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Io non ci sto! Cori e striscioni fanno una nazione di fascisti.

Spettacoli come quelli andati in scena all’Olimpico di Roma, nella sfida di campionato tra Roma e Napoli, dovrebbero portare una parte di questo paese a riflettere più di quanto in effetti avviene, sul collegamento, mai forzato, tra il Calcio e la discriminazione, specie nella nostra cara nazione.

Essendo napoletano, qualcuno potrebbe pensare che le mie parole in queste pagine potrebbero essere “di parte” o subire l’influenza di un’appartenenza atavica, non solo ad un popolo ma ad un’identità che scorre nelle vene di chi respira la vita a sud di Roma, oppure ad un sentimento di vittimismo, definito da molti come connaturato al popolo napoletano, ma non è così.

Innanzitutto perché discriminare è un atto diretto che non dovrebbe essere considerato a seconda del contesto, e quindi non settoriale o riducibile, come invece è stato, e difatti continua ad essere, sancito attraverso l’abolizione delle sanzioni comminate alle società per i beceri cori che si levano dalle curve.
La discriminazione, quale che sia, territoriale, razziale, di genere, ha in sé una profonda problematica culturale, che difficilmente si può risolvere attraverso la volontà di differenziare i diversi tipi di discriminazione, come accade, apparentemente senza alcun senso, in Italia.
La problematica principale della discriminazione non è, a mio avviso, tanto riconducibile nell’essenza dell’azione discriminatoria: un coro offensivo, una frase ingiuriosa od altro, ma nella legittimazione di quelle azioni, attraverso il continuo silenzio delle istituzioni preposte al controllo ed alla sanzione delle stesse.
Non è la prima volta che cerco di analizzare fenomeni “tipici” della nostra nazione, spesso costruiti e strutturati all’interno di categorie culturali che dipendono fortemente dal modo in cui “si è fatta la nazione” e che rimarcano profondamente quella cesura irreversibile tra un’Italia del Nord ed un’Italia del Sud, presente ancor prima dell’unità amministrativa, politica e monetaria effettiva.
Questa discriminazione, che ancora oggi viene legittimata istituzionalmente, non nasce per caso e non muore solo all’interno dei contesti sportivi, soprattutto quelli legati al mondo del calcio.

Quello che però è andato in scena ieri sera è stato uno spettacolo ancora più indegno, vile e da codardi.

Essenzialmente per alcuni motivi fondamentali.
Innanzitutto gli striscioni hanno un loro senso nella maggior parte degli autori e soprattutto, cosa più preoccupante, nella mente di chi li ha letti ed ha tratto delle conclusioni errate.
Quindi una parte di questo “belpaese” ha trovato un senso logico, “lucrare su un funerale“, nelle parole di chi, indirettamente, aveva nelle sue intenzioni principali quella di colpire la mamma di Ciro Esposito, vittima innocente di un agguato, per difendere chi ha causato quella morte, un fascista che con quella manifestazione sportiva non c’entrava nulla.
È proprio qui la codardia di una schiera di delinquenti e di tutti quelli che hanno legittimato quel pensiero becero.

Quel “lucrare su un funerale” è un’accusa, innanzitutto, infondata, nella sostanza e nella logica.

Provate a pensare, per un attimo, cosa ha potuto pensare un adolescente allo stadio, cosa ha potuto comprendere un ragazzino davanti al televisore, provate ad immaginare per un secondo la ridondanza di quel messaggio che, non mi stancherò di ripeterlo, ha l’intento di colpire la vittima per santificare il carnefice.

Un messaggio erroneo.

Lucrare è un verbo che rimanda ad una logica di profitto, assente totalmente negli intenti della madre di Ciro Esposito, non a caso i proventi del libro andranno tutti in beneficenza. Non solo.
Mi è capitato in questi giorni di leggere molti commenti alle notizie che riportavano ciò sto cercando di analizzare in questo spazio virtuale, e con profonda sorpresa ho notato una completa adesione al pensiero, espresso da quegli striscioni, della stragrande maggioranza di tifosi, anche tra le fila dei supporter azzurri.
Il pensiero comune delUna mamma piange non scrive“, “Una mamma che perde un figlio si rintana, si chiude, non esprime pubblicamente nulla“, “Una mamma che perde un figlio non sorride“, “Quante altre mamme hanno fatto questo, quello e tutto il resto che ha fatto la signora Leardi“. Esprimendo, quindi, una profonda omertà mafiosa, l’omertà del “Zitta e soffri in silenzio“, “Che speri di ottenere con queste uscite pubbliche“.

È svilente, è davvero raccapricciante dover spiegare il senso delle azioni di quella madre, comprese solo da una parte di questo paese, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, e gran parte delle persone che ancora ha il fiato per criticare, sul problema della violenza in uno sport che dovrebbe diffondere i valori della sana e profonda competizione, basata sul rispetto degli avversari, del rispetto in generale e soprattutto sul problema della giustizia, perché ancora oggi, per quell’assurda morte, un vero colpevole non c’è.
L’unica arma a sua disposizione è il racconto, utilizzare le parole ed il ricordo come arma contro le ingiustizie e contro i vigliacchi, come quelli che hanno esposto quelle lettere, una dopo l’altra, su un lenzuolo bianco, legittimate da una maggioranza vigliacca ed ignorante.
Le stesse parole, da una parte osannate e dall’altra criminalizzate. Le parole degli assassini e quelle delle vittime, su un ring senza esclusioni di colpi, con il pubblico che come sempre si schiera dalla parte sbagliata.

