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La legge del consenso: combattere la povertà a colpi di manganello. La destra ringrazia.

 

Ci sono alcune cose che davvero non concepisco, soprattutto quando si parla di genere umano. Non le concepisco ma le analizzo e posso tranquillamente sezionarle.

È chiaro che la bianchezza, quella pura, non quella acquisita che fa così tanto paura ai nostrani seguaci dei fasci scuri, divida il mondo in buoni e cattivi.
Ci sono i buoni, quelli che nonostante tutto hanno il diritto, in virtù del loro colore, anche di delinquere. Sono i bianchi, i conquistatori, i civilizzatori. Poi ci sono i cattivi, quelli non bianchi per intenderci. Quelli devono passare attraverso diverse fasi, ontologicamente parlando, per essere riconosciuti “non colpevoli”. Devono somigliare al bianco, in tutto e per tutto perché si sa, la civiltà sta solo da una parte e quella parte si chiama Occidente.

Ora, dopo i recenti fatti di Piazza dell’Indipendenza, tra l’altro fenomenale vedere come i “fasci blu” fossero dalla parte del “giusto” istituzionale e del senso comune in una piazza così chiamata, mi sembra chiara, anzi chiarissima, la volontà di togliere voti alla destra xenofoba.
Sì, perché ormai è abbastanza palese: il malcontento popolare che genera i semi dell’intolleranza e della xenofobia è inarrestabile.
Politicamente parlando non puoi mica parlare più di accoglienza ad un popolo sordo, che ormai riconosce il nemico in coloro i quali vivono peggio di lui, non puoi mica parlare di solidarietà se addirittura ad essere considerate criminali sono le ONG, Organizzazioni non governative che cercano in tutti i modi di salvare vite umane.
Per le prossime campagne elettorali questa non è per niente una buona cosa.
Per la politica dell’immigrazione, nella speranza di poter “governare i flussi”, manco fossero cavalli, manco fossero tori, si è scelto lo “sceriffo” Minniti che per risolvere il problema non ha fatto altro che allontanare il problema.
Vedi caro Minniti, se hai paura del buio e chiudi gli occhi, il buio rimane, non scompare. Devi accendere la luce od aspettare il giorno. Il buio è arrivato e tu hai costretto tutti quelli che volevano salvare vite umane a chiudere gli occhi.
Quindi si rincorre la destra per i voti, un governo che si professa democratico che picchia i rifugiati, picchia gli studenti, picchia i lavoratori; e quando la democrazia per parlare usa i manganelli, quando la democrazia per “imporsi” usa gli idranti, allora non è più democratica: è una democrazia fascista.

Ormai a parlare di solidarietà ed accoglienza è rimasto solo Francesco, il papa, omonimo di quel “poverello” che si spogliò di tutto pur di aiutare le persone in difficoltà.
Ormai basta leggere i commenti alle varie notizie riguardo gli stranieri, non tutti ovviamente perché quelli con i soldi non hanno problemi, per capire quanto si sia arrivati ad una situazione insostenibile, sia per il vivere comunitario sia per il rischio di un’esplosione dell’intolleranza profonda alimentata dai movimenti neofascisti e da partiti che fanno della lotta al nemico immaginario la loro unica linea politica.
Commenti beceri, commenti vergognosi, commenti che non hanno paura a scrivere, come se la realtà virtuale rappresentasse tutto ciò che in realtà non si può dire per paura di ritorsioni.
Si fa appello al Napalm, si spera in una pulizia etnica, si libera l’istinto, quello che in fondo si tratteneva da tempo e che solo ora si può liberare.

Allora il tempo sembra essere giunto, il tempo dell’azione e della reazione.

I fascisti son qui, tra noi, protetti, liberi di agire perché legittimati da un fare politico che si è ormai liberato dal fardello della solidarietà. Hanno chiuso gli occhi, loro, mentre il popolo sedotto dai richiami fascisti sputa odio su chi è considerato colpevole ma in fin dei conti non lo è. L’unica loro colpa è la povertà, è il loro colore, il loro non essere considerati uguali a tutti gli altri, il loro nascere in zone che storicamente devono essere e sono relegate ai confini dello stesso immaginario umano, sono nel culo del mondo, dopo che da quel culo è stato rubato tutto. Eh sì, la colpa è loro perché non rimangono al loro posto, il posto che i bianchi hanno assegnato loro ormai da tempo.

 

Cibal

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La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


Io non ci sto! Cori e striscioni fanno una nazione di fascisti.

