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L’Europa ed i “Dannati della Terra”, oggi come ieri: La “loro” violenza, è la nostra, rivoltata!

 

Si sono scritte davvero tante cose in questi giorni, e probabilmente se ne è parlato ancora di più, riguardo alle spiacevoli e tragiche vicende che hanno visto come vittima l’Europa dei popoli, ed in particolar modo la Francia. Inutile dilungarsi nella descrizione minuziosa degli eventi, dato il bombardamento mediatico, come è giusto che sia riguardo a queste vicende, a cui siamo stati sottoposti. Al di là delle considerazioni criminologiche della situazione, relative all’efferatezza dei crimini commessi, mi preme evidenziare quanto siano stati determinanti tali eventi tragici nell’immaginario collettivo, civile soprattutto, quasi da poter tranquillamente effettuare un paragone, forse forzato ma non troppo, con le vicende del 2001, sempre di matrice terroristica, che colpirono al cuore gli Stati Uniti. Questa volta ed essere colpita profondamente nel cuore e nell’animo, in relazione soprattutto al sentimento di paura, è stata l’Europa. Al netto di tutte le considerazioni di stampo dietrologico del caso, che in certi casi hanno sempre una validità anche se spesso non suffragate dai fatti concreti, bisogna innanzitutto dire che questa è una sconfitta sul piano politico dell’Europa della sicurezza, una sicurezza naturale e strutturata nei moderni regimi democratici, impiantata si sa, ormai è certo, sull’adesione ai moderni stati.
Parlare oggi di integrazione, tolleranza, rispetto, solidarietà comune sembra un’eresia, in special modo per quei soggetti politici che utilizzano argomenti topici nella disputa elettorale, cercando di trarre il massimo vantaggio, nei consensi, proprio da questi nefasti eventi, senza minimamente utilizzare non dico nemmeno il rispetto per le vittime, ma la lungimiranza dell’offerta delle loro politiche che spesso si limitano a risposte preconfezionate, tra una tornata elettorale ed un’altra.
Inutile anche continuare a dire che tutto quello che è successo, è semplicemente il prodotto delle politiche scellerate in Medio Oriente da parte dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa insomma, perchè a quanto pare il senso comune si sofferma maggiormente, troppo, sulle conseguenze, senza mai cercar di risalire alle cause di un evento. Non è un caso isolato.
Prendiamo per esempio il problema dell’immigrazione, che dal punto di vista mediatico sembra attanagliare profondamente ogni stato occidentale, con numeri che superano di gran lunga la capacità del pensiero umano. Mi dispiace deludervi ma non è così, basta leggere in rete i vari documenti ufficiali, riguardo agli sbarchi, per capire che i numeri sono del tutto irrisori, in special modo nei confronti di chi continua con la tiritera della presunta invasione. Proprio per evidenziare questo paragone basterebbe sempre, e nell’era moderna digitale non è poi così complicato, rivolgersi alla rete, così da capire che questo flusso migratorio “anomalo” ha delle ragioni molto più complesse di quelle cavalcate dai paladini della ripulsa etnica del momento. Le ragioni sono innanzitutto da ricercare nell’instabilità dei governi dei paesi di orgine dei fuggiaschi, poi procedere a ritroso e far riferimento ai danni provocati dall’Europa democratica, che da una parte imbracciava il fucile cercando di inculcare i principi della civiltà e dall’altra arraffava le risorse, tantissime, cercando di trasformarle in profitto.
Una volta ricercata l’orgine di questi fenomeni (come per tutti gli altri fenomeni), è possibile, a mio avviso poter comprendere meglio ed analizzare le conseguenze, cioè quello che oggi vediamo noi.
Stessa cosa vale per i tragici eventi accaduti a Parigi.
Inutile parlare dell’efferatezza dei crimini perpetrati a vittime innocenti, dato che sono sotto gli occhi di tutti, se non andiamo a ricercare le ragioni (non la ragione, è differente) dell’esistenza dell’ISIS. Probabilmente potrei dire tante altre cose, basti pensare al continuo finanziamento, in armi, risorse, trasporti, dell’Europa civilissima, ma ancor di più degli Stati Uniti, a quella che prima era la minaccia del momento, Al Qaeda, per poi passare il testimone del terrore all’ISIS attuale, che altro non è un’accozzaglia di gruppi estremisti, di chiaro stampo islamico, che “come per magia” si unisce nella lotta agli infedeli, cioè noi europei.
Dato che io non scrivo mai cose che potrebbero essere false o di dubbia provenienza, e dato che non cerco in chi mi legge solidarietà ideologica, sulla base delle mie idee che continuerò a ripetere, si basano sui fatti evidenti, partendo sempre dall’unica domanda che bisognerebbe adottare ogni qual volta si analizza un fenomeno, cioè la ragione dell’origine di ogni fenomeno, vi inizio ad uno dei libri che a mio avviso descrive completamente, nonostante sia stato scritto nel lontano 1961, la struttura ideologica, territoriale e valoriale su cui si è formata l’Europa in cui noi oggi viviamo (e quindi le conseguenze delle sue azioni con cui ancora oggi stiamo convivendo). Guardare al passato serve per comprendere meglio i fenomeni attuali, svestirsi del passato significa guardare al mondo moderno senza riuscire a comprendere il perchè noi oggi viviamo in questa parte del mondo, il perchè adesso, cioè in questo momento ed il perchè così, cioè in questo modo.
 
