteriale e tecnica di capitan futuro Hamsik, che non ha ancora, e probabilmente mai avrà, il carattere del trascinatore. Sicuramente il cambio di modulo e probabilmente ancora l’incertezza derivante da un infortunio smaltito male a livello mentale hanno contribuito al suo difficile reintegro pieno e completo nei meccanismi della squadra.
I nuovi arrivi sembrano troppo timorosi ed a tratti non sembrano avere la piena adattabilità nel nostro campionato, sia dal punto di vista tecnico e sia dal punto di vista atletico, nonostante il nostro campionato sia in profonda crisi rispetto agli altri europei. Oltre tutti questi elementi bisogna sicuramente aggiungere l’assenza determinante di chi, come Higuain e Callejon e Mertens, ha contribuito l’anno scorso alla cavalcata in campionato, con record di punti e record di gol segnati. I limiti difensivi, però, permangono.
Dall’altra parte bisogna anche dire che Benitez è un tecnico troppo fedele al suo credo, nonostante l’evidente crisi di risultati contro avversari del tutto modesti. Non ricordo un inizio di campionato così leggero negli ultimi anni. Racimolare solo 4 punti, contro avversarie del calibro di Genoa, Chievo, Udinese e Palermo è davvero frustante per una squadra come il Napoli, che da anni gioca a fare la grande ed a costruire un progetto serio per rilanciare una realtà inimitabile al Sud.
Bisogna cambiare marcia e subito. Bisogna capire, ed anche il mister deve farsi un piccolo esame di coscienza, che cambiare strategia non significa per forza abbandonare i propri ideali anzi vuol dire maggiore capacità di comprendere e sintetizzare ciò che ci dice la realtà.
Considero Rafa Benitez un tecnico intelligente come pochi, con una spiccata capacità di leggere il calcio in un modo così completo che ti può spiazzare, però ora c’è bisogno di mettersi in discussione, c’è il profondo bisogno di cambiare registro e di mettersi in discussione, perchè già dopo la prima partita c’è stato chi ha messo lui in discussione. Non solo.
Anche nell’anno da poco concluso c’era una schiera, abbastanza folta, di suoi detrattori, nonostante i risultati sportivi sotto gli occhi di tutti. Vincere al primo anno un trofeo, seppur sottovaluto, come la Coppa Italia fa capire l’abilità di questo tecnico, troppo spesso bistrattato ma che ha dalla sua esperienza e risultati. Allora una svolta è necessaria, senza voler alimentare la presunta aria collerica che si respira nello spogliatoio corroborata da chi la stagione non voleva nemmeno iniziarla con questa maglia, perchè il Napoli non sarà una mai una grande squadra se non imparerà a sentirsi una grande squadra. Benitez in questo è un maestro, ora bisogna solo capire chi vuol essere suo allievo.

Cibal


La ricerca affannosa di un colpevole ma a perdere è sempre l’Italia intera!

L’Italia è fuori dai mondiali. Probabilmente la notizia ha fatto davvero tanto scalpore per il blasone che si porta dietro la nostra nazionale ma che da quel lontano 2006 stenta a confermarsi nei risultati europei, con le squadre di club, e mondiali, con la squadra nazionale.
Siamo usciti nel modo però più sofferente possibile, cioè senza nemmeno combattere, senza che nemmeno un giocatore in campo abbia avuto la voglia di mostrare rispetto per tutti quei tifosi che, come in ogni manifestazione calcistica, legano le proprie massime aspirazioni (magari sbagliando) a dei risultati, buoni o cattivi che siano. Tifosi che soffrono assieme alla squadra, che imprecano, che piangono e che gioiscono.
È finita nel peggiore dei modi ma, a dirla tutta, le sensazioni prima della partenza non erano proprio positivissime.
Mettici il coma profondo in cui versano le istituzioni sportive, troppe e troppo legate alle logiche delle poltrone, troppe e collegate indissolubilmente alla politica, in cui spesso si tuffano per riemergere come commissari straordinari o parlamentari\senatori ad hoc.
Mettici il grado di devastazione strutturale collegato ai nostri impianti sportivi, probabilmente tra i peggiori dell’area euro (in verità ora anche il Brasile ha stadi più moderni).
Mettici la crisi dei nostri club, indebitati per anni ed abituati a comprare a debito ogni “campione” per poi essere costretti più tardi a venderlo (per rimettere a posto i conti societari) a qualche sceicco con la passione del fantacalcio.
Mettiamoci poi anche lo scarso clima di protezione in cui si sentono immerse le famiglie quando vanno allo stadio, tanto da farle optare per un abbonamento a qualche fornitore di servizi televisivi via satellite, più comodo e soprattutto più sicuro.
Ecco il risultato, considerando tutto questo e legandolo al mal funzionamento dei settori giovanili che non permettono, difatti, la crescita di campioni in erba.

Però in Italia, in verità, funziona tutto diversamente. Da una parte ci sono i problemi e dall’altra le soluzioni, la buona coscienza del buon “cristiano” dovrebbe portare ad analizzare i primi( i problemi )e poi utilizzare le seconde( le soluzioni ) per riportare la situazione ad una condizione di equilibrio che fa bene innanzitutto a sè stessi, ma anche a tutti quelli che ci circondano e poi, perchè no, alimenta anche quel sentimento di attaccamento ad un territorio che atavicamente fa crescere in noi quella simpatia, quella gioia, quel fervore viscerale legato a dei colori secolari legati alla propria terra di origine, al di là del contesto a cui ci riferiamo, che sia sportivo o istituzionale, che sia sociale o culturale.