Spettacoli come quelli andati in scena all’Olimpico di Roma, nella sfida di campionato tra Roma e Napoli, dovrebbero portare una parte di questo paese a riflettere più di quanto in effetti avviene, sul collegamento, mai forzato, tra il Calcio e la discriminazione, specie nella nostra cara nazione.

Essendo napoletano, qualcuno potrebbe pensare che le mie parole in queste pagine potrebbero essere “di parte” o subire l’influenza di un’appartenenza atavica, non solo ad un popolo ma ad un’identità che scorre nelle vene di chi respira la vita a sud di Roma, oppure ad un sentimento di vittimismo, definito da molti come connaturato al popolo napoletano, ma non è così.

Innanzitutto perché discriminare è un atto diretto che non dovrebbe essere considerato a seconda del contesto, e quindi non settoriale o riducibile, come invece è stato, e difatti continua ad essere, sancito attraverso l’abolizione delle sanzioni comminate alle società per i beceri cori che si levano dalle curve.
La discriminazione, quale che sia, territoriale, razziale, di genere, ha in sé una profonda problematica culturale, che difficilmente si può risolvere attraverso la volontà di differenziare i diversi tipi di discriminazione, come accade, apparentemente senza alcun senso, in Italia.
La problematica principale della discriminazione non è, a mio avviso, tanto riconducibile nell’essenza dell’azione discriminatoria: un coro offensivo, una frase ingiuriosa od altro, ma nella legittimazione di quelle azioni, attraverso il continuo silenzio delle istituzioni preposte al controllo ed alla sanzione delle stesse.
Non è la prima volta che cerco di analizzare fenomeni “tipici” della nostra nazione, spesso costruiti e strutturati all’interno di categorie culturali che dipendono fortemente dal modo in cui “si è fatta la nazione” e che rimarcano profondamente quella cesura irreversibile tra un’Italia del Nord ed un’Italia del Sud, presente ancor prima dell’unità amministrativa, politica e monetaria effettiva.
Questa discriminazione, che ancora oggi viene legittimata istituzionalmente, non nasce per caso e non muore solo all’interno dei contesti sportivi, soprattutto quelli legati al mondo del calcio.

Quello che però è andato in scena ieri sera è stato uno spettacolo ancora più indegno, vile e da codardi.

Essenzialmente per alcuni motivi fondamentali.
Innanzitutto gli striscioni hanno un loro senso nella maggior parte degli autori e soprattutto, cosa più preoccupante, nella mente di chi li ha letti ed ha tratto delle conclusioni errate.
Quindi una parte di questo “belpaese” ha trovato un senso logico, “lucrare su un funerale“, nelle parole di chi, indirettamente, aveva nelle sue intenzioni principali quella di colpire la mamma di Ciro Esposito, vittima innocente di un agguato, per difendere chi ha causato quella morte, un fascista che con quella manifestazione sportiva non c’entrava nulla.
È proprio qui la codardia di una schiera di delinquenti e di tutti quelli che hanno legittimato quel pensiero becero.

Quel “lucrare su un funerale” è un’accusa, innanzitutto, infondata, nella sostanza e nella logica.

Provate a pensare, per un attimo, cosa ha potuto pensare un adolescente allo stadio, cosa ha potuto comprendere un ragazzino davanti al televisore, provate ad immaginare per un secondo la ridondanza di quel messaggio che, non mi stancherò di ripeterlo, ha l’intento di colpire la vittima per santificare il carnefice.

Un messaggio erroneo.

Lucrare è un verbo che rimanda ad una logica di profitto, assente totalmente negli intenti della madre di Ciro Esposito, non a caso i proventi del libro andranno tutti in beneficenza. Non solo.
Mi è capitato in questi giorni di leggere molti commenti alle notizie che riportavano ciò sto cercando di analizzare in questo spazio virtuale, e con profonda sorpresa ho notato una completa adesione al pensiero, espresso da quegli striscioni, della stragrande maggioranza di tifosi, anche tra le fila dei supporter azzurri.
Il pensiero comune delUna mamma piange non scrive“, “Una mamma che perde un figlio si rintana, si chiude, non esprime pubblicamente nulla“, “Una mamma che perde un figlio non sorride“, “Quante altre mamme hanno fatto questo, quello e tutto il resto che ha fatto la signora Leardi“. Esprimendo, quindi, una profonda omertà mafiosa, l’omertà del “Zitta e soffri in silenzio“, “Che speri di ottenere con queste uscite pubbliche“.