Era il lontano 1961, e tra le pagine di uno dei libri più importanti sul lungo e tortuoso processo di Decolonizzazione, Jean Paul Sartre tuonava il suo monito all’Europa. Nei Dannati della Terra, un’opera di Frantz Fanon, la recensione di Sartre, e l’opera completa, risultano essere ancora oggi profondamente attuali.
Per anni ed anni l’Europa si è sentita come il centro dell’universo umano di produzione ontologica, ributtando l’idea dell’esistenza “dell’Altro” culturale, non a caso diceva Sartre, «(l’Europa, n.d.a) non la finisce di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo», da allora cosa è cambiato? Nulla.
Proprio per questo motivo parlare ancora di “Colonizzazione” e “Decolonizzazione” non è anacronistico.
Innanzitutto perchè parlarne non significa solo limitarsi all’esperienza della conquista territoriale da una parte e della rivalsa dei subalterni indigeni dall’altra, ma è importante parlare soprattutto per il processo ontologico che si crea in questi due fenomeni profondamente umani. Il processo culturale è profondamente radicato nella sola concettualizzazione di questi due fenomeni umani.
La stessa identica cosa è accaduta in Medio Oriente, il Medio Oriente che oggi ci fa tanto paura e che probabilmente, me compreso, conosciamo più per gli aspetti negativi relativi alle immagini di derivazione mediatica, o perchè una volta incontrato quel Medio Oriente sul nostro territorio attuiamo un confronto rispetto alla nostra idea di democrazia, senza mai comprendere che stiamo parlando di due prodotti storicamente culturali, e sul piano dell’esperienza, diametralmente opposti.
Per Sartre allora l’Europa era “fottuta”, ed era il 1961.
Da allora cosa è cambiato?
Nulla, perchè l’Europa continua ad essere fottuta.

 

 

 

 

Cibal


L’amore al tempo delle macchine

 

Ogni volta che imprimo i miei pensieri su questi fogli virtuali cerco sempre di farlo per attivare in chi legge la voglia di guardare al mondo con occhi diversi.

