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La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


Spiegare non è Comprendere : quando i pregiudizi inquinano il nostro modo di pensare.

 

<È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio>

 

È accaduto spesso, davvero spesso, che mi trovassi, con la mia profonda compiacenza, in discussioni spesso impostate sulla forma del ragionamento mentale, su quel meccanismo che sta dietro ad ogni dibattito ed ad ogni confronto verbale e probabilmente anche dietro alle scelte degli esseri umani. La nostra società è attraversata da un immensa mole di fenomeni che si prestano a mille interpretazioni, che siano specifiche o superficiali ci si imbatte sempre nella valle dei giudizi, che dipendono molto spesso da una cattiva costruzione dell’intera impostazione del nostro pensiero, oppure dal cattivo utilizzo delle categorie da cui attingiamo le nostre opinioni.
Nell’immaginario comune è diffusa la concezione che l’opinione personale sia una costruzione professionale riguardo a ciò che ci circonda, ma nello specifico, ragionare su ciò che ci circonda, valutando in modo approfondito ogni caratteristica del fenomeno sotto la nostra analisi, è praticamente impossibile. Il giudizio affrettato, infatti, è il risultato di una cattiva analisi di quel fenomeno.
I giudizi affrettati, spesso anche definiti come “pregiudizi”, come opinioni erronee, frutto di una cattiva valutazione dell’evento, non nascono nella modernità ma sono protagonisti della società umana da tempo immemore.
Potrei fare numerosi esempi di ragionamenti affrettati, dove le categorie considerate, incrociate nel modo errato, hanno portato a risultati distorti, specie in quello che viene definito “senso comune”. Episodi di violenza con protagonisti individui di colore oppure nel caso eminentemente italiano, individui meridionali. La persona di campagna rispetto alla persona di città, chi vive in una città (sempre secondo l’errato incrocio delle categorie) malfamata rispetto ad un’altra città che non ha quella connotazione.

Ecco…La prima cosa da fare è analizzare il “senso comune” e, partendo dalla sua definizione, differenziarlo dall’analisi ragionevole attraverso l’incrocio delle categorie (impossibile valutarle tutte come prima ricordavo, n.d.a) relative ad un fenomeno sociale.
Max Weber, in relazione ai fenomeni sociali parlava di Comprensione, un processo che deve essere strutturato prima del processo di Spiegazione, cosa che, a rigor di logica non avviene nel “senso comune”.
Proprio per la “normale” tagliola della Comprensione che nel “senso comune” si passa subito alla Spiegazione. Quindi il senso comune non è nient’altro che l’insieme delle opinioni, delle osservazioni, del sentire che si organizzano subito dopo il verificarsi di un evento. È proprio nella loro strutturazione rapida l’errore di fondo, cioè la voglia di spiegare rapidamente quel dato fenomeno, tralasciando tutti i fattori che, di fatti, hanno fatto sì che quel fenomeno si potesse verificare.
Quindi al “senso comune” manca un passaggio, manca il processo della Comprensione, fondamentale per chi ci accinge a spiegare un dato fenomeno, ed è proprio per questo che il “senso comune” si costituisce velocemente e con altrettanta velocità può essere scardinato, semplicemente facendo ricorso alla Comprensione e quindi non incrociando categorie giuste nel modo sbagliato.
Cercherò di farvi un esempio che può rendere più semplice la comprensione dell’argomento. In genere quando si parla di associazione spuria, si fa sempre riferimento all’esempio delle rondini\cicogne ed i matrimoni. Ora l’associazione spuria è un’associazione posta tra due elementi in modo sbagliato che difatti non fa altro che inquinare il risultato di ogni analisi.
In una cittadina di campagna, in un particolare periodo dell’anno, le statistiche rilevate ci dicono che i matrimoni aumentano rispetto alla media, allo stesso modo, le nidificazioni degli uccelli sembrano essere più frequenti. Questo cosa vuol dire? Una banale associazione, cioè un’associazione superficiale e quindi spuria, ci porterebbe a dire che all’aumentare della nidificazione aumenta, di rimando, anche il numero dei matrimoni, e viceversa, in quel dato periodo dell’anno. Possiamo essere sicuri di questo risultato? Per i numeri si certamente, perchè in effetti all’aumentare dell’uno, aumenta anche l’altro elemento preso in considerazione però ci siamo dimenticati una cosa fondamentale per la nostra analisi, cioè non abbiamo considerato le categorie a cui questi elementi appartengono e non abbiamo considerato che una certezza dal punto di vista statistico(numerica) non comporta una conseguenza sul piano causale(causa-effetto). Questo succede quando ci si trova dinanzi ad un fenomeno, sociale e non, e non ci si arma del processo di Comprensione, e quindi si associano elementi, in un’associazione che di logico ha ben poco.
Considerato tutto questo, nel “senso comune”, si aggiunge un’ulteriore elemento che aggrava il sistema di opinioni di riferimento. L’aggravante è data dal sistema di credenze tradizionali condiviso, che in alcuni contesti, risulta essere quel muro strutturale al normale iter metodologico della nostra mente che non riesce, nonostante questa ed altre considerazioni, ad andare oltre ed utilizzare così il processo di Comprensione.
Il discorso è davvero complicato e molto ampio e non è per niente semplice sintetizzare ciò che sono le differenze tra “senso comune” e costruzione adeguata delle categorie mentali nell’analisi dei fenomeni umani ma contemporaneamente con pazienza e lasciandosi influenzare dalla voglia di andare oltre le barriere della superificialità, è possibile snodare l’intricata matassa dei pregiudizi, che hanno sempre inquinato e continuano ad inquinare il bagaglio ideologico di ogni essere umano.