È svilente, è davvero raccapricciante dover spiegare il senso delle azioni di quella madre, comprese solo da una parte di questo paese, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, e gran parte delle persone che ancora ha il fiato per criticare, sul problema della violenza in uno sport che dovrebbe diffondere i valori della sana e profonda competizione, basata sul rispetto degli avversari, del rispetto in generale e soprattutto sul problema della giustizia, perché ancora oggi, per quell’assurda morte, un vero colpevole non c’è.
L’unica arma a sua disposizione è il racconto, utilizzare le parole ed il ricordo come arma contro le ingiustizie e contro i vigliacchi, come quelli che hanno esposto quelle lettere, una dopo l’altra, su un lenzuolo bianco, legittimate da una maggioranza vigliacca ed ignorante.
Le stesse parole, da una parte osannate e dall’altra criminalizzate. Le parole degli assassini e quelle delle vittime, su un ring senza esclusioni di colpi, con il pubblico che come sempre si schiera dalla parte sbagliata.

È un problema culturale, più che superficiale, un problema che non abbraccia soltanto il territorio sportivo ma travolge l’intera società, una società che troppo spesso si appoggia su valori condivisi dopati da ideologie senza senso e violente. Raccontare è l’unico strumento per combattere il messaggio mafioso dell’omertà, tacere non è più un obbligo, e dobbiamo urlare a tutti quanto ci fanno ribrezzo quelle persone e le loro parole.

 

Cibal


Vivremo così, cercando un senso anche per voi : l’informazione, Pino Daniele e Napoli.

 

 

Sono giorni davvero tristi, questi.

È difficile spiegare il sentimento che ha legato Pino Daniele ai napoletani, e le manifestazioni di affetto nei confronti dell’artista napoletano sono la prova della grandezza di un popolo che spesso e volentieri viene dipinto con accezioni negative proprie della stampa, che più che descrivere la realtà, si basa sul senso comune, quello che noi, napoletani, conosciamo benissimo.
È inutile ogni volta ritradurre una contraddizione che spesso in sociologia veniva espressa nella condizione dei Neri americani, oppure dei colonizzati in terra d’Africa.
Una condizione che ancor oggi ci fa sentire stranieri in terra nostra, soprattutto perchè all’Unità d’Italia nel lontano, lontanissimo 1861, siamo stati difatti colonizzati in modo violento.

Rimarcare ogni volta quei pezzi misteriosi della storia del nostro paese, rischia continuamente di attivare processi di stigmatizzazione che portano semplicemente chi li attua ad essere considerato un eversivo, additandogli una presunta simpatia monarchica, senza comprendere che si può essere semplicemente desiderosi di verità senza essere monarchici.
Io non voglio, in nessun modo, perdere altro tempo a spiegare cosa è stata per il popolo del Sud, non solo napoletano, l’Unità d’Italia, nella sua espressione pragmatica e non ideologica, perchè si parla spesso del “si è fatta l’Italia” ma si maschera volontariamente il “come si è fatta l’Italia”. Quindi passiamoci sopra.

Non voglio invece passare sopra al continuo spreco di parole virtuali e parole “alluccate” che diventano prerogativa di una masnada di penne al saldo sabaudo, cercando ogni volta di rinvangare vecchie basi pregiudiziali verso il popolo a cui mi sento di appartenere, ed a cui apparteneva sicuramente Pino, non il Pino nazionale, ma proprio il Pino napoletano, partenopeo, che ancor prima di diventare fenomeno “nazionale” lo stesso faceva paura alla stuola di nordici, preoccupati dal loro continuo, ed ancora attuale, pericolo di “integrazione” mista al pericolo di “corruzione” etnica, che oggi, fortunatamente per noi a quanto pare, si è spostata sui poveri cristi che fuggono dalle guerre.
Sì perchè oggi l’Invasione, la paura di quell’Invasione ha loro come protagonisti. Prima eravamo noi i protagonisti di quelle frasi pittoresche ora son loro, domani torneremo di nuovo noi, state tranquilli.

Ed allora ogni volta ci tocca leggere, anche in occasione di un evento davvero infausto per noi napoletani, di essere troppo teatrali nella richiesta di un funerale sul nostro territorio, sulla richiesta di riportare tra noi quello che consideravamo il re di Napoli, il nuovo re, che aveva lasciato anzitempo il suo trono.
In genere, io che scrivo, cerco sempre di collegare alle mie conoscenze un minimo di analisi dei fatti senza farmi allettare dall’idea di inserire stereotipi e pregiudizi che avrebbero sicuramente da un lato il potere di trarre a me più consenso esterno ma dall’altro lato potrebbero inficiare sul nucleo delle mie considerazioni facendo rendere ciò che scrivo fortemente criticabile perchè poco “reale” e “scientifico”.

