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L’intolleranza come pratica: la trasformazione profonda della società

Ho spostato i contenuti del blog sulla piattaforma Altervista.

Ecco il link: L’intolleranza come pratica: la trasformazione profonda della società

 

Seguiranno altri articoli. Grazie.

Buona lettura.

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La legge del consenso: combattere la povertà a colpi di manganello. La destra ringrazia.

 

Ci sono alcune cose che davvero non concepisco, soprattutto quando si parla di genere umano. Non le concepisco ma le analizzo e posso tranquillamente sezionarle.

È chiaro che la bianchezza, quella pura, non quella acquisita che fa così tanto paura ai nostrani seguaci dei fasci scuri, divida il mondo in buoni e cattivi.
Ci sono i buoni, quelli che nonostante tutto hanno il diritto, in virtù del loro colore, anche di delinquere. Sono i bianchi, i conquistatori, i civilizzatori. Poi ci sono i cattivi, quelli non bianchi per intenderci. Quelli devono passare attraverso diverse fasi, ontologicamente parlando, per essere riconosciuti “non colpevoli”. Devono somigliare al bianco, in tutto e per tutto perché si sa, la civiltà sta solo da una parte e quella parte si chiama Occidente.

Ora, dopo i recenti fatti di Piazza dell’Indipendenza, tra l’altro fenomenale vedere come i “fasci blu” fossero dalla parte del “giusto” istituzionale e del senso comune in una piazza così chiamata, mi sembra chiara, anzi chiarissima, la volontà di togliere voti alla destra xenofoba.
Sì, perché ormai è abbastanza palese: il malcontento popolare che genera i semi dell’intolleranza e della xenofobia è inarrestabile.
Politicamente parlando non puoi mica parlare più di accoglienza ad un popolo sordo, che ormai riconosce il nemico in coloro i quali vivono peggio di lui, non puoi mica parlare di solidarietà se addirittura ad essere considerate criminali sono le ONG, Organizzazioni non governative che cercano in tutti i modi di salvare vite umane.
Per le prossime campagne elettorali questa non è per niente una buona cosa.
Per la politica dell’immigrazione, nella speranza di poter “governare i flussi”, manco fossero cavalli, manco fossero tori, si è scelto lo “sceriffo” Minniti che per risolvere il problema non ha fatto altro che allontanare il problema.
Vedi caro Minniti, se hai paura del buio e chiudi gli occhi, il buio rimane, non scompare. Devi accendere la luce od aspettare il giorno. Il buio è arrivato e tu hai costretto tutti quelli che volevano salvare vite umane a chiudere gli occhi.
Quindi si rincorre la destra per i voti, un governo che si professa democratico che picchia i rifugiati, picchia gli studenti, picchia i lavoratori; e quando la democrazia per parlare usa i manganelli, quando la democrazia per “imporsi” usa gli idranti, allora non è più democratica: è una democrazia fascista.

Ormai a parlare di solidarietà ed accoglienza è rimasto solo Francesco, il papa, omonimo di quel “poverello” che si spogliò di tutto pur di aiutare le persone in difficoltà.
Ormai basta leggere i commenti alle varie notizie riguardo gli stranieri, non tutti ovviamente perché quelli con i soldi non hanno problemi, per capire quanto si sia arrivati ad una situazione insostenibile, sia per il vivere comunitario sia per il rischio di un’esplosione dell’intolleranza profonda alimentata dai movimenti neofascisti e da partiti che fanno della lotta al nemico immaginario la loro unica linea politica.
Commenti beceri, commenti vergognosi, commenti che non hanno paura a scrivere, come se la realtà virtuale rappresentasse tutto ciò che in realtà non si può dire per paura di ritorsioni.
Si fa appello al Napalm, si spera in una pulizia etnica, si libera l’istinto, quello che in fondo si tratteneva da tempo e che solo ora si può liberare.

Allora il tempo sembra essere giunto, il tempo dell’azione e della reazione.

I fascisti son qui, tra noi, protetti, liberi di agire perché legittimati da un fare politico che si è ormai liberato dal fardello della solidarietà. Hanno chiuso gli occhi, loro, mentre il popolo sedotto dai richiami fascisti sputa odio su chi è considerato colpevole ma in fin dei conti non lo è. L’unica loro colpa è la povertà, è il loro colore, il loro non essere considerati uguali a tutti gli altri, il loro nascere in zone che storicamente devono essere e sono relegate ai confini dello stesso immaginario umano, sono nel culo del mondo, dopo che da quel culo è stato rubato tutto. Eh sì, la colpa è loro perché non rimangono al loro posto, il posto che i bianchi hanno assegnato loro ormai da tempo.

 

Cibal


La trasformazione valoriale in atto nella nostra società: ecco perchè si criminalizza il Sindacato.

 

L’odierna situazione della politica italiana apre le porte alla probabile, e già in atto, crisi di identificazione individuale sul piano della rappresentanza, sostanzialmente riferita alla politica o strettamente connessa al mondo del lavoro, quindi sindacale.
Il “nuovo” che avanzava, che ora governa senza il consenso derivante dalla tornata elettorale, ha esautorato gradualmente ogni sfera della società, cardini abbastanza solidi per sopravvivere a guerre, crisi e conflitti intestini, creando un vuoto di riferimento rispetto al nostro passato e investendosi, con piena volontà, del ruolo del messia, votato alla politica per inclinazione valoriale individuale.
Il governo dei “nuovi“, vestiti di giacca di jeans e pantaloni attillati così da richiamare a sè una generazione completamente assuefatta dai nuovi “vuoti” valori imperanti della società, pian piano ha cercato di continuare, questa volta però sul piano istituzionale, cioè da persone immerse nelle istituzioni e non come “cittadini” anti-sistema, la pratica del Movimento 5 Stelle: irrompere da “nuovo” sulla scena politica per tracciare un vuoto valoriale di riferimento rispetto alla classe che l’ha preceduto.