 

Cibal


La pistola che spara due volte…

 

 

Sono trascorsi pochi giorni da un evento che ha lasciato l’amaro in bocca in buona parte del paese. E non è la prima volta che accade.
Spesso questi eventi tragici entrano violentemente nelle nostre vite senza chiedere il permesso, portando molti quesiti che non riusciamo mai a risolvere. Trovare delle risposte ad una morte così strana, di un ragazzino di 17 anni, vittima probabilmente di un eccesso di potere o di un momento di eclissi mentale da parte di un poliziotto, è difficile. Riportare tutti i fatti salienti della vicenda non farà ,di rimando, trovare delle risposte, ma un’analisi dei fatti, collegata all’intero contesto che lega i personaggi di questa vicenda e la vittima, ci aiuterà, di conseguenza, a capire in modo più appropriato questa assurda vicenda.

Spesso accade che notizie come questa siano catturate dall’opinione pubblica perfettamente e sempre perfettamente siano date in pasto al pubblico per dar modo ad ognuno di farsi una propria idea personale che non ha nulla a che fare con la reale situazione. Questo permette la partecipazione di una parte di pubblico a quella che oggi viene chiamata la spettacolarizzazione della notizia, dove i protagonisti non sono quelli della vicenda ma sono a casa, spesso seduti sul divano ad osservare il mondo da un televisiore. Così nascono i giudizi, quelli incompleti relativi ad una situazione che si conosce poco, e spesso per niente.
Ad una morte così surreale non si possono dare spiegazioni, bisogna solo ammettere che ci sono delle colpe e trovare delle giustifiche non servirà a portarlo in vita, col suo carico di sogni in una città troppo spesso vilipesa dal resto degli spettatori per colpa di “una manica di fetenti“.
Le città sono così, una parte buona ed una buona parte cattiva. Ma è secolare la disputa tra cattivo e buono presente in ogni fenomeno umano, così come è preminente l’importanza del primo sul secondo, che tende ad inquinare il secondo in ogni sua manifestazione. Il cattivo vende di più, il cattivo tira di più.

