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La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


La paura della diversità: una risposta valida a tutte le domande.

Quello che succede ormai da una vita, nel nostro paese ma sopratutto in tutto il nostro caro amato mondo, è sintetizzare una parte dei problemi, o quasi tutti, in determinate categorie che ci sembrano adatte a raccoglierli. Una sorta di risposta valida per tutte le domande possibili.
Nel corso della storia, non solo quella che si legge sui libri che ti fanno comprare a scuola, numerose sono le volte in cui questa tendenza dell’umanità si dispiegava liberamente con il tacito accordo di una buona parte dell’umanità che non era d’accordo. Il problema è che col passare del tempo si viene travolti dalla quotidianietà dei rapporti costituiti, del sistema già perfettamente strutturato e ti senti fuori dal coro quando noti, con amarezza, che le cose sono andate proprio nel verso in cui non dovevano andare, per buona parte delle persone come te.
Non è possibile ridurre, ad oggi, le problematiche sociali in un pentolone a cui attingere cercando la risposta adatta ad ogni occasione così da ottenere, specie sul piano politico, un consenso rapido ed allargato. Non a caso la logica del capro espiatorio è comune, più o meno, a tutte le ere umane, trascinando con sè una serie di eventi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli esseri umani, che scompare ogni qual volta emerge con forza quella voglia collettiva, involontaria ed insita in molti che fanno del “senso comune” la loro caratteristica peculiare, di ricercare un colpevole ai propri mali.
Non è poi trascorso molto tempo da quello che io definisco come l’evento simbolo di ciò che danneggia non solo quella che una volta veniva considerata la “Comunità“, che giorno dopo giorno ha lasciato spazio sempre maggiore alla “Società“, ma anche il senso della vita di ogni individuo che si trova ad affrontare i problemi moderni connessi alla vita: gli scontri e le proteste dei cittadini romani contro l’edificio, a Tor Sapienza,  che ospitava i rifugiati, al culmine, secondo il loro punto di vista, di una serie di eventi poco gratificanti da parte degli “ospiti” indesiderati.
Raccontare un quartiere di un’altra città, da parte mia, è difficile, e lo è per tutti quelli che non vivono in quei metri cementati. Raccontare seriamente, specie al giorno d’oggi, la problematica delle migrazioni che dal Sud del mondo si innestano in ogni direzione è ancora più complicato e chi vi dice che è semplice non può essere creduto. L’immigrazione e la città, intesa come luogo dove le relazioni sociali pian piano hanno perso di significato, rimandano ad una serie di intrecci di fattori che spesso e volentieri vengono abbandonati per raccontare le favole, per sposare appieno le ideologie moderne, votate alla rapidità nella ricerca dell’unica risposta a mille domande, alla frammentazione dei rapporti che diventano sempre più precari, come le nostre vite.
Analizzare la città non è mai stato semplice, soprattutto ora che si fanno sentire le problematiche connesse proprio all’immigrazione, un fenomeno che spesso e volentieri viene denigrato facendo spesso emergere, in modo profondo, quel sentimento di supremazia della razza insita nella stragrande maggioranza delle persone. Un etnocentrismo radicale che spinge chiunque ad analizzare questi fenomeni sulla base della superiorità, morale, culturale e strumentale\economica, della propria “razza”.
Sono sempre stato abituato a guardare, al di là della mia attuale preparazione sociologica, ai fenomeni, dai più evidenti ai meno evidenti, cercando di non soffermarmi troppo sul risultato ma cercando di scavare oltre quel mantello spesso di superficialità, provando a ragionare sui motivi che hanno portato a quel risultato.