Su questo mondo siamo in tanti , tantissimi rispetto a molti anni fa ma nonostante questi numeri ognuno di noi ha un ruolo essenziale, anche molti di più, nell’arco della propria vita. Questo per evidenziare che ogni pensiero è sempre unico, ogni lettura di uno stesso fenomeno (non solo sociale) potrebbe essere simile ma mai uguale. Questo accade perché ognuno di noi, nonostante le mille influenze reciproche, associa idee ed ideologie come in una combinazione di numeri infiniti.
Il problema della modernità è sempre stata nell’offrire esagerato caos a chi viveva.
Introdurre poi la scienza anche nel campo dell’industria ha semplicemente portato a svuotare gli esseri umani di ogni componente che non sia razionale; individui trasformati giorno dopo giorno in soggetti sempre più simili ad automi.
Svuotare l’individuo è sempre stato l’intento subdolo della meccanicizzazione della produzione, poi trasportata di rimando nella società. La società dal canto suo ha cercato di difendersi come poteva, salvo poi constatare il monopolio della macchina in ogni nostra sfera, anche quella emozionale.

L’amore al tempo delle macchine è davvero stupefacente.
Non si ama più, e quando si ama lo si fa attraverso la mediazione di uno strumento fittizio, uno strumento che trasporta le emozioni, svuotandole della loro originaria “umanità” e le presenta come contenuti vuoti, omologati, interscambiabili ed utili per chiunque.
Le emozioni nella modernità sono liquide ed assumono la forma dei contenitori dove nascono. Sono metalliche, sono afone. Se il denaro è da sempre stato uno strumento di mediazione finanziaria, la tecnologia è lo strumento principe della mediazione emozionale.
Le emozioni corrono lungo i fili dell’alta velocità, trasportate da tastiere definite, da smartphone sempre più sofisticati, da fotocamere capaci di catturare ogni istante, salvandoli in una memoria meccanica, estirpando ogni senso in noi, che abbiamo lasciato sempre troppo spazio alle altre “cose”, capaci di assumere una parte di noi, e noi compiaciuti abbiamo lasciato che tutto si svolgesse tranquillamente, pensando che fosse una cosa positiva per il nostro essere “umani”, senza intuire che pian piano stavamo diventando macchine anche noi.

Sfruttiamo quei pochi momenti che ancora ci lascia la natura per respirare attimi tecnologici in ogni dove, alleniamo ogni muscolo del nostro corpo per abituarci alla tecnologia più profonda ed alla distruzione emozionale.
E così accade, molto velocemente, che ogni messaggio legato ad un qualsiasi fenomeno che dovrebbe scaturire in ogni centimetro del nostro corpo una reazione emozionale, ci lasci indifferenti. Guardiamo la morte in ogni angolo tecnologico e non, senza riuscire a provare un briciolo di compassione, guardiamo la povertà e l’esclusione sociale e non alziamo la voce, guardiamo la violenza prendere pieno possesso delle nostre facoltà e non alziamo la voce, guardiamo in silenzio i nostri simili esportare odio verso chi dovrebbe semplicemente ricevere il nostro sostegno ed il nostro conforto.

Siamo ciò che avevamo sempre voluto essere, ma non abbiamo mai valutato il prezzo che abbiamo dovuto pagare per tutto questo.

La gran parte delle persone che popolano questo pianeta in disfacimento, si rivolge sempre più spesso alla mediazione religiosa per ripulire la propria coscienza di ciò che siamo diventati, di ciò che è divenuto l’ambiente in cui siamo profondamente immersi. Ecco un’altra mediazione. La preghiera. Uno strumento tanto semplice quanto complesso. Preghiamo per la pace nel mondo, e creiamo guerra. Preghiamo per eliminare la fame nel mondo, e creiamo povertà. Preghiamo perchè un qualsiasi Dio aiuti le persone in difficoltà, e quando vediamo una persona in difficoltà non perdiamo tempo a girarci dall’altra parte. Riusciamo a delegare ad un essere divino, il nostro “essere umani”. Come per attestare la nostra inermità per cose generate dalla nostra stessa mano, e non dalla divina provvidenza.
Certo la povertà è Divina Provvidenza, certo la guerra è Divina Provvidenza, certo la fame nel mondo è Divina Provvidenza, certo il razzismo è Divina Provvidenza, certo i mille Olocausti sono Divina Provvidenza.

Ci siamo trasformati nel mostro contro cui ogni giorno inveiamo e cerchiamo di combattere, ma queste sono solo parole….