Questo senza dubbio ha portato, ed è palese, attraverso una dialettica meno violenta nei contenuti, ad attrarre l’elettorato “incerto” che era presente tra le file dello stesso Movimento ed, attraverso una pratica politica volta all’osmosi anche con le forze contrarie (sino alla sua comparsa), ha permesso la ricostruzione valoriale, prima sul piano politico (l’accettazione del tramonto delle ideologie), e poi sul piano sociale (deus ex machina, a cui siamo sempre stati abituati).
Investendosi della divinità ha permesso il risvolto, o il prodotto se volete, dell’ideologia: l’omologazione del pensiero “nuovo“, pragmaticamente e nella completa sostanza teorica, opposto al “vecchio”.
Non a caso la contrapposizione si attua dichiarando come “vecchio“, o in modo simpatico “gufo“, tutto ciò che si oppone alla loro visione del mondo, creando difatti una militanza inconsapevole ed onnicomprensiva nella società di tutti quelli che aderiscono, di sana pianta, a questo plesso di valori.
Il continuo riferimento alla caduta (secondo il loro punto di vista) della terminologia appartenuta ad una vecchia era politica e sociale, non fa altro che estremizzare ancora di più il “vuoto” valoriale che come un uragano ha investito soprattutto la nostra nazione. La caccia al capro espiatorio “istituzionale” è partita, la caccia ai colpevoli che ci hanno portati sul ciglio del burrone ha diversi “padri” e neanche così tanto moderni.
Il lavoro, o per meglio dire il mondo del lavoro, è vero è cambiato in modo profondo ma nella direzione che già qualcuno, criticato troppo e male, aveva previsto (non è difficile capire chi).
La differenziazione del lavoro ma di più il modo di produzione capitalistico che ne è la patologia, ha permesso al “padrone” di estirpare la dignità nella parola lavoro.
In Italia soprattutto, sto notando, cresce una “nuova” generazione che si avvicina all’analisi della propria società e del mondo del lavoro senza utilizzare adeguati punti cardinali, rappresentati dai libri di persone che cercavano di interpretare il contesto in cui vivevano, analizzando la profonda disparità delle condizioni di vita nell’umanità, dove una parte di essa viveva, oggi più di ieri, sulle spalle dell’altra parte, sfruttata e vilipesa continuamente.
Libri che mi hanno aiutato a comprendere quanto sia complessa l’analisi dei fenomeni sociali e di quanta complessità sia carica la natura umana, corrotta in modo totalizzante dalla logica del profitto.
Rimango basito, come se fossi un vecchio partigiano che accarezzando ogni ruga del suo viso si sente disorientato, davvero tanto, guardando quanto i suoi sforzi non siano bastati a cambiare quella società che annullava l’individuo perchè non si adeguava all’ideologia dominante, che annientava l’individuo che voleva colorare quella brutta camicia nera perchè sosteneva la diversità come punto di forza.

Una generazione che ha paura del passato politico di questo paese perchè qualcuno ha detto che il passato è brutto, che ciò che è vecchio è cattivo e sporco mentre il nuovo ha un nuovo “slang“, nuove parole, nuovi modelli di riferimento, e quindi ciò che circolava prima diventa incomprensibile, perchè parla di cose che oggi si pensa che non ci siano, mentre basterebbe scavare un pò di più e meglio per capire che tutto ciò che c’era prima oggi non è scomparso ma si è trasformato, si è adeguato.
Il padrone c’è sempre ed è diventato sempre più forte, anche il lavoratore c’è sempre ma è sempre più debole ed omologato, ma non basta. Serve che si pieghi al servizio del profitto anche lui, senza però beneficiarne.
Non è poi così difficile capire che in Italia è in atto una delegittimazione del Sindacato, che altro non è che uno strumento di difesa dei lavoratori. In questi anni ha sbagliato, certo, non c’è ombra di dubbio ma anche la politica, però di abolizione della politica nessuno ne parla, perchè alla politica interessa l’abolizione del dissenso non della sua esistenza.
Non è possibile pensare che il Sindacato abbia le principali colpe di questo paese e di questo modello produttivo, e se lo si pensa si è o in errore o nell’interesse di voler, più di prima, rendere inoffensivo ogni lavoratore nelle mani del “padrone”.
Mi preoccupa, mi preoccupa davvero tanto, pensare che miei coetanei (ho 27 anni) pensino davvero che il Sindacato non possa più servire, che sia superato, che abbia le principali colpe nella precarizzazione del mondo del lavoro e lo dico non avendo mai avuto una tessera sindacale.
Preoccupa perchè, involontariamente(senza pensarci spero), si vuole rendere sempre più anonimo questo mondo, che già il capitalismo ha mercificato profondamente, rendendoci tutti schiavi del denaro.
Il Sindacato, che è fatto di uomini e donne, vecchi e giovani, pensionati e lavoratori, non è un’entità sovrastrutturale ma siamo noi, noi che solo unendoci abbiamo la possibilità di far valere i nostri diritti, inalienabili.