Ho imparato con gli anni a non fidarmi delle risposte di cui ho sempre bisogno
, specie se arrivano da chi crede che sia tutto semplice da spiegare. Allora, sempre di mia spontanea volontà, ho cercato di leggere oltre le parole descritte nei vari libri, ho cercato di spostare le tende che coprivano le mie finestre e che mi facevano vedere solo la mia stanza, e guardavo, guardavo all’orizzonte le città che si perdevano tra i paesaggi mozzafiato dall’alba al tramonto senza perdere mai di vista, davvero mai, l’orizzonte, l’unica linea che legava ogni punto di vista. Mi perdevo tra le mille sfaccettature del pensiero ed allontanavo sempre, questo è sicuro, ogni riduzione facilona delle problematiche a cui cercavo di trovare una soluzione. Oggi lo so, so che dietro al fenomeno dell’immigrazione non posso, e non possiamo ridurre il tutto alla faciloneria ideologica e politica degli xenofobi dietro l’angolo, ad ogni angolo di questo paese e di questo mondo.
Ho provato, invano, a far immedesimare chi ha una visione da “invasione” dell’immigrazione nelle vite di chi parte da paesi lontani, alla volta dei paesi industrializzati, cresciuti, pasciuti, ingrassati proprio sulle spalle degli avi di chi parte. Non ci sono mai riuscito e lo dico da tempo. Ho cambiato prospettiva. Ho provato a raccontare i sentimenti di un viaggio e di quanto una risorsa naturale come il mare, la distesa d’acqua salata, abbia un valore diversificato nel mondo. Svago, produzione di tranquillità peculiare di molte nostre vacanze mentre cimitero, ultimo respiro di chi getta il proprio cuore su quella barca che a stento può reggere una decina di persone lasciando tutti i suoi ricordi, cullati dalle famiglie che con sacrifici inenarrabili vendono di tutto pur di racimolare la somma adeguata per i vari Caronte che lucrano sulla loro sofferenza. Nemmeno mi è andata bene ma ancora oggi non mi arrendo.
Siamo abituati, sempre più, ad essere mediocri come i prodotti che produciamo.
Abbiamo, giorno dopo giorno, deciso di avvicinarci sempre più alle macchine piuttosto che alle persone, impauriti dalla contaminazione sociale ma vinti dalla pervasività tecnologica. Abbiamo costruito barriere invisibili che ci permettono di vivere arroccati in gabbie d’acciaio mentre attorno a noi il mondo continua a correre e la sofferenza cerca semplicemente una mano da stringere e le nostre sono sempre ferme su display senza sentimenti, colorati artificialmente senza emozioni.
Ci siamo immersi profondamente in ciò che abbiamo prodotto che non riusciamo più a provare compassione per un essere umano o animale che sia, vittima sacrificale della tanto santificata tecnologia. Proviamo più dispiacere per un graffio sul nostro smartphone, capaci di scenate da internati, senza versare una lacrima o darci da fare seriamente per evitare che esseri come noi, umani come noi, uguali, sì uguali, magari con una pelle diversa, più alti, più bassi, più magri, sì decisamente più magri, che a frotte chiedono il diritto sacrosanto alla vita, sì quello che noi oggi diamo per scontato. Non voglio nemmeno parlare di felicità, perchè ormai è un miraggio anche per noi, figuriamoci per loro che devono ringraziare, qualcosa o qualcuno sperando che almeno lui gli dia ascolto, se sono arrivati ad una certa età senza essere spirati prima.
Sin da piccolo mi sono sempre sentito un diverso, un diverso tra gli uguali.
La differenza è che io sono da questa parte del mondo, quel mondo che chiude gli occhi e continua a chiuderli perchè è sempre una convenienza. Io però voglio tenerli aperti, e voglio indurre ad aprirli anche ad altri che come me aspettano semplicemente quel cambiamento che sarebbe necessario a questo mondo.