 

 

Cibal


Un attimo di luna


E tu che mi guardi da lassù mi domandi perché sto così, quaggiù.

Io ti osservo,
con gli occhi sempre più bagnati nel ricordo dei tempi ormai passati,

mi sorridi e ti allontani, sperando di rincontrarmi anche domani.


 

Cibal


Pensieri notturni

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Le mani, le sue mani, gli raccontavano una storia a cui non era abituato. Quel calore così tenero solcava le sue emozioni tagliando ogni suo pensiero come burro.
Quegli occhi erano il mondo in cui amava perdersi ogni volta senza troppe esitazioni, senza ripensamenti si lanciava anima e corpo in quello sguardo carico di immagini a cui sapeva di appartenere, nonostante tutto.

Le labbra, invece, erano di quel suo mondo le porte. Ora serrate profondamente gli impedivano di scoprire di più di ciò che già sapeva. Quando si aprirono, finalmente, lasciarono che un fragile suono, adatto alla sua minuta fisicità, si diffondesse nelle sue membra, abbracciando ogni porzione mai raggiungibile nemmeno dai tocchi voraci delle sue forti mani.


 


Cibal


Respiri di fantasia


È quando la sera scende che i sogni toccano la mente
per svegliarla dal torpore della realtà.


 

 

 

 

Cibal


Destino


Guarderai tante persone passarti accanto,

ti sfioreranno senza fare rumore,

ma solo una catturerà il tuo sguardo e toccherà il tuo cuore.


Cibal


La presenza assente


La presenza teme l’assenza.

L’assenza trova piacere nell’osservare la presenza.

La presenza fugge l’assenza e preferisce vestirsi d’assenza, così da accettar la vista della presenza piuttosto che osservare l’assenza.


 

 

Cibal


Il gioco della vita

 

 

Quando chi muore fa morire una parte di te.

A volte penso, anche se il letto è troppo stretto per contenere me ed i miei pensieri.

Penso oltre questo corpo ed oltre questa vita, abbracciando i ricordi che aumentano attimo dopo attimo creando in me incroci che a stento riesco a sciogliere, nodi intricati di immagini e di persone che ancor oggi trasudano emozioni profonde che non voglio questa volta trattenere.

Le luci per l’occasione sono spente mentre accendo in me la fiamma che ancora mi tiene caldo, in vita per questa vita che di vivo ha poco e niente.
Un mondo che corre in fretta per lasciare le lacrime dietro ad uno schermo guardando le persone che ha lasciato nel suo cammino dietro, senza nemmeno accorgersene.

La vita, oggi, va così.

Scorre in fretta e si ferma negli ultimi metri giusto il tempo di vedere quanto in alto sei arrivato e quanti ricordi e cose ti sei lasciato indietro.

Persone tante, troppe. A chi hai dato importanza e a chi no.

Tieni tutto stretto a te nella speranza di poter portare qualcosa di terreno oltre quel muro, così alto da far paura, perché quello che non conosci ti fa sentire solo.
Piangi, piangi pure, a poco serve, forse dall’altra parte c’è chi ti aspetta o forse no è il gioco della vita e devi partecipare per forza.

 

Cibal


Parole allo specchio…

 

 