Così non accade per questi autori che oggi e pure domani, cercando la solita popolarità in relazione ad un evento “storico”, perchè Pino è la storia della musica italiana, non mancano di gettare fango su un’intera città collegata irriducibilmente ad un intero popolo.
Ora siamo nella patria della teatralità e non v’è alcun dubbio ma cosa c’entra l’affetto di un popolo ,che vuole tributare l’ultimo saluto ad un personaggio che è stato molto di più che un semplice artista, con la solita tiritera che si tende a spettacolarizzare il tutto nella nostra città?

E poi perchè corroborare ogni volta questa tesi col voler ostentare l’immagine di un Pino Daniele che viveva lontano da Napoli perchè “allontanatosi volontariamente dalla retorica della napoletanità“(cit.), oppure un Pino Daniele che avrebbe sicuramente preferito una cerimonia meno chiassosa(cit.)(evidentemente riescono a parlare anche con l’aldilà, n.d.a.), arrogandosi il potere della conoscenza di un Autore che era un mondo a sè stante ma indissolubilmente connesso alla realtà napoletana, e non come loro vogliono far credere , con quella che a noi Napoletani sembra sempre più una costrizione mediatica.
Allora a tante domande spesso noi napoletani non troviamo proprio risposte, noi che ci domandiamo perchè anche quando ostentiamo così tanto amore verso colui che consideriamo nostro figlio, nostro fratello, nostro padre, uno di famiglia, dobbiamo subire sempre un processo che affonda più che su reali nostre mancanze, che sono al pari di altri popoli, su componenti pregiudiziali di cui non si riesce proprio a fare a meno in questo maledetto paese. Un paese che non perde mai occasione di dimostrarsi sempre ostico nei confronti dell’aggregazione popolare, nei confronti di un popolo che non è in pace nemmeno quando, con amore, si riunisce tra le strade del proprio paese aggrappandosi alle tradizioni di un’identità che non verrà mai scalfita, proprio mai questo è sicuro, perchè sa che le uniche armi per difendersi dai pregiudizi di chi non ti conosce sono l’identità e l’unione.

 

Ti cercherò nelle giornate di sole, ti cercherò quando piove e quando schizzichea, ti cercherò accanto ai porti, davanti ad una tazza di caffè, quando guarderò il mare e sentirò il vento…sei e sarai sempre Vita.

Ciao Pino.

Cibal


La paura della diversità: una risposta valida a tutte le domande.