Lo so, lo so sono un temerario in un mondo di omologati, di persone che si guardano negli occhi e si ritrovano sempre più uguali.
Io non dispero.

Cibal


Quando una barca fa meno rumore di un’altra nello stesso mare….

 

Ho inserito la canzone perchè mi ha accompagnato come sottofondo per tutto il tempo della redazione dell’articolo. Provate a leggere avviando il video  e probabilmente leggerete le mie parole provando le mie stesse sensazioni. Buona lettura.

 

Le immagini erano sotto gli occhi di tutti, senza ombra di dubbio e senza dare adito ad altre interpretazioni. Sempre le stesse da un bel pò di tempo, sempre le stesse a riempire le pagine dei giornali e dei telegiornali. Quelle immagini raccontano storie che spesso si fermano, come piccoli tasselli sacrificabili in una scacchiera grande, troppo grande. Come frutta matura che cade dagli alberi, loro cadono senza far rumore e senza richiamare l’attenzione di chi sa che esistono ma chiude gli occhi, per compassione o per scrollarsi da dosso colpe che, a torto, pensa di non avere. Tutti sanno che quella è frutta che quando è troppo matura cade ma non c’è mai nessuno a raccoglierla.

Altre persone che si aggiungono alla lista infinita di morti.

Altri morti, passati inosservati come sempre, che viaggiano in condizioni disperate per fuggire da stenti e sacrifici che tutta la popolazione europea messa assieme nemmeno immagina lontanamente, forse solo i nostri nonni conoscevano quelle condizioni. Un numero spropositato che crescerà sempre di più, crescerà senza ombra di dubbio, soprattutto per l’indifferenza generale; di indifferenza infatti nel nostro paese ne abbiamo davvero tanta.
L’indifferenza, quella che portò Moravia a scrivere “Gli indifferenti” proprio per evidenziare la profonda inerzia individuale che porta pochi ad esplodere per una sollecitazione morale della propria coscienza, mentre la maggioranza delle altre persone si siede comoda e si gusta lo spettacolo, che poi diventa parte integrante delle loro vite, però queste sono mobilissime a seconda del contesto che cambia, proprio per evitare di essere in minoranza. Incorniciando poi il tutto con l’imperituro “Odio gli Indifferenti” scritto da chi ha conosciuto sulla propria pelle l’emarginazione e la sofferenza come risultato della più strenue opposizione al potere che imperante si diffondeva in Italia, si può rendere perfettamente l’idea della difficoltà di un discorso inverso nella nostra nazione.

Così accade che essere dalla parte della tutela dei diritti inalienabili comporta una selezione degli individui che richiedono quella solidarietà, che più passa il tempo e più resta un mero ricordo negli occhi delle persone che hanno i loro corpi cosparsi di rughe profonde. Una selezione che si basa sull’appartenenza a questa oppure ad un’altra comunità, come se il richiamo originale non fosse più il genere umano ma una serie di sottocategorie, che al loro aumentare, di rimando, fanno crescere le discriminazioni al loro interno.
Quelle discriminazioni sono sempre alimentate dalle paure ataviche che hanno caratterizzato la razza umana e nonostante questa sia riuscita a sopravvivere per oltre duemila anni non è mai riuscita ad allontanarsi da quella voglia profonda della discriminazione, dell’evidenziazione delle sue differenze rispetto agli altri appartenenti allo stesso genere umano, che spesso e volentieri è alimentata da basi superflue che potrebbero facilmente essere superate tramite un uso adeguato della ragione.
A quelle di oggi si aggiungono quelle del passato ed è davvero difficile ritrovare nella storia un’era umana in cui questo non sia accaduto ma oggi dovrebbe essere diverso, innanzitutto, perchè oggi, più di prima, la soglia della fruibilità dei diritti si è abbassata decisamente rispetto a prima e poi perchè, oggi, l’idea di nazione si è trasformata. Proprio le migrazioni hanno influenzato questo lento cambiamento, frantumando l’idea di razza pura ed aprendo la possibilità all’estremo melting pot in ogni nazione del mondo.
Ed è proprio così che quelle che sono le proprietà inaleniabili degli esseri umani passano in secondo piano, certo non dappertutto, ma in buona parte del pianeta è così che funziona.
E quindi si arriva, giustamente, a solidarizzare per una nave che lentamente si inabissa e porta con sè le speranze dei viaggiatori, che erano lì per trascorrere un pò di tempo con i propri cari, divertendosi, e che mai avrebbero immaginato quella tragica fine, bambini, figli, padri, mariti, mogli e donne tutti accomunati dalla natura conviviale della loro presenza su quella città in mare…ma lo stesso non accade con una barca più piccola, più brutta decisamente, meno raffinata e decisamente più affollata. La differenza è nella pelle di quelle persone e nelle speranze che si legano a quel viaggio, un viaggio che nella maggior parte dei casi non finisce bene. Un viaggio che a differenza dell’altro inizia mesi e mesi prima, nel deserto di sabbia e terra, sotto il sole cocente, a bordo di camion che solcano il mare giallo. È già tanto riuscire a sopravvivere, Bambini anche qui, Madri anche qui, Padri anche qui, la pelle è diversa, i sogni anche, l’indifferenza verso loro sempre la stessa da anni ed anni.

Basterebbe davvero poco per cambiare le cose,  e così non permettere di trattare come merce sogni rinchiusi in corpi maltrattati dall’indifferenza. Basterebbe guardare oltre quel limite dei nostri occhi e delle nostre vite, basterebbe aprire semplicemente le porte alla speranza di un mondo diverso…

 

Cibal


Cronache di una morte annunciata. Nel “Mare Nostrum” continuano a morire mentre il mondo sta a guardare.