E’ davvero difficile descrivermi, o in parte raccontare me stesso attraverso questo blog e la mia voglia incessante di scrivere. Non ho mai amato parlare molto di me eppure tanto tempo fa accadeva sovente di parlare della mia vita in questi fogli virtuali che si trasformavano rapidamente nel miglior confessionale, un pò per sfogo ed un pò per parlare con chi avrebbe intuito ciò che spesso e volentieri ero abituato a reprimere al mio interno, pensieri, idee, preoccupazioni e sogni.
Col tempo poi, la mia vita è cambiata, e come spesso accade di conseguenza si cambia, lei ti cambia o sei tu a cambiarla, cercando nuovi stimoli e nuove avventure, ti leghi a persone nuove, oppure a ricordi che lentamente poi ti abbandonano oppure ritornano e ti travolgono ulteriormente, più di prima.
Ho sempre sentito sulla mia pelle l’insoddisfazione per una vita vissuta lontano dai riflettori della mondanità, ho sempre cercato di estraniarmi da un contesto che non sentivo mai mio, un contesto fatto di sensazioni oppresse, di parole a metà, ferme sulle labbra dal filo invisibile della moralità comune.
Sono cresciuto facendomi compagnia con la solitudine che sentivo crescere in me ma cresceva di rimando anche la vergogna per la mia diversità e quel mondo che costruivo a fatica ed in cui avrei tanto voluto vivere. Lasciavo, e lascio ancora, tutto il resto fuori dalla porta della mia realtà, mi difendo ed assalgo ogni angolo di tranquillità per farlo mio.
Scrivevo, ed ancora scrivo, per dar sfogo alla sensazione di inermità che mi assale ogni volta che cerco di comprendere tutto quello che mi circonda. La fretta insipiente dei miei simili, feroci di riempire il loro tempo, organizzando anche il più insensato evento, senza lasciare che si assapori anche un semplice “Ciao” in un piovoso pomeriggio di ottobre.
Sin da piccolo, ho amato osservare, distinguendolo nella pratica dalla semplice visione. La mia specialità, le persone, in ogni loro aggregazione, in solitudine ed in gruppo, nella felicità profonda e nell’amara tristezza dei loro giorni. Entravo nelle loro azioni, quotidiane e non, semplicemente muovendo i miei occhi su ciò che a loro stessi sfuggiva. Volti sconosciuti e stanchi tra altri mille che niente mi nascondevano, mani assetate dell’aria che non sfioravano perchè da troppo tempo chiuse in tasche ermetiche, gambe che rapidamente si davano il cambio per raggiungere sogni che troppo spesso non si realizzavano.
Ero tutto questo, ancora prima di saperlo, di conoscere realmente chi avrei dovuto essere. Ero mille volte altre persone, ero milioni di volte me stesso ma non ne ero a conoscenza. Vivevo mille vite che avrei voluto veder realizzate, solo per il gusto di aver creato qualcosa di bello. Desideravo vivere sogni che quasi sempre vedevo infrangersi sul muro del pianto, cercando di raccogliere i cocci così da riutilizzarli per i sogni che di lì a poco sarebbero nati, facendo ricrescere in me la speranza che poco prima si era infranta.
Ho davvero sognato di vivere tante vite non mie, di essere persone che non ero io, allontanandomi da ciò che ero e da ciò che avrei voluto essere. Oggi lo so, più di prima, ma sono troppo lontano da questo corpo che a fatica mi trascino dietro. In ogni parola, in ogni pensiero trascendo questa mia finitezza, lacerando i confini di questo corpo insulso che ancora mi trattiene, ben saldo, a questo terreno.
Le mie domande hanno sempre superato, e di gran lunga, ogni risposta che riuscivo, e riesco, a trovare. Probabilmente nemmeno ero così interessato alle risposte, vaneggiando, com’ero e come sono, sulle varie possibilità del mondo. Crescendo ho capito che le domande rimangono mentre le risposte cambiano a seconda della nostra disposizione e del nostro orientamento nel guardare il mondo e le sue cose. Cominci ad intuire che tutto attorno a te si colora dei colori che preferisci in quel momento ed impari a dosare ogni sfumatura per cercare di adattare il tuo corpo, e spesso la tua anima, al contesto in cui vivi. Così quei sogni cambiano il sapore della tua realtà, facendoti assaporare anche ciò che prima ripudiavi perchè troppo stanco per scoprire cose che già in partenza non ti avrebbero emozionato. Poi troppo tardi ti rendi conto che non riuscivi ad afferrare niente di ciò che dopo molto tempo avresti afferrato senza batter ciglio, ogni attimo sfuggito alla tua azione fa crescere quei rimorsi di cui avresti fatto volentieri a meno, ma poi prendendo in giro te stesso pensi “che in fondo in tutto il mondo c’è gente con gli stessi tuoi problemi(cit.)”.