 Cibal


Dall’ombrello al manganello: come cambiano le Tutele crescenti.

 

A pochi giorni da una delle pagine più brutte degli ultimi 10 anni della Democrazia Italiana, penso sia arrivato il momento delle scelte e di far capire, una volta per tutte, da che parte sta il governo, quello degli slogan per intenderci.
Ci sta tutto il discorso di un irato Landini, segretario della FIOM, quando dice che è arrivato il momento di dire Basta, Basta agli slogan a cazzo, perchè non è possibile assistere inermi ad uno spettacolo davvero triste, quello che ha visto per vittime dei poveri lavoratori che manifestavano semplicemente per la loro dignità, per riappropriarsi degli spazi che gli hanno tolto con la forza.
Si è davvero arrivati ad un punto di non ritorno.

Non basta la contrapposizione, a mio avviso prettamente ideologica e passatemi il termine supponente, del governo che istituisce in fretta e furia un convengno “per discutere del mondo del lavoro, delle nuove frontiere del lavoro” e lo fa proprio nel giorno in cui viene indetto lo sciopero generale delle parti sociali, della CGIL in praticolare con il supporto delle altre sigle sindacali ad essa collegate, in particolare la FIOM. La continua denigrazione di chi manifesta, dinanzi ad una recessione senza fine, dinanzi al continuo asservimento ai ricchi imprenditori, chiamati in causa sempre ma non per chiedergli il conto, senza fargli notare che la maggior parte della colpa è loro, che in questi anni hanno solo saputo distrarre risorse verso gli arcinoti paradisi fiscali del lavoro, invece di investire in Italia.
La denigrazione continua imperterrita, strutturando quel circolo vizioso che porta a connotare chi manifesta per un diritto un gufo, chi rema contro perchè, in fondo, le cose girano bene, sono i gufi che hanno i paraocchi e che vogliono solo sollevare il polverone contro il governo dei governi, tanto grande, tanto buono, tanto preparato da non essere mai passato dalle urne.
Allora l’episodio dell’altro giorno, quelle manganellate sono semplicemente il risultato di politiche scellerate, politiche che non stanno facendo altro che re-istituire il pieno potere nelle mani del “padrone“, oggi termine tornato di moda, come a sottolineare la piena proprietà del capitale umano a sua disposizione. E’ inutile parlare di battaglia ideologica sull’articolo 18, quando la sua abolizione è strettamente collegata a quel processo di ri-attribuzione dei pieni poteri all’interno del ciclo produttivo al proprietario della forza lavoro, che sino ad ora, come ho ricordato, ha saputo solo svilire il lavoro, ha saputo solo allontanare i propri interessi verso i luoghi che gli potessero permettere un maggiore surplus.

Ed il governo che fa?

Si allea proprio con questa masnada, con la giustifica del “dove vogliamo arrivare“, “il lavoro a tempo indeterminato non esiste più, per colpa del mercato“. Tutto giusto, ma perchè la retorica appena menzionata non prevede il dialogo con chi la pensa diversamente? Perchè questa nuova ideologia galoppante della “precarietà totale” non investe anche il mondo politico e quegli esponenti che si sollazzano parlando della precarietà del lavoro mentre a loro viene “donato” il lavoro a tempo indeterminato per antonomasia? Perchè questa precarietà conclamata è alla base di un progetto politico di sinistra quando invece dovrebbe essere nelle mire progettuali degli esponenti della destra?

Ora è arrivato il tempo delle risposte non dei rinvii. Non è più possibile mantenere sul ciglio di un burrone più nero della mezzanotte un’intera comunità che, utilizzando un concetto di Fanon, invece di combattere contro il suo vero nemico porta la guerra dentro di sè, sollecitata anche dai soliti imbonitori, buoni solo ad ingrassare i propri interessi ed i propri privilegi.
Così il nemico cambia per convenienza. Il nemico è il vicino che è di colore, perchè dalla Tv quello con la solita maglia verde mi dice che mi ruba il lavoro, che è un criminale, che vuole le mie donne, che insomma vuole fregarmi e che se ne deve andare al paese suo, perchè qua si sta rubando i miei soldi, i soldi che lo Stato gli dà per stare qua.
Poi spara a zero su quelli del Sud, altri nemici in casa. Loro stanno sotto i neri, i neri non li supera nessuno anche perchè senza fare un cazzo so peggiori di chi ha rubato qua. Figuriamoci peggiori pure dei mafiosi che secondo qualcuno hanno una loro “morale”. Dicevo, quelli del Sud. Si quelli non vogliono lavorare, per niente proprio. Non pagano le tasse, sono sporchi, cattivi, e tutti criminali. I napoletani soprattutto a detta loro, loro che sono i purificatori che continuano ad investire soldi pubblici in diamanti o che fanno votare il Trota, capace solo di comprare una laurea in Albania.