Finisci per conoscere il cattivo vivendo la tua città, non quella di altri. Quella in cui vivi da quando sei ragazzino ed inizi a capire cosa è buono e cosa non lo è. Il cattivo però quando sei ragazzino ti affascina, specie se vedi solo quello nella tua città. Il cattivo è fisiologico in una città, senza il cattivo non ci sarebbero i buoni che lo combattono. Allora non vedi un’altra città, vedi la tua città e ti fai prendere da quel fenomeno che prende il nome di “imitazione“. Gli individui già da piccoli “imitano” i comportamenti altrui ma non per questo comprendono perfettamente cosa stanno facendo.
Chi di voi non ha mai fumato per imitazione, urlato per imitazione, modellato il proprio comportamento per assecondare l’agire comune, per essere accettato.
Finisci per pentirtene quando sei grande, quando inizi a discernere perfettamente tra cosa ti potrebbe portare felicità e cosa no, quando inizi a capire che determinate cose sono condannate dalla morale pubblica e ti potrebbero portare nei guai, quando inizi a capire che quella città è molto simile a quella accanto, e quella accanto ancora.
Però nonostante tu sia cresciuto vedi chi c’è dietro di te e capisci che non tutti sono bravi ad evitare quella trappola. Alcuni non ce la fanno perchè non hanno i tuoi stessi strumenti, la tua stessa famiglia presente, vittime di una città relegata ai margini della società. Alcuni si lasciano trasportare da quel processo di imitazione, che come un vortice li abbraccia fino a quando non fanno una brutta fine.
Chiuque tu sia, il bagaglio culturale è lo stesso. Il profumo di quella città te lo porti addosso dovunque vai e chiunque tu sia, l’odore di una città bistrattata che vomita figli anonimi, figli nella terra di nessuno. Ciò che però fa la differenza è il vestito che porti ogni giorno sul tuo corpo, un vestito fatto di ruoli e status, un vestito che in parte ti copre da quei giudizi che ogni giorno assassinano l’anima buona di una città che ha la colpa di essere stata dimenticata.
Non si riesce a capire che il giudizio, come in ogni contesto, è corroborato e dipende, nella sostanza, dal proprio bagaglio culturale ed esperenziale.

Questo non significa condannare in toto ogni ufficiale di tutela pubblica, ma significa che si pongono nell’essenza sempre due pesi e due misure, chiunque tu sia, qualunque divisa ti sia cucita addosso, sei sempre una persona che vive in un reticolo di relazioni collettive. Se a te capita di sbagliare, il giudizio dipende sempre e comunque dalla tua storia personale, in positivo o in negativo, ma questa è una particolarità intima della pura e profonda socialità.
Un napoletano che fa una rapina è diverso da un milanese, e subisce l’aggravante del reato che dipende dalla sua origine. Il napoletano non è solo, lo accompagnano tutti coloro i quali vengono considerati diversi a seconda della situazione ed a seconda della morale comune. La discriminazione è subdola e si innesta sul terreno dell’ideologia imperante propria di una società. Il drogato, il nero, l’omosessuale. La periferia rispetto al centro. La campagna rispetto alla città.

Si pone l’accento sulle amicizie “discutibili” di un ragazzino di 17 anni e su altre considerazioni (in tre sul motorino, senza patente ed il non essersi fermati all’alt, che prevedono una pena amministrativa) ma così facendo, si giustifica, in parte, il suo omicidio da parte di un funzionario dell’ordine pubblico e contemporaneamente si invertono i ruoli che fanno riferimento al dualismo “Vittima-Carnefice“, come spesso accade dalle nostre parti. Solo chi vive i nostri territori sa quanto sia pesante, in tutti i sensi, appartenere a questa o a quella città, quanto sia complicato relazionarsi con gli altri depurandosi da questo “peso” sociale.
Però il tutto cambia a seconda dell’abito che da una vita porto con me.
Ecco perchè lo status in questo contesto conta e secondo me, più di ogni altra cosa, corrisponde al tuo lasciapassare nella società, la bella società.
Silvio Berlusconi i delinquenti(Mangano) se li portava a casa, e si è sempre attorniato di persone “peggiori” rispetto ai protagonisti di questa vicenda.

 

“Davide rimane ancora là sul selciato, mentre tenta di alzarsi, ucciso da una pistola che spara due volte”.

 

 

 

 

 

Cibal


La ricerca affannosa di un colpevole ma a perdere è sempre l’Italia intera!