Lieto di raccontarvi di me, di ciò che sono e di ciò che ero e di ciò che potrei essere, ogni tanto.

 

 

 

Cibal


La paura della diversità: una risposta valida a tutte le domande.

Quello che succede ormai da una vita, nel nostro paese ma sopratutto in tutto il nostro caro amato mondo, è sintetizzare una parte dei problemi, o quasi tutti, in determinate categorie che ci sembrano adatte a raccoglierli. Una sorta di risposta valida per tutte le domande possibili.
Nel corso della storia, non solo quella che si legge sui libri che ti fanno comprare a scuola, numerose sono le volte in cui questa tendenza dell’umanità si dispiegava liberamente con il tacito accordo di una buona parte dell’umanità che non era d’accordo. Il problema è che col passare del tempo si viene travolti dalla quotidianietà dei rapporti costituiti, del sistema già perfettamente strutturato e ti senti fuori dal coro quando noti, con amarezza, che le cose sono andate proprio nel verso in cui non dovevano andare, per buona parte delle persone come te.
Non è possibile ridurre, ad oggi, le problematiche sociali in un pentolone a cui attingere cercando la risposta adatta ad ogni occasione così da ottenere, specie sul piano politico, un consenso rapido ed allargato. Non a caso la logica del capro espiatorio è comune, più o meno, a tutte le ere umane, trascinando con sè una serie di eventi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli esseri umani, che scompare ogni qual volta emerge con forza quella voglia collettiva, involontaria ed insita in molti che fanno del “senso comune” la loro caratteristica peculiare, di ricercare un colpevole ai propri mali.
Non è poi trascorso molto tempo da quello che io definisco come l’evento simbolo di ciò che danneggia non solo quella che una volta veniva considerata la “Comunità“, che giorno dopo giorno ha lasciato spazio sempre maggiore alla “Società“, ma anche il senso della vita di ogni individuo che si trova ad affrontare i problemi moderni connessi alla vita: gli scontri e le proteste dei cittadini romani contro l’edificio, a Tor Sapienza,  che ospitava i rifugiati, al culmine, secondo il loro punto di vista, di una serie di eventi poco gratificanti da parte degli “ospiti” indesiderati.
Raccontare un quartiere di un’altra città, da parte mia, è difficile, e lo è per tutti quelli che non vivono in quei metri cementati. Raccontare seriamente, specie al giorno d’oggi, la problematica delle migrazioni che dal Sud del mondo si innestano in ogni direzione è ancora più complicato e chi vi dice che è semplice non può essere creduto. L’immigrazione e la città, intesa come luogo dove le relazioni sociali pian piano hanno perso di significato, rimandano ad una serie di intrecci di fattori che spesso e volentieri vengono abbandonati per raccontare le favole, per sposare appieno le ideologie moderne, votate alla rapidità nella ricerca dell’unica risposta a mille domande, alla frammentazione dei rapporti che diventano sempre più precari, come le nostre vite.
Analizzare la città non è mai stato semplice, soprattutto ora che si fanno sentire le problematiche connesse proprio all’immigrazione, un fenomeno che spesso e volentieri viene denigrato facendo spesso emergere, in modo profondo, quel sentimento di supremazia della razza insita nella stragrande maggioranza delle persone. Un etnocentrismo radicale che spinge chiunque ad analizzare questi fenomeni sulla base della superiorità, morale, culturale e strumentale\economica, della propria “razza”.
Sono sempre stato abituato a guardare, al di là della mia attuale preparazione sociologica, ai fenomeni, dai più evidenti ai meno evidenti, cercando di non soffermarmi troppo sul risultato ma cercando di scavare oltre quel mantello spesso di superficialità, provando a ragionare sui motivi che hanno portato a quel risultato.
Ho imparato con gli anni a non fidarmi delle risposte di cui ho sempre bisogno