Ad essere picchiati l’altro giorno sono stati i lavoratori, ecco, è questo il problema qua in Italia. Si possono distrarre i capitali, si possono avere case bellissime a nostra insaputa, si possono fare accordi di Stato con i mafiosi che hanno fatto saltare in aria tante persone per-bene, si possono non pagare le tasse e poi magari con una stretta di mano accordarsi con lo Stato e tornare a sedersi su una bella moto per essere il campione di sempre, però essere lavoratori no, non va bene, cioè si va bene ma se fai quello che dicono loro. Quindi zitto e lavora e non importa se il padrone vuole che torni a lavorare come i nonni dei tuoi nonni, non importa perchè è lui che decide, lo ha pure detto il Governo. Il fiorentino mica ci parla con voi, lui si attornia di gente colta, mica come voi, gente che sa che cosa è la crisi economica perchè l’ha letta sui libri, gente che sa come funziona un’azienda perchè ne ha parlato ai convegni, gente che sa come si avvia la catena di montaggio perchè ne discute ogni giorno nei salotti con gli altri simili.
Quelle manganellate le hanno prese dei lavoratori inermi, con il solo scopo di farsi portavoce dei diritti di tutti, ma dalle loro teste, il dolore si è diffuso a tutti quelli che, almeno con il cuore, erano là con loro. Quella battaglia dovrebbe essere la battaglia di tutti noi, per il ritorno della considerazione della dignità del lavoro e di chi lavora, oltre il profitto, oltre il guadagno, ci sono persone che, come tutti, vogliono semplicemente vivere. L’unico sostentamento che porta alla soddisfazione dei bisogni, oggi per l’uomo, è il denaro e senza lavoro denaro non ne arriva.

Quegli uomini, quelle donne combattono per la loro vita, perchè la vita viene dal lavoro.

 

 

Cibal


La degenerazione del regime Democratico: sovranità del popolo non fa rima con Democrazia.

 

Quando si parla di democrazia risulta davvero molto semplice richiamare un’idea per esemplificare questo concetto, ma in realtà questo è più difficile di quanto si pensi e trovarlo nella realtà è ancora più arduo.
In genere il concetto di democrazia è spesso associato ad un’idea distorta di società all’interno della quale dovrebbe regnare l’uguaglianza, la libertà, e la supremazia dei diritti, quelli inalienabili, quelli che non puoi scindere dall’idea di uomo, di essere umano, od essere vivente.
In realtà il concetto è molto distorto ed oggi trovare effettivamente il reale significato di democrazia in ogni stato “democratico”, quindi in ogni democrazia perfetta, è un compito alquanto arduo.
Volgendo l’attenzione, per esempio, verso tutti gli Stati che compongono il continente europeo( e non solo, n.d.a.) si potrebbe notare la supremazia, almeno etimologica, della parola democrazia accanto alla forma di governo presente (parlamentare,presidenziale etc, n.d.a.).
Questo spesso e volentieri non comporta una reale presenza di questo concetto negli Stati dove vige questa forma di governo.

La democrazia nella sua accezione più comune assume il significato di “governo del popolo” e questo accade direttamente con appunto, le forme di governo dirette. Oggi però questo concetto è usato erroneamente per indicare un alto grado di uguaglianza sociale che domina ogni porzione dello Stato retto sulla forma di governo democratica.

Ma quanto è giusta una Democrazia?
Analizzando sommariamente, per esempio, la nostra nazione, quanto potremmo esser sicuri di trovarci immersi in uno Stato veramente giusto?

Lo Stato non è nient’altro che un apparato politico-amministrativo che detiene per sé l’uso legittimo della forza per permettere l’attuazione degli ordinamenti. L’aggettivo “democratico” accanto alla parola Stato, però, capovolge il significato del singolo significato della parola Stato.
La scelta tra un ordinamento o l’altro, sociale e governativo, è sempre stata oggetto dei dibattiti nei secoli da parte dei teorici politici che si sono affannati nella ricerca di una soluzione, un compromesso che non permettesse un accentramento esclusivo del potere sovrano. Gli eventi storici hanno portato alla supremazia, nella maggior parte dei casi, dell’ordinamento repubblicano, che di per sè doveva nascere come ordinamento che permettesse una maggiore considerazione del popolo, nell’ambito delle decisioni, ma che limitava, difatti, anche la totalità del potere nelle mani delle masse.

Noi siamo nati assuefatti dal regime democratico, credendo difatti di essere nati in una nazione in cui i nostri diritti valgono di più dei privilegi di pochi, però poi crescendo si capisce che un conto è parlare di “uguaglianza tra i cittadini” ed un’altra cosa è parlare di Democrazia come associata a quel diritto.
Per comprendere pienamente il mio discorso basta volgere l’attenzione alla nostra nazione( a cui è stato associata la parola “Partitocrazia“, nda) e così capire che tutte le mie considerazioni si sono generate proprio dall’incoerenza della struttura democratica: per ben tre volte consecutive il “popolo”, quello che in una Democrazia doveva essere considerato il protagonista, non è stato chiamato in causa per “eleggere” i propri rappresentanti.
Eppure siamo ancora qui, a discutere tranquillamente come se niente fosse, senza riuscire a capire di aver difatti abdicato, di aver completamente lasciato che il nostro diritto di scelta si trasferisse direttamente nei “decisori” che, anche loro tranquillamente, hanno scelto chi doveva essere considerato il reggente del “nostro” potere sovrano.
Per anni, anzi per secoli, con l’avvento dei regimi democratici si è sempre decantata la capacità di fruizione di quei diritti che prima, con i regimi dispotici, venivano strappati, non venivano proprio concessi per meglio dire, ai cittadini.
Eppure le differenze tra i cittadini sono aumentate, le differenze tra varie zone di una stessa nazione ancora di più, sia economiche che sociali e soprattutto strutturali, l’accesso al mondo del lavoro è divenuto più complicato e sono pian piano, diminuiti anche i diritti ad esso connesso.
Però, a differenza dei regimi dispotici, gli Stati Democratici hanno fatto sì che i cittadini potessero essere tutelati da una carta fondamentale, una Costituzione che potesse essere l’arma legittima che sancisse sia la tutela di quei diritti inalienabili, propri dell’essere umano dalla sua nascita e sia la tutela di quei diritti che derivano dall’appartenenza ad una determinata comunità.