 

Le immagini parlano da sole. Tre minuti, tre minuti che dovrebbero essere strazianti per chi come noi quelle immagini le guarda ovattato nella propria abitazione, dietro quegli schermi che di emozioni difficilmente ne trasmettono.
Il video diffuso da Repubblica è tutto questo.
Quel barcone che lasciato al proprio destino ha accettato il mare come una nuova terra, e quei corpi che fidandosi del destino, quello per loro troppo crudele, si son lasciati andare. Corpi una volta pensanti, corpi che speravano in un futuro migliore ma che il mare ha richiesto per sé. Corpi che placidi ora fanno parte del mare, quel mare che doveva semplicemente essere un percorso come tanti, magari ugualmente difficoltoso a quelli fatti sulla terra prima di giungere a quella barca. Sì perché il mare è l’ultimo percorso dopo un’intera vita, o non vita, fatta di speranze e di stenti. Poi dall’altra parte speri che ci siano persone come te, che magari capiscono la sofferenza, magari intuiscono da cosa scappi, del perché scappi. Magari sogni già quel futuro che i tuoi genitori, pagando quella somma raccolta per tutta una vita di stenti per quell’ultimo viaggio, speravano si esaudisse.
Ma c’è il mare, e ci sono gli uomini, quelli dall’altra parte. Quelli dal colore bianco,diverso dal tuo, ma a te non importa perché sai che andrà bene, perché i sacrifici che farai nel “nuovo mondo” non saranno niente in confronto alla guerra da cui sei scappato, dalla fame che hai patito e dalla vergogna a cui pensi sempre. La vergogna di indossare quel corpo martoriato, la vergogna di appartenere all’altra parte del mondo, quella che dovrebbe essere considerata vittima ma che, e non te lo sai spiegare, diventa in quei paesi lontani sempre la colpevole. Tu scappi, ed il resto non conta, forse per loro conta, loro che non sanno da cosa fuggi e non vivono la guerra come te e la guardano solo da un apparecchio che al tuo paese, addirittura, a stento ti puoi permettere.
Allora non riesci a capire tutta questa differenza. Perché una guerra e perché dall’altra parte ci guardano impietriti, senza aiutarci, come se fossimo portatori di tragedie. Sai che porti solo la tua vita, le tue speranze, la tua dignità e non quello da cui fuggi. La guerra rimane dove è sempre stata, ripeti a te stesso che tu stai solo fuggendo sperando di salvarti. E mentre pensi tutto questo sei già in viaggio, stipato accanto a tanti come te, che hanno paura, quella così simile alla tua. Senti che forse non lo meriti, ma sta accadendo davvero. Un destino simile per tutti. Quella paura che gli altri provano su quella barca sembra corromperti, si diffonde anche dentro te. Sfiori gli altri e senti che sarà difficile superarla. La paura di morire e di non essere accettato e di aver rischiato troppo. Il tempo passa senza cibo, e senza acqua. Ma tu hai fiducia degli altri. Perché dovrebbero essere diversi? Sono esseri umani come te. Hanno patito anche loro la fame nella loro storia. Poi pensi a tuo cugino, a tuo zio, ai tuoi fratelli di cui non sai più niente. Erano partiti anche loro tempo fa, ma non si sono fatti più vivi. Quella desolazione ti attanaglia e non ti lascia.
Mentre la barca lentamente si inabissa pensi a quel futuro che tanto desideravi. Volevi semplicemente essere felice e mentre pensi le forze ti vengono meno e capisci che non hai mai nemmeno avuto il tempo di imparare a nuotare perché quell’acqua a stento l’hai vista nella tua vita. Acqua per bere, quindi figuriamoci per nuotare. Affondi e chiudi gli occhi mentre la tua storia, e tutti quei pensieri affondano con te mentre il mondo continua a guardarti passare come polvere nell’aria. Non ti afferra perché non ti vede, sei invisibile ai loro occhi ed intanto pensi di non meritarla quella fine.