, specie se arrivano da chi crede che sia tutto semplice da spiegare. Allora, sempre di mia spontanea volontà, ho cercato di leggere oltre le parole descritte nei vari libri, ho cercato di spostare le tende che coprivano le mie finestre e che mi facevano vedere solo la mia stanza, e guardavo, guardavo all’orizzonte le città che si perdevano tra i paesaggi mozzafiato dall’alba al tramonto senza perdere mai di vista, davvero mai, l’orizzonte, l’unica linea che legava ogni punto di vista. Mi perdevo tra le mille sfaccettature del pensiero ed allontanavo sempre, questo è sicuro, ogni riduzione facilona delle problematiche a cui cercavo di trovare una soluzione. Oggi lo so, so che dietro al fenomeno dell’immigrazione non posso, e non possiamo ridurre il tutto alla faciloneria ideologica e politica degli xenofobi dietro l’angolo, ad ogni angolo di questo paese e di questo mondo.
Ho provato, invano, a far immedesimare chi ha una visione da “invasione” dell’immigrazione nelle vite di chi parte da paesi lontani, alla volta dei paesi industrializzati, cresciuti, pasciuti, ingrassati proprio sulle spalle degli avi di chi parte. Non ci sono mai riuscito e lo dico da tempo. Ho cambiato prospettiva. Ho provato a raccontare i sentimenti di un viaggio e di quanto una risorsa naturale come il mare, la distesa d’acqua salata, abbia un valore diversificato nel mondo. Svago, produzione di tranquillità peculiare di molte nostre vacanze mentre cimitero, ultimo respiro di chi getta il proprio cuore su quella barca che a stento può reggere una decina di persone lasciando tutti i suoi ricordi, cullati dalle famiglie che con sacrifici inenarrabili vendono di tutto pur di racimolare la somma adeguata per i vari Caronte che lucrano sulla loro sofferenza. Nemmeno mi è andata bene ma ancora oggi non mi arrendo.
Siamo abituati, sempre più, ad essere mediocri come i prodotti che produciamo.
Abbiamo, giorno dopo giorno, deciso di avvicinarci sempre più alle macchine piuttosto che alle persone, impauriti dalla contaminazione sociale ma vinti dalla pervasività tecnologica. Abbiamo costruito barriere invisibili che ci permettono di vivere arroccati in gabbie d’acciaio mentre attorno a noi il mondo continua a correre e la sofferenza cerca semplicemente una mano da stringere e le nostre sono sempre ferme su display senza sentimenti, colorati artificialmente senza emozioni.
Ci siamo immersi profondamente in ciò che abbiamo prodotto che non riusciamo più a provare compassione per un essere umano o animale che sia, vittima sacrificale della tanto santificata tecnologia. Proviamo più dispiacere per un graffio sul nostro smartphone, capaci di scenate da internati, senza versare una lacrima o darci da fare seriamente per evitare che esseri come noi, umani come noi, uguali, sì uguali, magari con una pelle diversa, più alti, più bassi, più magri, sì decisamente più magri, che a frotte chiedono il diritto sacrosanto alla vita, sì quello che noi oggi diamo per scontato. Non voglio nemmeno parlare di felicità, perchè ormai è un miraggio anche per noi, figuriamoci per loro che devono ringraziare, qualcosa o qualcuno sperando che almeno lui gli dia ascolto, se sono arrivati ad una certa età senza essere spirati prima.
Sin da piccolo mi sono sempre sentito un diverso, un diverso tra gli uguali.
La differenza è che io sono da questa parte del mondo, quel mondo che chiude gli occhi e continua a chiuderli perchè è sempre una convenienza. Io però voglio tenerli aperti, e voglio indurre ad aprirli anche ad altri che come me aspettano semplicemente quel cambiamento che sarebbe necessario a questo mondo.

Lo so, lo so sono un temerario in un mondo di omologati, di persone che si guardano negli occhi e si ritrovano sempre più uguali.
Io non dispero.

Cibal


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.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

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Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

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