Tuttavia ancora in questo frangente i miei dubbi permangono fortemente: come può una carta Costituzionale tutelare i diritti se sono poi gli uomini a doverli far tutelare? Infatti la Carta è un monito, rappresenta le coordinate da tenere presente in un regime democratico, e la tutela di quelle verità spetta sempre agli uomini ed è proprio per questo che si è giunti oggi, alla situazione odierna che più mi fa meditare sulle concrete paure mostrate ne “La democrazia in America” di Alexis de Toqueville.
Paure fondate sulla probabile degenerazione di quel sistema che si professa egualitario ma che può, ad oggi è già accaduto, trasformarsi nella “Tirannia della Maggioranza“, che agisce ,ammantata dal velo democratico, perpetuando i privilegi delle eterne generazioni dei decisori, mentre il popolo, credendo di avere ancora il potere di scelta è difatti esautorato della sua sovranità.

Siam proprio sicuri che la Democrazia è un “governo dal popolo, del popolo e per il popolo” ????

 

Cibal


L’Italia vira sul monocameralismo. Ecco la democrazia monarchica di Renzi.

 

L’italia tra le varie nazioni europee, probabilmente assieme alla Francia ed alla “povera” Grecia, è in un periodo di profondo fermento politico.
Sono bastati solo pochi mesi dall’insediamento del “nuovo” governo Renzi, nato dopo la famosa spallata dell’ex sindaco di Firenze all’ex primo ministro Letta, per vivere in questo periodo un inconsueto fermento, sotto il punto di vista politico, per le repentine riforme, ora di parvenza ed ora strutturali, che cercano di far cambiare in modo decisamente positivo il destino della nostra nazione.

Non a caso la recente riforma sulle province, grazie alla decisa opera lusinghiera dei media, si è trasformata difatti agli occhi dei cittadini in un processo di rinnovamento totale e strutturale dell’ordinamento amministrativo del nostro paese, traducendosi secondo i sostenitori del cambiamento in un progetto salvifico per le casse italiane. Peccato per il piccolo particolare tralasciato dai soloni di turno, cioè un decreto legge semplice non può cambiare, notoriamente, la Costituzione Italiana, che difatti prevede ancora l’ordinamento amministrativo delle province. Non solo.
Secondo i fautori di codesto disegno di legge, ora approvato, tutto questo porterà un alleggerimento economico sostanzioso delle casse statali, che ci sarà sicuramente ma non sarà così “sostanzioso” come vogliono far credere. Ciò che, nella sostanza, porterà questo nuovo decreto legge, sarà rendere più leggere le province, svuotandole e cercando di eliminare alcune cariche e pochi compensi “direttivi”.
I risparmi quindi saranno molto modesti, e quella che veniva ad essere dipinta come una riforma completamente “nuova” e “radicale” rispetto agli anni appena passati, senza il governo del “rottamatore” Renzi, viene a denotarsi come una riforma come tutte le altre, cioè profondamente incompiuta e molto “scenica”.

La manovra, invece, che preoccupa molto di più, è quella relativa all’abolizione del Senato e la sua trasformazione nella cosiddetta “Camera delle Autonomie”, spogliata dal potere legislativo e vestita del potere meramente consultivo. Il Monocameralismo non è un’esperienza così nuova nel nostro mondo ma bisogna considerarlo nel contesto in cui si è sviluppato e nel contesto in cui si è radicato.
Le nazioni ad adottare questo sistema sono la Svezia, la Danimarca, l’Islanda, ed in parte anche il Regno Unito, che seppur retto da un sistema bicamerale de iure, de facto una delle due camere ha solo funzioni cerimoniali ed ha pochi poteri.
Questo però non significa che l’esistenza del monocameralismo in pochi paesi europei debba essere usato come modello di democrazia pura a cui ambire, oppure omologare il proprio sistema governativo perché si ritiene che questo sia “adatto” alla nostra cultura. La cultura governativa italiana, come è noto, è stata costruita attorno ad un bicameralismo perfetto e sarà piuttosto dura digerire la volontà, da parte dei nuovi arrivati, di una rivoluzione non solo strutturale ma anche e soprattutto culturale nella nostra nazione.
Ad avvalorare questa tesi sicuramente c’è la fase storica attraversata dai partiti italiani dopo lo scandalo di Tangentopoli, che ha portato difatti i partiti italiani ad omologarsi sulla scia della destra e della sinistra europea, cercando di giungere al tanto agognato, mai raggiunto pienamente, Bipolarismo.
Sicuramente le recenti elezioni non hanno fatto altro che demolire la logica bipolare evidenziando, con l’emergere del Movimento 5 Stelle, una difficoltà oggettiva nell’elettorato italiano nel dividersi ai soli due esistenti poli politici.
Quindi la decisione di presentare una proposta così coraggiosa e così strutturalmente rivoluzionaria non fa altro che marcare la volontà del “nuovo arrivato” Renzi di sparpagliare le carte in tavola, cercando di virare su manovre non del tutto così necessarie per il nostro paese, nonostante i proclami sul risparmio che questa arrecherebbe alle “povere” casse dello Stato. Bisogna risparmiare è vero, ma bisogna anche capire che non si può barattare l’equilibrio dei poteri per la logica del risparmio, senza considerare che difatti, al governo non c’è una maggioranza riconosciuta nell’elettorato. La logica del risparmio in uno Stato è sacrosanta se nella sostanza è equilibrata e non porta solo a manovre strutturali ed eclatanti per convincere i cittadini, che ormai non hanno più fiducia nelle soggetti istituzionali.