Dicevo che in Italia non funziona proprio così.
Certo, dico in Italia perchè in Italia ci vivo e spero davvero che sia una problematica solo relativa alla mia nazione, probabilmente che dipende da un certo limite alla crescita culturale e dalle fratture storiche ancora oggi presenti nel nostro paese.
Non funziona così perchè lo vedo tutti i giorni, e vedo ogni volta quella voglia estrema di ricercare un colpevole per tutto, quel compromesso tra la nostra innocenza e la colpevolezza altrui, che ci sia o meno poco ci importa, ma dobbiamo a tutti i costi trovare un colpevole a quel crimine, presupponendo che lo sia e dobbiamo esageratamente puntare il dito verso qualcosa, perchè abbiamo l’esigenza, quella sempre atavica, di sentirci innocenti, dalla parte della ragione e dalla parte della storia, che come si sa la scriviamo noi, noi che siamo i vincitori.

Questo è quello che è andato in scena subito dopo la fine misera della nostra nazionale al Mondiale ancora in corso in Brasile.

Sia gli addetti ai lavori( suoi colleghi compresi), sia l’opinione pubblica, sono stati concordi nel ritenere unico responsabile della disfatta nazionale l’attaccante Mario Balotelli, colui il quale era stato insignito più volte (da loro stessi), salvo poi ripensarci a seconda del suo comportamento non troppo “consuetudinario”, del titolo di “stella del futuro“.
Certo, innanzitutto, Mario Balotelli è un ragazzo che ha alle spalle una storia abbastanza complicata da raccontare in due sole righe, ma questa di sicuro non è una giustificazione a tutti i suoi comportamenti, buoni o cattivi che siano. Sicuramente, e senza ombra di dubbio, non è davvero bello scaricare colpe appena un minuto dopo la rovinosa debacle sportiva, specie da “senatori” quali Buffon o De Rossi, che magari avranno anche dalla loro l’esperienza di giocatori scafati da anni ed anni di competizioni italiane ed internazionali ma che poi cadono, a torto, su dichiarazioni che avevano il solo scopo di rendere pubblica una faccenda che era sotto gli occhi di tutti ma che aspettava solo una conferma.
Di Balotelli, intanto, a giorni alterni si legge sempre.
È sicuramente tra i più conosciuti, sia per le sue prestazioni in campo, altalenanti sicuramente e poi per gli eventi fuori dal campo che non hanno fatto altro che dipingerlo come un “bad boy“, cioè un ragazzo che non ha dalla sua la riflessività ma una persona troppo spesso impulsiva. Portare poi il colore nero della pelle, specie in Italia, è ancora più difficoltoso e non va di certo d’accordo con la riflessività, esclusa dall’aggettivo anglosassone “bad“.

Balotelli è l’ennesimo capro espiatorio di una vicenda iniziata male e finita ancora peggio e la stampa sportiva e non, su questa vicenda, come sulle altre, ci mangia volentieri.
Ci mangia perchè in Italia tutto questo ha terreno florido.
La stessa Stampa, col sorriso giornalistico di chi trova una notizia esplosiva, raccontava i fatti di Roma, prima della finale di Coppa Italia, facendo passare in secondo piano un assassino (alcuni giornalisti poi successivamente cercavano a tutti i costi di invertire i ruoli tra vittima e carnefice pur di dopare una faccenda già chiara dai primi momenti) mentre veniva criminalizzato un Ultras pittoresco, nel nome e nei fatti come ce ne sono tanti in Italia, per una maglietta.
Poi ,senza ombra di dubbio, il terreno florido c’è anche per le Istituzioni, quelle sportive e non, che si prendono le responsabilità solo quando fa comodo, solo quando si vince, per salire appunto sul carro dei vincitori, salvo poi scendere appena prima della disfatta o appena dopo, sentendosi a posto con la coscienza.

Allora non si dovrebbe parlare di colpevole, ma di colpevoli. Il colpevole non è uno, ma tutti perchè tutti dovrebbero prendersi la responsabilità di ciò che è accaduto in Brasile e ciò che è accaduto a Roma.

Balotelli non è il colpevole, almeno per questa vicenda, perchè Mario è semplicemente il prodotto di questo calcio moderno, questo calcio che è troppo legato allo spettacolo(non quello in campo purtroppo), troppo legato alla forma, troppo legato ai soldi. Non si può condannare una cresta e lasciare che un velo copra tranquillamente chi è stato allontanato dal calcio(e poi reintegrato) per l’accusa di aver truccato le carte in gioco.
Ancora adesso quel velo copre gran parte delle partite di tutto il mondo, il che porta a volte ad avere quel dubbio giustificato sulla validità di certi risultati sportivi, cosa del tutto naturale quando sai per certo che, ad oggi, c’è una buona percentuale di personaggi che lievitano attorno al calcio che non sono per niente interessati alla trasparenza dei risultati e vogliono tutt’altro. Dall’altra parte sai per certo che non solo fuori dal campo, ma anche dentro quel campo ci sono sedicenti sportivi anche loro poco legati alla trasparenza del risultato, che con la passione della scommessa, addirittura drogano i propri colleghi per modificare a tutti i costi un risultato.

Ora chi è il colpevole?

 

 

Cibal


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

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☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

ASTEROIDI

Non è vero che ho la testa tra le nuvole, ce l'ho tra gli asteroidi.

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