Quello che succede ormai da una vita, nel nostro paese ma sopratutto in tutto il nostro caro amato mondo, è sintetizzare una parte dei problemi, o quasi tutti, in determinate categorie che ci sembrano adatte a raccoglierli. Una sorta di risposta valida per tutte le domande possibili.
Nel corso della storia, non solo quella che si legge sui libri che ti fanno comprare a scuola, numerose sono le volte in cui questa tendenza dell’umanità si dispiegava liberamente con il tacito accordo di una buona parte dell’umanità che non era d’accordo. Il problema è che col passare del tempo si viene travolti dalla quotidianietà dei rapporti costituiti, del sistema già perfettamente strutturato e ti senti fuori dal coro quando noti, con amarezza, che le cose sono andate proprio nel verso in cui non dovevano andare, per buona parte delle persone come te.
Non è possibile ridurre, ad oggi, le problematiche sociali in un pentolone a cui attingere cercando la risposta adatta ad ogni occasione così da ottenere, specie sul piano politico, un consenso rapido ed allargato. Non a caso la logica del capro espiatorio è comune, più o meno, a tutte le ere umane, trascinando con sè una serie di eventi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli esseri umani, che scompare ogni qual volta emerge con forza quella voglia collettiva, involontaria ed insita in molti che fanno del “senso comune” la loro caratteristica peculiare, di ricercare un colpevole ai propri mali.
Non è poi trascorso molto tempo da quello che io definisco come l’evento simbolo di ciò che danneggia non solo quella che una volta veniva considerata la “Comunità“, che giorno dopo giorno ha lasciato spazio sempre maggiore alla “Società“, ma anche il senso della vita di ogni individuo che si trova ad affrontare i problemi moderni connessi alla vita: gli scontri e le proteste dei cittadini romani contro l’edificio, a Tor Sapienza,  che ospitava i rifugiati, al culmine, secondo il loro punto di vista, di una serie di eventi poco gratificanti da parte degli “ospiti” indesiderati.
Raccontare un quartiere di un’altra città, da parte mia, è difficile, e lo è per tutti quelli che non vivono in quei metri cementati. Raccontare seriamente, specie al giorno d’oggi, la problematica delle migrazioni che dal Sud del mondo si innestano in ogni direzione è ancora più complicato e chi vi dice che è semplice non può essere creduto. L’immigrazione e la città, intesa come luogo dove le relazioni sociali pian piano hanno perso di significato, rimandano ad una serie di intrecci di fattori che spesso e volentieri vengono abbandonati per raccontare le favole, per sposare appieno le ideologie moderne, votate alla rapidità nella ricerca dell’unica risposta a mille domande, alla frammentazione dei rapporti che diventano sempre più precari, come le nostre vite.
Analizzare la città non è mai stato semplice, soprattutto ora che si fanno sentire le problematiche connesse proprio all’immigrazione, un fenomeno che spesso e volentieri viene denigrato facendo spesso emergere, in modo profondo, quel sentimento di supremazia della razza insita nella stragrande maggioranza delle persone. Un etnocentrismo radicale che spinge chiunque ad analizzare questi fenomeni sulla base della superiorità, morale, culturale e strumentale\economica, della propria “razza”.
Sono sempre stato abituato a guardare, al di là della mia attuale preparazione sociologica, ai fenomeni, dai più evidenti ai meno evidenti, cercando di non soffermarmi troppo sul risultato ma cercando di scavare oltre quel mantello spesso di superficialità, provando a ragionare sui motivi che hanno portato a quel risultato.
Ho imparato con gli anni a non fidarmi delle risposte di cui ho sempre bisogno
, specie se arrivano da chi crede che sia tutto semplice da spiegare. Allora, sempre di mia spontanea volontà, ho cercato di leggere oltre le parole descritte nei vari libri, ho cercato di spostare le tende che coprivano le mie finestre e che mi facevano vedere solo la mia stanza, e guardavo, guardavo all’orizzonte le città che si perdevano tra i paesaggi mozzafiato dall’alba al tramonto senza perdere mai di vista, davvero mai, l’orizzonte, l’unica linea che legava ogni punto di vista. Mi perdevo tra le mille sfaccettature del pensiero ed allontanavo sempre, questo è sicuro, ogni riduzione facilona delle problematiche a cui cercavo di trovare una soluzione. Oggi lo so, so che dietro al fenomeno dell’immigrazione non posso, e non possiamo ridurre il tutto alla faciloneria ideologica e politica degli xenofobi dietro l’angolo, ad ogni angolo di questo paese e di questo mondo.
Ho provato, invano, a far immedesimare chi ha una visione da “invasione” dell’immigrazione nelle vite di chi parte da paesi lontani, alla volta dei paesi industrializzati, cresciuti, pasciuti, ingrassati proprio sulle spalle degli avi di chi parte. Non ci sono mai riuscito e lo dico da tempo. Ho cambiato prospettiva. Ho provato a raccontare i sentimenti di un viaggio e di quanto una risorsa naturale come il mare, la distesa d’acqua salata, abbia un valore diversificato nel mondo. Svago, produzione di tranquillità peculiare di molte nostre vacanze mentre cimitero, ultimo respiro di chi getta il proprio cuore su quella barca che a stento può reggere una decina di persone lasciando tutti i suoi ricordi, cullati dalle famiglie che con sacrifici inenarrabili vendono di tutto pur di racimolare la somma adeguata per i vari Caronte che lucrano sulla loro sofferenza. Nemmeno mi è andata bene ma ancora oggi non mi arrendo.
Siamo abituati, sempre più, ad essere mediocri come i prodotti che produciamo.
Abbiamo, giorno dopo giorno, deciso di avvicinarci sempre più alle macchine piuttosto che alle persone, impauriti dalla contaminazione sociale ma vinti dalla pervasività tecnologica. Abbiamo costruito barriere invisibili che ci permettono di vivere arroccati in gabbie d’acciaio mentre attorno a noi il mondo continua a correre e la sofferenza cerca semplicemente una mano da stringere e le nostre sono sempre ferme su display senza sentimenti, colorati artificialmente senza emozioni.
Ci siamo immersi profondamente in ciò che abbiamo prodotto che non riusciamo più a provare compassione per un essere umano o animale che sia, vittima sacrificale della tanto santificata tecnologia. Proviamo più dispiacere per un graffio sul nostro smartphone, capaci di scenate da internati, senza versare una lacrima o darci da fare seriamente per evitare che esseri come noi, umani come noi, uguali, sì uguali, magari con una pelle diversa, più alti, più bassi, più magri, sì decisamente più magri, che a frotte chiedono il diritto sacrosanto alla vita, sì quello che noi oggi diamo per scontato. Non voglio nemmeno parlare di felicità, perchè ormai è un miraggio anche per noi, figuriamoci per loro che devono ringraziare, qualcosa o qualcuno sperando che almeno lui gli dia ascolto, se sono arrivati ad una certa età senza essere spirati prima.
Sin da piccolo mi sono sempre sentito un diverso, un diverso tra gli uguali.
La differenza è che io sono da questa parte del mondo, quel mondo che chiude gli occhi e continua a chiuderli perchè è sempre una convenienza. Io però voglio tenerli aperti, e voglio indurre ad aprirli anche ad altri che come me aspettano semplicemente quel cambiamento che sarebbe necessario a questo mondo.