La spallata del segretario al governo : premeditazione o cambiamento?

 

La riserva è stata sciolta ed il Partito Democratico ha deciso. Alla direzione del partito, il voto unanime della base ha decretato l’abbandono del sostegno all’ormai ex premier Enrico Letta, con 136 voti favorevoli si è appoggiata la mozione Renzi, che ha richiesto una svolta per il paese, a partire dal rimpasto governativo.
Nonostante alcune dichiarazione, tra le quali quella di Civati, chiaramente contrarie alla linea del neo segretario, che da un giorno all’altro ha deciso che fosse giunto il momento della sterzata decisiva nella guida del partito chiedendo la testa di Letta, il risultato della votazione gli ha dato ragione.
Senza una linea ben precisa e senza alcuna motivazione chiara e palesata, Renzi ha deciso.
La base ha seguito la linea intransigente del segretario, ricusando chi appena un giorno prima era l’emblema e l’orgoglio del Partito, appunto l’oramai dimissionario Enrico Letta.

Le ragioni di questa scelta repentina probabilmente vanno ricercate nella volontà di Renzi di cambiare radicalmente, secondo il suo punto di vista, la marcia di questo governo.
I problemi principali, e le relative conseguenze di questa scelta però, non si possono facilmente evitare.

Innanzitutto il primo sgarbo del sindaco di Firenze al “manifesto” presentato e palesemente “venduto” a partire dalla sua prima campagna elettorale , perpetrato ai danni di chi credeva in un uomo politico diverso dai suoi predecessori, è stato fatto nel momento in cui il sedicente rottamatore ha incontrato, non il leader di una compagine di opposizione, ma un uomo politico aggrappato in tutti i modi ancora alla politica nostrana seppur condannato in terzo grado per un reato decisamente vile come la frode fiscale.
Non a caso buona parte della direzione del Partito Democratico, non contando chi lo ha sempre difeso a spada tratta nonostante tutto, si è dovuta barcamenare in qualsiasi modo per evitare una debacle verso i propri elettori, quasi certi di non vedere per l’ennesima volta un Berlusconi riabilitato alla Politica che conta da parte del proprio partito. Purtroppo poi non accontentati proprio da questo incontro.

Il secondo grave sgarbo invece è nel merito dell’incontro. L’esigenza di una legge elettorale per ridare un senso e governabilità dopo le elezioni suonava più come un concordato vecchio stampo, sempre in politichese, quello che il segretario Renzi disprezzava prima di farsi votare.
Eppure in due giorni ha deciso di assumersi la responsabilità storica della ri-edizione del Porcellum, travestito da legge elettorale completamente diversa, proprio con l’artefice di quella legge anti costituzionale, quindi decretando di fatti, la genuflessione del suo partito alle logiche utilitaristiche dell’ormai ovvio Berlusconi.

La speranza e l’auspicio di tutti gli elettori di centro-sinistra probabilmente è quella di non aver dovuto assistere per l’ennesima volta alla premeditazione di questa spallata al governo, nell’intento di smantellare definitivamente il moribondo PD e di voler emarginare il Movimento 5 Stelle nel caso di una imminente tornata elettorale.
Questa scelta però non può non dare manforte ad una probabile visione berlusconiana sulla base di una rivincita politica verso chi si è sottratto al suo partito unico, dopo la sua condanna, nonostante rappresentasse il prodotto e l’invenzione di Berlusconi, cioè il vice ministro Angelino Alfano.
Anche se un’altra plausibile visione vedrebbe la scissione del “Nuovo Centrodestra“, più che altro come un’azione di facciata, per mantenere la credibilità di una porzione di quei rappresentanti politici per il momento e quindi poi nelle prossime elezioni correre nuovamente assieme, abbracciati come sempre.
Questa è probabilmente una scena più consona e comune nel nostro paese, che dal 1990 in poi non ha mai conosciuto una parvenza di stabilità politica, dirigendosi sempre negli anfratti della mediocrità politica, economica e sociale.

“Il problema è che a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina.”

Cibal


Il “Nuovo” alla porta del Governo. Renzi a colloquio con Letta : rimpasto all’orizzonte?

Quando le primarie del PD si svolsero l’8 Dicembre nel clamore generale, nessuno avrebbe mai pensato che a vincere ,con un margine a dir poco plebiscitario, potesse essere Matteo Renzi. Eppure il sindaco di Firenze, ha stupito tutti attirando a sé ben 2 milioni e passa di voti e quindi surclassando di fatto i suoi avversari politici ed i suoi detrattori. Nel suo insediamento la parola d’ordine era rottamazione, e lo è sempre stata anche durante la precedente campagna elettorale, dove era in contrapposizione per la segreteria del PD all’allora futuro segretario Bersani. Una parola che poi è divenuta virale ricevendo consensi sia dall’elettorato di sinistra che da quello di destra. Il tutto però è stato messo in discussione dopo l’incontro avuto dal segretario con Berlusconi, l’emblema della vecchia e vetusta politica, per l’accordo sulla legge elettorale. Anche dopo la fumata bianca dell’accordo con il leader di Forza Italia, condannato in terzo grado per frode fiscale, le polemiche non si sono addolcite ma sono lievitate entrando nel merito della legge elettorale, che è tutt’altro rispetto ai proclami di Renzi sulla conclamata “Legge dei Sindaci”.