Quante storie ci sono passate accanto, quante ancora ne devono passare e si devono chiudere in questo modo per accorgerci che pian piano stiamo perdendo il senso della morte. Quella morte che poi, in fondo, tutti temiamo ma che non sappiamo come evitare. La morte ha un’unica nemica, la felicità. Se sei stato felice, sempre felice, accetti la morte serenamente. Ma se come loro, lotti dal primo momento in cui sei nato, per combattere per quella felicità, la morte non l’accetti e cerchi di combatterla ogni volta, fino a quando ti lasci andare perché non c’è più speranza dentro di te.
Eppure a noi, quelli dall’altra parte del mondo, la morte, quelle morti non ci smuovono più, ogni giorno ne muoiono a migliaia nel “Mare Nostrum”. Sono accanto a noi, nel mare senza saperlo, perché in quel mare sono stati sconfitti e la morte ha prevalso sulla loro tenacia. Sono accanto a noi quando andiamo in vacanza imperterriti, sapendo che dall’altra parte quel mare non è felicità ma morte, sofferenza ed assieme speranza. Noi ci divertiamo a mare, ci rilassiamo e non ci domandiamo perché una stessa risorsa, una risorsa per tutti, debba essere fonte di felicità per noi e per qualcun altro fonte di sofferenza.
Stiamo perdendo il vero senso delle cose e sappiamo il perché: perchè è questa la morte.


Lampedusa, l’Italia non impara dai propri errori

Lampedusa, l’Italia non impara dai propri errori.

Mio nuovo articolo su “www.lavocesociale.it”.
L’argomento principale è il trattamento riservato ai migranti nel CIE di Lampedusa, che attraverso i video diffusi in questi giorni, ha aperto un acceso dibattito sulle condizioni disumane in cui vivono i migranti.
Ho avuto un pò di problemi perchè stavo preparando un esame universitario.
Grazie a tutti per seguirmi sempre.


Immigrati, quel funerale senza bare e la credibilità del nostro Paese

Immigrati, quel funerale senza bare e la credibilità del nostro Paese.

Mio articolo sulla recente farsa andata in scena ad Agrigento. Un funerale senza bare…se gli immigrati non contano niente da vivi, figuriamoci da morti…
Il sito di riferimento è sempre “www.lavocesociale.it
Grazie ancora a tutti per seguirmi e per leggermi. È davvero un piacere scrivere, leggere e condividere con tutti voi ciò che penso, al di là degli schemi ideologici.
A presto!


I numeri dell’immigrazione in Italia, anche gli stranieri sono in difficoltà

I numeri dell’immigrazione in Italia, anche gli stranieri sono in difficoltà.

Al link sovrastante trovate il mio articolo su “www.lavocesociale.it”

Mio articolo sulle statistiche relative alla presenza degli stranieri in Italia e la confutazione del luogo comune “ci rubano il lavoro”…non c’è nemmeno per loro, non vi preoccupate =)

GRAZIE per seguirmi e per leggermi, a presto!


La tragedia infinita dei migranti e il ruolo dell’Italia

La tragedia infinita dei migranti e il ruolo dell’Italia.

Altro mio articolo su “La Voce Sociale”. Vi invito a leggerlo perchè ,al di là della mia firma, all’interno ho cercato in maniera molto semplice di analizzare gli atteggiamenti che si fronteggiano maggiormente in Italia nei confronti dell’altro, dello straniero, del migrante.
Grazie mille a chi mi legge, a chi mi segue ed a chi mi commenta.
Buona giornata, a presto.


Il fenomeno migratorio

L’italia probabilmente rappresenta ,per il popolo migrante appartenente al sud del mondo, ciò che per noi Europei sono gli Stati Uniti d’America.
Dati dell’Istat alla mano, gli stranieri censiti(quindi solo la popolazione munita di regolare permesso di soggiorno) in Italia al gennaio 2011,risultano essere ben 4 milioni e 570 mila, che rapportati alla popolazione italiana tutta sono il 7,5%,un dato evidentemente che va rivisto anno per anno,vista la crescita esponenziale di domande di permessi di soggiorno e di contratti di locazione abitativa(affitti).