Lo so, lo so sono un temerario in un mondo di omologati, di persone che si guardano negli occhi e si ritrovano sempre più uguali.
Io non dispero.

Cibal


La trasformazione valoriale in atto nella nostra società: ecco perchè si criminalizza il Sindacato.

 

L’odierna situazione della politica italiana apre le porte alla probabile, e già in atto, crisi di identificazione individuale sul piano della rappresentanza, sostanzialmente riferita alla politica o strettamente connessa al mondo del lavoro, quindi sindacale.
Il “nuovo” che avanzava, che ora governa senza il consenso derivante dalla tornata elettorale, ha esautorato gradualmente ogni sfera della società, cardini abbastanza solidi per sopravvivere a guerre, crisi e conflitti intestini, creando un vuoto di riferimento rispetto al nostro passato e investendosi, con piena volontà, del ruolo del messia, votato alla politica per inclinazione valoriale individuale.
Il governo dei “nuovi“, vestiti di giacca di jeans e pantaloni attillati così da richiamare a sè una generazione completamente assuefatta dai nuovi “vuoti” valori imperanti della società, pian piano ha cercato di continuare, questa volta però sul piano istituzionale, cioè da persone immerse nelle istituzioni e non come “cittadini” anti-sistema, la pratica del Movimento 5 Stelle: irrompere da “nuovo” sulla scena politica per tracciare un vuoto valoriale di riferimento rispetto alla classe che l’ha preceduto.

Questo senza dubbio ha portato, ed è palese, attraverso una dialettica meno violenta nei contenuti, ad attrarre l’elettorato “incerto” che era presente tra le file dello stesso Movimento ed, attraverso una pratica politica volta all’osmosi anche con le forze contrarie (sino alla sua comparsa), ha permesso la ricostruzione valoriale, prima sul piano politico (l’accettazione del tramonto delle ideologie), e poi sul piano sociale (deus ex machina, a cui siamo sempre stati abituati).
Investendosi della divinità ha permesso il risvolto, o il prodotto se volete, dell’ideologia: l’omologazione del pensiero “nuovo“, pragmaticamente e nella completa sostanza teorica, opposto al “vecchio”.
Non a caso la contrapposizione si attua dichiarando come “vecchio“, o in modo simpatico “gufo“, tutto ciò che si oppone alla loro visione del mondo, creando difatti una militanza inconsapevole ed onnicomprensiva nella società di tutti quelli che aderiscono, di sana pianta, a questo plesso di valori.
Il continuo riferimento alla caduta (secondo il loro punto di vista) della terminologia appartenuta ad una vecchia era politica e sociale, non fa altro che estremizzare ancora di più il “vuoto” valoriale che come un uragano ha investito soprattutto la nostra nazione. La caccia al capro espiatorio “istituzionale” è partita, la caccia ai colpevoli che ci hanno portati sul ciglio del burrone ha diversi “padri” e neanche così tanto moderni.
Il lavoro, o per meglio dire il mondo del lavoro, è vero è cambiato in modo profondo ma nella direzione che già qualcuno, criticato troppo e male, aveva previsto (non è difficile capire chi).
La differenziazione del lavoro ma di più il modo di produzione capitalistico che ne è la patologia, ha permesso al “padrone” di estirpare la dignità nella parola lavoro.
In Italia soprattutto, sto notando, cresce una “nuova” generazione che si avvicina all’analisi della propria società e del mondo del lavoro senza utilizzare adeguati punti cardinali, rappresentati dai libri di persone che cercavano di interpretare il contesto in cui vivevano, analizzando la profonda disparità delle condizioni di vita nell’umanità, dove una parte di essa viveva, oggi più di ieri, sulle spalle dell’altra parte, sfruttata e vilipesa continuamente.
Libri che mi hanno aiutato a comprendere quanto sia complessa l’analisi dei fenomeni sociali e di quanta complessità sia carica la natura umana, corrotta in modo totalizzante dalla logica del profitto.
Rimango basito, come se fossi un vecchio partigiano che accarezzando ogni ruga del suo viso si sente disorientato, davvero tanto, guardando quanto i suoi sforzi non siano bastati a cambiare quella società che annullava l’individuo perchè non si adeguava all’ideologia dominante, che annientava l’individuo che voleva colorare quella brutta camicia nera perchè sosteneva la diversità come punto di forza.