Il merito di Renzi, sicuramente da riconoscere, è aver saputo riaccendere spiriti sopiti di vittoria tra le file del partito di centro sinistra, ma che non hanno di certo placato le dure critiche dagli albori della sua “repentina” e “inaspettata” discesa in campo. Critiche per lo più mosse dalla vecchia guardia del partito e dai sostenitori delle varie frange che si sono sempre contrapposte e combattute internamente, e tutt’ora esistenti ma palesemente più represse di prima. Altre critiche da registrare provengono soprattutto dai nostalgici del Bottegone, speranzosi di poter attestare un ritorno della “vera” sinistra nel nostro paese, che sappia rispondere alle esigenze di questa società secondo gli architrave su cui è sempre stata costruita ogni logica veterocomunista : sostegno ai più deboli, meno tasse per tutti, ridistribuzione della ricchezza.

Oggi però la situazione è molto diversa.
Da quel 13 Dicembre nessuno avrebbe mai pensato ad una continua pressione sul governo da parte del neo segretario Renzi, anzi la logica dell’azione, più volte anche evidenziata dallo stesso sindaco fiorentino, era quella di affiancare il governo, retto ancora oggi da un uomo del PD, appunto Enrico Letta, fino a quando non sarebbe stato necessario l’intervento politico della popolazione con le elezioni.
Eppure in questi giorni, il continuo tam tam mediatico, non fa altro che evidenziare proprio la possibilità di un rimpasto governativo ai danni di Letta, quasi messo all’angolo e costretto a cedere obtorto collo il testimone al neo segretario. Una situazione difficilmente riscontrabile nelle pagine di storia.

Proprio ieri, a Palazzo Chigi, è andato in scena l’incontro, definito da molti “ chiave”, tra il neo segretario Renzi e il presidente del Consiglio Enrico Letta. L’incontro è avvenuto al culmine di uno scontro a distanza anche sulla base delle dichiarazione degli altri partiti. Va quindi in atto la già conosciuta situazione politica italiana che vede in contrapposizione  chi è favorevole ad un rimpasto, ma solo sulla base dei propositi, e chi è contrario a prescindere, non accettando per l’ennesima volta una decisione presa nei salotti del Palazzo.

Resta da capire innanzitutto cosa potrebbe cambiare nel modus operandi del governo. Anche il segretario della CGIL, Susanna Camusso, infatti sottolinea che il problema non dipende dalle persone che presiedono il governo ma sui contenuti, che in fin dei conti dovrebbero essere già ampiamente condivisi in seno al Partito Democratico.
Questa settimana potrebbe essere decisiva per le sorti del governo.
A noi non resta che aspettare e vedere l’aria di rinnovamento istituzionale cosa potrebbe portare di diverso nel governo, qualora si verificasse la staffetta Renzi-Letta.

 

                                                                                                                                                                                                Cibal


Vinco le elezioni e ti cedo il governo.

I giochi sono fatti.

Dopo due mesi dalle elezioni politiche, l’Italia ha nuovamente un governo.
La rosa dei nomi stilata dalle larghe intese tra centro, centrosinistra e centrodestra con la supervisione del Presidente della Repubblica Napolitano, ha portato all’attenzione il profondo rinnovamento della politica italiana, partendo proprio dai nomi dei ministri presenti nel governo Letta.
Le intese abbastanza rapide tra gli schieramenti hanno portato alla vicepresidenza ed agli interni il delfino del Popolo della Libertà, Angelino Alfano, alla Salute Beatrice Lorenzin, alle Infrastrutture Maurizio Lupi, alle Politiche Agricole Nunzia de Girolamo.
Tralasciando gli altri ministri in quota Partito Democratico e Scelta Civica, già questi ministeri più la vicepresidenza del Consiglio sottolineano marcatamente quanto il Popolo della Libertà tenga in scacco il PD per quanto riguarda la stabilità di questo nuovo governo.
Sicuramente il Partito Democratico cedendo queste poltrone molto importanti (aggiungerei anche quella della Giustizia, ceduta all’ex ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, n.d.a.) agli altri schieramenti per le larghe intese, ha deciso di eclissarsi completamente.
Nonostante l’effetto positivo sui mercati arrecato da questo nuovo governo e le prose incorniciate ad hoc per ridestare un’Italia ormai in ginocchio dal punto di vista produttivo e sociale, le speranze dei cittadini dinanzi all’ennesimo raggiro istituzionale si affievoliscono sempre più.
Brucia, brucia troppo la scelta di concordato tra centro destra e centro-sinistra ( per colpa di politiche scellerate e strategie autolesioniste dei propri militanti, n.d.a) a chi nelle ultime elezioni politiche aveva sperato in un rinnovamento, non solo degli eletti negli scranni parlamentari, ma anche negli atteggiamenti di supponenza proprio dei rappresentanti del popolo, ma purtroppo tutto questo non è servito a niente e praticamente il voto del 24 e 25 Febbraio è stato annullato.
Analizzando infatti il Parlamento tutto e l’attuale Presidenza della Repubblica si può notare, è vero, un profondo rinnovamento nei volti che siedono alle due Camere, ma del resto perdurano ancora fortemente i “vecchi” politicanti che hanno portato quest’Italia nella situazione in cui ci troviamo oggi.
Non serve selezionare in maniera certosina e rigorosa una squadra di governo per celare un accordo annunciato e vigliacco con il proprio nemico ( forse solo noi pensiamo alla fazione opposta come nemici, loro per niente, n.d.a.), sperando di acquistare consensi, cercando di stemperare gli animi accesi e virulenti che possono generarsi nel paese, perchè ormai il paese, nel più profondo significato sociale ed identitario, è perso, e non basterà una strategia o il richiamo a due o tre facce pulite per ritrovarlo.