Negli anni il contributo al mondo del lavoro da parte degli stranieri residenti in Italia ha rappresentato e tutt’ora rappresenta un perno abbastanza stabile nei meccanismi finanziari che reggono l’economia italiana.
Il fenomeno migratorio ha interessato l’umanità tutta nel corso della storia.
Le cause di questo fenomeno sono sempre state legate ad esigenze di sopravvivenza,laddove non c‘era possibilità di svilupparsi,di lavorare e di vivere,ci si spostava verso paesi spesso molto lontani che offrivano un corredo di possibilità spesso solo sognate.
L‘italia,a partire dalla sua unità ed anche prima,è inserita nel processo migratorio,sia attivamente come paese da cui si partiva(soprattutto nel periodo che va dalla fine dell’ 800 fino agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale) ed a partire dagli anni ‘70 sino ad oggi,come paese ospitante.
Gli spostamenti di migranti italiani nella storia,hanno interessato nella maggioranza dei casi,gli Stati Uniti,l’Australia,il Brasile e L’Argentina ed alcuni paesi dell’Europa Centrale,soprattutto la Germania e la Francia.
Ognuna di questa nazione ha sul proprio territorio(specie in Canada e negli Stati Uniti),ancora oggi, interi quartieri fondati da Italiani emigrati, basti ricordare i vari “Little Italy” molto conosciuti negli Stati Uniti ed in Canada.

Oggi il flusso migratorio verso le coste della nostra nazione ,nella maggior parte dei casi, è contraddistinto da una forte percentuale di persone senza regolare permesso di soggiorno che provengono da zone di guerra dell’Africa tutta; ultimamente infatti, dati i numerosi conflitti rivoluzionari per sovvertire i regimi dittatoriali presenti in numerose nazioni del Nord Africa, gli sbarchi di clandestini sono aumentati vertiginosamente.

Non si può parlare di migrazioni,di migranti, senza parlare anche di diritti.
Sulla scia dello scorso intervento in cui accennavo ad un’Italia poco attenta alla storia,mi soffermo anche qui sul fattore storico che ha determinato una diversa concezione dei diritti dei migranti; perchè non si può discriminare chi oggi nel suo ruolo di migrante rappresenta,in fin dei conti, il nostro passato. La storia delle migrazioni italiane del ‘900 è stata sicuramente una pagina non felice. Partiamo dal presupposto che l’Italia non offriva all’inizio del 1900 ciò che,in termini di possibilità lavorative, il Nuovo Mondo offriva,altrimenti la maggior parte della popolazione migrante che lasciava le nostre terre avrebbe rinunciato volentieri ad un viaggio continentale per mesi,in condizioni alquanto precarie. Le leggi americane,per quanto riguarda le quote di “immigrati da accogliere”, erano molto severe. Ancora oggi l’immigrazione straniera viene regolata in base alle quote diverse per ogni nazione.


Negli Stati Uniti si accedeva tramite Ellis Island, un piccolo isolotto al largo di New York, dove oggi sorge il museo  dell’Immigrazione, che ha rappresentato la struttura attraverso la quale i migranti,da ogni parte del mondo, accedevano al Nuovo Mondo. I controlli all’interno della struttura venivano effettuati dai vari ispettori all’immigrazione,dai dottori e da altre persone che avevano il compito di registrare, visitare e interrogare i vari migranti; alcuni, giudicati non idonei ad accedere negli Stati Uniti, venivano rispediti nei loro luoghi di partenza, ma dati alla mano, i rimpatri sono stati davvero pochi rispetto al flusso che aveva il permesso di accedere al suolo americano.

Una volta giunti sul suolo americano i vari stranieri, gli irlandesi e gli inglesi rappresentavano la percentuale maggiore sul suolo americano, si spostavano per raggiungere i parenti oppure per insediarsi nei vari Slums(Bassifondi) presenti nei vari Borough(Distretti). Gli Stati Uniti abbondavano di lavoro manuale ma di solito veniva mal retribuito. Gli italiani erano disprezzati ancor più della popolazione nera anche per la loro disponibilità a fare lavori altamente usuranti,che la maggior parte degli altri stranieri e degli americani non faceva, e per accettare anche paghe alquanto misere. Numerosi erano i dispregiativi per etichettarli, il più usato era “Dagoes” che era comparabile ai moderni “Vucumprà”,”Zingari” etc etc.

Numerosi sono stati i libri,i film,i documentari che hanno raccontato quel periodo della storia umana.

Ancora oggi quel periodo riesce a risvegliare, in molte persone, la voglia di trovare legami parentali, di cui si ignorava l’esistenza , nei paesi interessati dai flussi migratori nel primo ‘900.

 

 

 

Cibal


antea.r

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Senti, mento.

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Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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