L’Italia è fuori dai mondiali. Probabilmente la notizia ha fatto davvero tanto scalpore per il blasone che si porta dietro la nostra nazionale ma che da quel lontano 2006 stenta a confermarsi nei risultati europei, con le squadre di club, e mondiali, con la squadra nazionale.
Siamo usciti nel modo però più sofferente possibile, cioè senza nemmeno combattere, senza che nemmeno un giocatore in campo abbia avuto la voglia di mostrare rispetto per tutti quei tifosi che, come in ogni manifestazione calcistica, legano le proprie massime aspirazioni (magari sbagliando) a dei risultati, buoni o cattivi che siano. Tifosi che soffrono assieme alla squadra, che imprecano, che piangono e che gioiscono.
È finita nel peggiore dei modi ma, a dirla tutta, le sensazioni prima della partenza non erano proprio positivissime.
Mettici il coma profondo in cui versano le istituzioni sportive, troppe e troppo legate alle logiche delle poltrone, troppe e collegate indissolubilmente alla politica, in cui spesso si tuffano per riemergere come commissari straordinari o parlamentari\senatori ad hoc.
Mettici il grado di devastazione strutturale collegato ai nostri impianti sportivi, probabilmente tra i peggiori dell’area euro (in verità ora anche il Brasile ha stadi più moderni).
Mettici la crisi dei nostri club, indebitati per anni ed abituati a comprare a debito ogni “campione” per poi essere costretti più tardi a venderlo (per rimettere a posto i conti societari) a qualche sceicco con la passione del fantacalcio.
Mettiamoci poi anche lo scarso clima di protezione in cui si sentono immerse le famiglie quando vanno allo stadio, tanto da farle optare per un abbonamento a qualche fornitore di servizi televisivi via satellite, più comodo e soprattutto più sicuro.
Ecco il risultato, considerando tutto questo e legandolo al mal funzionamento dei settori giovanili che non permettono, difatti, la crescita di campioni in erba.

Però in Italia, in verità, funziona tutto diversamente. Da una parte ci sono i problemi e dall’altra le soluzioni, la buona coscienza del buon “cristiano” dovrebbe portare ad analizzare i primi( i problemi )e poi utilizzare le seconde( le soluzioni ) per riportare la situazione ad una condizione di equilibrio che fa bene innanzitutto a sè stessi, ma anche a tutti quelli che ci circondano e poi, perchè no, alimenta anche quel sentimento di attaccamento ad un territorio che atavicamente fa crescere in noi quella simpatia, quella gioia, quel fervore viscerale legato a dei colori secolari legati alla propria terra di origine, al di là del contesto a cui ci riferiamo, che sia sportivo o istituzionale, che sia sociale o culturale.

Dicevo che in Italia non funziona proprio così.
Certo, dico in Italia perchè in Italia ci vivo e spero davvero che sia una problematica solo relativa alla mia nazione, probabilmente che dipende da un certo limite alla crescita culturale e dalle fratture storiche ancora oggi presenti nel nostro paese.
Non funziona così perchè lo vedo tutti i giorni, e vedo ogni volta quella voglia estrema di ricercare un colpevole per tutto, quel compromesso tra la nostra innocenza e la colpevolezza altrui, che ci sia o meno poco ci importa, ma dobbiamo a tutti i costi trovare un colpevole a quel crimine, presupponendo che lo sia e dobbiamo esageratamente puntare il dito verso qualcosa, perchè abbiamo l’esigenza, quella sempre atavica, di sentirci innocenti, dalla parte della ragione e dalla parte della storia, che come si sa la scriviamo noi, noi che siamo i vincitori.

Questo è quello che è andato in scena subito dopo la fine misera della nostra nazionale al Mondiale ancora in corso in Brasile.

Sia gli addetti ai lavori( suoi colleghi compresi), sia l’opinione pubblica, sono stati concordi nel ritenere unico responsabile della disfatta nazionale l’attaccante Mario Balotelli, colui il quale era stato insignito più volte (da loro stessi), salvo poi ripensarci a seconda del suo comportamento non troppo “consuetudinario”, del titolo di “stella del futuro“.
Certo, innanzitutto, Mario Balotelli è un ragazzo che ha alle spalle una storia abbastanza complicata da raccontare in due sole righe, ma questa di sicuro non è una giustificazione a tutti i suoi comportamenti, buoni o cattivi che siano. Sicuramente, e senza ombra di dubbio, non è davvero bello scaricare colpe appena un minuto dopo la rovinosa debacle sportiva, specie da “senatori” quali Buffon o De Rossi, che magari avranno anche dalla loro l’esperienza di giocatori scafati da anni ed anni di competizioni italiane ed internazionali ma che poi cadono, a torto, su dichiarazioni che avevano il solo scopo di rendere pubblica una faccenda che era sotto gli occhi di tutti ma che aspettava solo una conferma.
Di Balotelli, intanto, a giorni alterni si legge sempre.
È sicuramente tra i più conosciuti, sia per le sue prestazioni in campo, altalenanti sicuramente e poi per gli eventi fuori dal campo che non hanno fatto altro che dipingerlo come un “bad boy“, cioè un ragazzo che non ha dalla sua la riflessività ma una persona troppo spesso impulsiva. Portare poi il colore nero della pelle, specie in Italia, è ancora più difficoltoso e non va di certo d’accordo con la riflessività, esclusa dall’aggettivo anglosassone “bad“.