Cibal


La diversità non è più una giustificazione.

Sono anni ormai che assistiamo, volenti o nolenti, sempre alla stessa scena.
Sui giornali, nelle radio, su internet, e soprattutto nei talk show televisivi si mette in atto da vent’anni un unico disco, bloccato sulla prima traccia, che diffonde sempre la stessa tiritera. Noi siamo diversi, è questa la frase di moda oggi.
Sicuramente è una frase che se pronunziata da una persona credibile, come un iperbole, si allarga a dismisura e coglie nel segno maggiormente rispetto a chi la pronuncia e non ha difatti una credibilità da anteporre alle sue parole.
L’unica cosa che però non viene sottolineata ed evidenziata è come si è diversi, e perchè si è diversi se poi tutto fa pensare al contrario.

Analizziamo per esempio la scena politica italiana.

In questo ultimo ventennio, si sono succeduti alla guida del governo sostanzialmente due schieramenti contrapposti, che in parole povere costituivano, ed all’apparenza ancora oggi costituiscono, la materia prima del bipolarismo italiano. Infatti il centro destra ed il centro sinistra sono vent’anni che se le cantano di santa ragione, ognuno arroccato nei propri fortini sordi e spesso inermi alle esigenze dei cittadini. Solo negli ultimi anni ,a scoperchiare la pochezza di rappresentatività della politica italiana, è arrivato un nuovo movimento (il Movimento 5 Stelle, n.d.a.) che sulla scia del dissenso civico e sociale ha cavalcato questo sentimento di anti-politica aumentando vertiginosamente i propri consensi, soprattutto nelle ultime elezioni politiche del 24-25 febbraio.
Quindi abbiamo un paese diviso in tre grosse porzioni (direi quattro se si vedono i dati dell’astensionismo, n.d.a.) una di centro-destra, una di centro-sinistra, ed una che vomita ogni tipo di ideologia e cerca di mettere in discussione i meccanismi oscuri celati dietro la politica.
Analizzando il ventennio del centrosinistra, si nota sostanzialmente come la politica comune a quest’area sia stata imperniata principalmente sul richiamo a valori, ed ideali non presenti nell’area opposta.
Il “Noi siamo diversi” è stato lo slogan di questi vent’anni nonostante poi nei salotti del potere la commistura istituzionale rimandava ad altri slogan, ed altri commenti. Eppure si è sempre levato forte il grido del “Noi siamo diversi“, demonizzando la figura che più di tutte ha contribuito a distruggere in poco tempo ciò che di buono poteva esserci nella società italiana. Infatti, in maniera giustificata, Silvio Berlusconi é diventato per l’opposizione, con grande merito suo, l’artefice del collasso sociale ma soprattutto valoriale del nostro paese, difeso a spada tratta dai suoi servi trinariciuti ha saputo far scivolare ogni presunzione di colpevolezza, commminatagli dai suoi detrattori, un pò come faceva “The teflon Don” il famoso John Gotti che meritò quel soprannome per la capacità di far scivolare su di lui ogni tipo di accusa.
Ora un’opposizione degna di nota, con queste premesse e con le palesi ambiguità mostrate dal Cavaliere, avrebbe sfruttato qualsiasi pretesto offertogli dal “nemico” per affondarlo una volta per tutte ed invece per distinto masochismo o per celati interessi, fa di tutto per esaltare ogni sua mossa oppure gli offre ogni strumento possibile per accrescere il suo consenso ed il suo già immenso potere.
Ora dopo vent’anni e dopo l’ennesima campagna elettorale imperniata sullo slogan sopracitato il Partito Democratico si allea nuovamente col Caimano (Berlusconi, n.d.a.) , a cui aveva giurato guerra aperta, a cui aveva consigliato di ritirarsi, che aveva definito come unica causa dei mali del paese.
Per questo io ora affermo che non c’é più nessuna giustificazione alla diversità conclamata e venduta come fumo negli occhi agli elettori che, da questo punto di vista, finalmente almeno uno son riusciti ad aprirlo ed é bastato per rilevare un’omologazione valoriale diffusa tra gli uomini che compongono le istituzioni del nostro paese.
La diversità che ha rappresentato per tutto questo ventennio il termine di paragone per illudere l’elettorato che in massa continuava a credere alle panzane distribuite dai mendaci politici, ora non rappresenta più lo strumento per diversificare ogni schieramento politico, perchè il pensare civico accomuna tutti questi sullo stesso piano, e quindi se la politica tutta vuole riacquistare consenso non potrà più utilizzare lo slogan “Noi siamo diversi“, perchè con le loro azioni politiche scellerate hanno evidenziato la loro adesione a quel mondo, fatto di valori distorti e di inefficienza, senza dar conto alle esigenze dei propri elettori, ora come non mai sempre più lasciati al proprio destino.

Cibal


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Lorenzo Manara

Scrittore notturno di romanzi d'avventura

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