Una generazione che ha paura del passato politico di questo paese perchè qualcuno ha detto che il passato è brutto, che ciò che è vecchio è cattivo e sporco mentre il nuovo ha un nuovo “slang“, nuove parole, nuovi modelli di riferimento, e quindi ciò che circolava prima diventa incomprensibile, perchè parla di cose che oggi si pensa che non ci siano, mentre basterebbe scavare un pò di più e meglio per capire che tutto ciò che c’era prima oggi non è scomparso ma si è trasformato, si è adeguato.
Il padrone c’è sempre ed è diventato sempre più forte, anche il lavoratore c’è sempre ma è sempre più debole ed omologato, ma non basta. Serve che si pieghi al servizio del profitto anche lui, senza però beneficiarne.
Non è poi così difficile capire che in Italia è in atto una delegittimazione del Sindacato, che altro non è che uno strumento di difesa dei lavoratori. In questi anni ha sbagliato, certo, non c’è ombra di dubbio ma anche la politica, però di abolizione della politica nessuno ne parla, perchè alla politica interessa l’abolizione del dissenso non della sua esistenza.
Non è possibile pensare che il Sindacato abbia le principali colpe di questo paese e di questo modello produttivo, e se lo si pensa si è o in errore o nell’interesse di voler, più di prima, rendere inoffensivo ogni lavoratore nelle mani del “padrone”.
Mi preoccupa, mi preoccupa davvero tanto, pensare che miei coetanei (ho 27 anni) pensino davvero che il Sindacato non possa più servire, che sia superato, che abbia le principali colpe nella precarizzazione del mondo del lavoro e lo dico non avendo mai avuto una tessera sindacale.
Preoccupa perchè, involontariamente(senza pensarci spero), si vuole rendere sempre più anonimo questo mondo, che già il capitalismo ha mercificato profondamente, rendendoci tutti schiavi del denaro.
Il Sindacato, che è fatto di uomini e donne, vecchi e giovani, pensionati e lavoratori, non è un’entità sovrastrutturale ma siamo noi, noi che solo unendoci abbiamo la possibilità di far valere i nostri diritti, inalienabili.

 Cibal


Stefano Cucchi: un invisibile che muore due volte.

È un paese, il nostro, capace ogni volta di stupire e di catturare l’attenzione di chi ci osserva sia da lontano che dalla prospettiva interna, la nostra.

Ogni nazione, in proprio seno, ha profonde contraddizioni, figlie di processi storici abbastanza controversi, che inevitabilmente segnano anche la storia di questo paese. Non è oggi che scopriamo l’immensa incoerenza insita in ogni aspetto della vita democratica di un paese abbastanza vecchio come il nostro e non sarà di certo solo questa sentenza di oggi a definire la fine di queste situazioni che lasciano quella dannata sensazione di amaro in bocca e che evidenziano un difetto di forma, proprio della struttura democratica su cui si impianta anche la nostra storia repubblicana.
Lungi da me il commento “per convenienza” della struttura giudiziaria italiana, buona quando assolve chi ci piace e cattiva quando assolve chi non ci piace ma la mia intenzione è il superamento di questa dicotomia, secondo il mio punto di vista molto superficiale se non si giudica nella sostanza una sentenza invece di omologare il criterio del giudizio ad una sentenza ed il suo risultato ad ogni processo, che tradotto in parole semplici è “non tutti i processi sono uguali e bisogna giudicare non il risultato, cioè l’assoluzione o la colpevolezza omologati per ogni processo, ma la sostanza dello stesso, il vizio di forma e l’incoerenza insita nel cammino giudiziario del risultato”.
Quello che è accaduto oggi, da cui nasce l’esigenza, dal mio punto di vista, di un articolo che voglia vederci chiaro in questa sentenza che senza ombra di dubbio ha procurato non poco stupore, a mio avviso, anche negli addetti ai lavori, ha dell’incredibile. Rigettando il risultato della sentenza di primo grado, viene accertata e certificata in appello l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi i medici. Ora per vederci chiaro, sia nel mio discorso di prima, sia per quanto riguarda la sostanza del processo bisogna mettere in ordine ogni cosa, così da darvi oltre che il mio parere sui fatti anche la realtà dei fatti acclarati dalle carte del processo.