Balotelli è l’ennesimo capro espiatorio di una vicenda iniziata male e finita ancora peggio e la stampa sportiva e non, su questa vicenda, come sulle altre, ci mangia volentieri.
Ci mangia perchè in Italia tutto questo ha terreno florido.
La stessa Stampa, col sorriso giornalistico di chi trova una notizia esplosiva, raccontava i fatti di Roma, prima della finale di Coppa Italia, facendo passare in secondo piano un assassino (alcuni giornalisti poi successivamente cercavano a tutti i costi di invertire i ruoli tra vittima e carnefice pur di dopare una faccenda già chiara dai primi momenti) mentre veniva criminalizzato un Ultras pittoresco, nel nome e nei fatti come ce ne sono tanti in Italia, per una maglietta.
Poi ,senza ombra di dubbio, il terreno florido c’è anche per le Istituzioni, quelle sportive e non, che si prendono le responsabilità solo quando fa comodo, solo quando si vince, per salire appunto sul carro dei vincitori, salvo poi scendere appena prima della disfatta o appena dopo, sentendosi a posto con la coscienza.

Allora non si dovrebbe parlare di colpevole, ma di colpevoli. Il colpevole non è uno, ma tutti perchè tutti dovrebbero prendersi la responsabilità di ciò che è accaduto in Brasile e ciò che è accaduto a Roma.

Balotelli non è il colpevole, almeno per questa vicenda, perchè Mario è semplicemente il prodotto di questo calcio moderno, questo calcio che è troppo legato allo spettacolo(non quello in campo purtroppo), troppo legato alla forma, troppo legato ai soldi. Non si può condannare una cresta e lasciare che un velo copra tranquillamente chi è stato allontanato dal calcio(e poi reintegrato) per l’accusa di aver truccato le carte in gioco.
Ancora adesso quel velo copre gran parte delle partite di tutto il mondo, il che porta a volte ad avere quel dubbio giustificato sulla validità di certi risultati sportivi, cosa del tutto naturale quando sai per certo che, ad oggi, c’è una buona percentuale di personaggi che lievitano attorno al calcio che non sono per niente interessati alla trasparenza dei risultati e vogliono tutt’altro. Dall’altra parte sai per certo che non solo fuori dal campo, ma anche dentro quel campo ci sono sedicenti sportivi anche loro poco legati alla trasparenza del risultato, che con la passione della scommessa, addirittura drogano i propri colleghi per modificare a tutti i costi un risultato.

Ora chi è il colpevole?

 

 

Cibal


La sinistra e la storica necessità  di un self-made leader carismatico

La sinistra e la storica necessità di un self-made leader carismatico.

Questa volta mi sono cimentato con una rapida analisi sulla sinistra italiana. Ovviamente l’articolo è sempre presente su “www.lavocesociale.it“, quotidiano online di Roma.
L’analisi trae il suo fondamento dal presupposto dell’eterna ricerca da parte della sinistra italiana, dopo la visione europeista e dopo il richiamo alla logica del bipolarismo, di una figura che si configurasse come guida, come leader incontrastato dell’intero movimento politico.
Oggi, dopo aver seguito la metodologia della destra, può dire di aver trovato un suo leader carismatico?

Grazie ancora a tutti per seguirmi. Vi auguro una buona lettura, se volete potete lasciare un commento anche sotto questo articolo, oppure nel sito attraverso il vostro profilo Facebook.

Cibal : Ciro Balzano

Twitter : @CiroBalzano26


Lavoro e società , quanto è diversa l’Italia di oggi rispetto al passato

Lavoro e società , quanto è diversa l’Italia di oggi rispetto al passato.

Ecco pubblicato un altro mio articolo su “www.lavocesociale.it” (quotidiano online di Roma).
In questo articolo mi occupo di evidenziare le differenze sostanziali, partendo dai dati Istat sulla disoccupazione ed occupazione in relazione all’aumento demografico, che ci sono tra questa società sempre più in difficoltà e la società degli anni ’70.
E’ un’analisi semplice, non troppo approfondita perchè altrimenti l’articolo sarebbe stato lunghissimo.
Grazie ancora per seguirmi così numerosi,a presto!

Cibal —> Ciro Balzano Twitter : @CiroBalzano26


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