È un problema culturale, più che superficiale, un problema che non abbraccia soltanto il territorio sportivo ma travolge l’intera società, una società che troppo spesso si appoggia su valori condivisi dopati da ideologie senza senso e violente. Raccontare è l’unico strumento per combattere il messaggio mafioso dell’omertà, tacere non è più un obbligo, e dobbiamo urlare a tutti quanto ci fanno ribrezzo quelle persone e le loro parole.

 

Cibal


Che colore ha la libertà? Un applauso non vale una maglietta.

C’è poco da stupirsi.
È bastato un solo evento sportivo, come spesso capita, un evento nazionale, per accendere i riflettori su problematiche che superano di gran lunga quelle calcistiche e del semplice tifo, ed interessano soprattuto le strumentalizzazioni, la disinformazione e il bagaglio pregiudiziale da cui ogni faccenda in questo belpaese attinge ogni volta.
Ma cominciamo dall’inizio e mettiamo un pò di ordine in questo fenomeno non solo italico.

Tutto è nato da una maglietta e da chi la indossava, diciamolo pure. Il pugno duro e quella dannata voglia di far vedere gli attributi dello Stato, scatenata da una maglietta e da chi la indossava, il figlio di un criminale. Troppo. Una maglietta pesante sicuramente per tutta l’opinione pubblica ma chissà quante volte è passata inosservata e nessuno ha gridato mai allo scandalo.
Eppure quella maglietta non ha sparato, anche se a quanto pare ha creato più danni della pistola che ha colpito l’ oramai celebre tifoso del Napoli, Ciro Esposito, che ancora oggi lotta per sopravvivere.
Sulla maglietta due parole semplici. Un cognome ed un aggettivo.
Ma lo scandalo che ha atterrito l’Italia intera non si è generato tanto per il nome Speziale, condannato per l’omicidio di Raciti, ma per la richiesta di “libertà” per una persona, quella persona, un altro criminale insomma. Cioè un figlio di un criminale che chiede la libertà per un altro criminale. Tombola.

Un criminale, neppure lontanamente da considerare alla stregua di una persona, che si è macchiata, così dice una sentenza e bisogna rispettarla, dell’omicidio dell’ispettore Raciti, a Catania.
Storicamente sono le famiglie dei condannati a chiedere la Libertà per i propri cari. Libertà, quella parola così semplice e leggera che assume un grande significato solo quando ti viene tolta, ma non solo.
Eppure c’è sempre qualcosa che non torna, qualcosa di imprevisto in ogni situazione, specie in questa. In genere sono gli avvocati a catturare il momento giusto, per inserirsi nella falla del sistema, come degli hacker, che trovano una porta aperta nei minuscoli, teneri cavilli della giustizia e vi si infilano, sfaldando una struttura pensata per reggere ad ogni urto.

Ed allora mi domando… Ma la Libertà si può chiedere?

Allora perché la libertà non si può chiedere?

Non entro nel merito di un processo ma nel merito di una richiesta che a mio avviso non ha nulla di eversivo.
Ancora una risposta non la riesco a dare, anche perché questo è il paese dei controsensi, dove un condannato può entrare tranquillamente nel Parlamento a dialogare con l’illustrissimo garante della Costituzione senza batter ciglio.

Allora perché questa libertà non si può chiedere?

Eppure per anni, ed ancora tuttora nel nostro paese, una scena simile l’ho già intravista, e la ricordo benissimo. Certo, certo la libertà si può chiedere ma dipende dal nome e soprattutto dal cognome che porti.
Poi ad un certo punto ti ritrovi a dover accettare, a malincuore, di far parte del circo mediatico a tua insaputa, perché una parte dell’Italia, quella unita per intenderci, viene ogni giorno tempestata di notizie dopate dagli esperti del settore, notizie buone solo ad alimentare il bagaglio pregiudiziale che dalla culla alla tomba accompagna ogni cittadino del Sud.
Certo, se la verità fosse un giocattolo, come a quanto pare sta diventando, ognuno avrebbe il diritto di perderci tempo con il suo uso, quindi girarlo e rigirarlo, fino a quando il giocattolo si rompe.

Ebbene il giocattolo si è rotto perché non si è mai saputo, e mai voluto, ambire all’allineamento alla realtà dei fatti come peraltro prevede una deontologia che lascia poco adito alle interpretazioni. Allora succede che una parte del paese, spesso vestita degli abiti della responsabilità morale dinanzi all’altra parte del paese, plaude all’entrata di assassini certi, senza ombra di dubbio, di un povero ragazzo (Federico Aldrovandi) , senza nome quella sera, colpevole di essersi trovato nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Vilipendio, anche e soprattutto, del ricordo e della giustizia. Però non è reato. Il reato è nel chiedere la giustizia per Speziale, colpevole di aver, secondo la sentenza ma non per chi chiede la revisione di quel processo, ucciso il commissario Raciti, mentre ricopriva il suo ruolo, e dopo tranquillamente montarci un caso, come sempre, per vendere il solito odio verso un intero popolo ed una secolare cultura.
Made in Italy dal 1861.

Allora?
Che colore ha la libertà?


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Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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