Stefano Cucchi è un cittadino italiano ed un essere umano, prima di essere “collocato” ,successivamente al suo arresto, dal senso comune tra le categorie dei reietti, tra le categorie di quelli di cui si può fare a meno, di quelli che insomma non servono ad un cazzo a questa società. Stefano aveva una famiglia normale alle spalle prima che la sua morte(questo giudizio di appello certifica che è si è autolesionato dato che non ci sono colpevoli) lo reintegrasse nella società come un essere visibile, da morto, perchè da vivo Stefano era uno di quelli che chiamano invisibile, uno che ti passa accanto e nemmeno ti accorgi della sua esistenza, come tanti altri a questo mondo. A parte la passione per la boxe, prima della sua morte Stefano cominciò ad avere seri problemi con la droga, una dipendenza che porterà lui come altri a stretto contatto con la realtà delle comunità terapeutiche.
Il 15 Ottobre del 2009 la vita di Stefano cambierà per sempre, ed anche quella della sua famiglia. Viene arrestato dalla Polizia perché in possesso di sostanze stupefacenti e quindi preso in custodia fino al processo per direttissima il giorno dopo. È proprio il giorno dopo a mostrare già uno Stefano diverso rispetto al giorno precedente, infatti mostrava i primi segni di percosse evidenti, rese ancora più evidenti dal suo fisico molto ossuto e dalla sua carnagione abbastanza chiara. Ematomi agli occhi e difficoltà a camminare erano i segni abbastanza evidenti della diversa condizione di salute rispetto al giorno prima. Viene inviato al carcere di Regina Coeli in custodia ma le sue condizioni peggiorarono tanto da indurre il personale del carcere a farlo visitare rapidamente all’Ospedale Fatebenefratelli dove verranno riscontrate, a referto, numerose fratture, ecchimosi evidenti in tutto il corpo ed un’emorragia alla vescica che non portarono ad un suo ricovero forzato nella struttura, dato che egli stesso rifiutò il ricovero. Le sue condizioni di salute continuarono a peggiorare ed il suo corpo ormai era ormai diventato una semplice copertura di pelle alle sue piccole ossa. Stefano muore nell’Ospedale Pertini, il 22 Ottobre, appena una settimana dopo il suo arresto, da solo, perchè la sua famiglia verrà informata solo per l’autorizzazione da parte degli organi competenti alla sua autopsia.

Questa è la storia di Stefano ed è finita, è finita una settimana dopo il suo arresto, all’interno di una camera mortuaria era visibile il suo corpo ed alcune fotografie, ancora reperibili in rete, dimostravano l’abomio subito dal suo corpo, che ha retto fino a che ha potuto, poi si è lasciato andare alle spalle la vita.
L’altra storia invece, la storia di quelli che in maniera vile e in modo ancora più barbaro l’hanno mandato all’altro mondo viene riesumata oggi, dopo la sentenza di appello che li riconsegna alla società, in attesa del terzo grado di giudizio, come innocenti, in tutto e tutti. Come se, barbaramente e con una forza che a guardare quel corpo ti pare impossibile immaginare, quella violenza, tutti quei segni di violenza Stefano se li sia procurati da solo. Si anche quelli dietro la schiena, in prossimità della spina dorsale, probabilmente facendosi prestare una mano, ma credo più di una ed anche qualche piede, dal suo amico immaginario.

Si pensa troppo spesso che la condizione umana, ed il suo corso, debba essere sempre legata indissolubilmente allo status ricoperto dagli stessi nella società.
Anche per questo ho creato questo spazio virtuale, semplicemente per continuare a considerare gli esseri umani irrimedialmente con gli stessi diritti, ma non per questo con doveri diversi, senza alcuna distinzione, nemmeno di status. Per questo sottolineo e continuo a pensare che la colpa di Stefano, prima e dopo la sua morte, sia stata di appartenere alla categoria degli invisibili, strettamente connessa alla condizione di drogato.
Gli invisibili sono ovunque e lo sappiamo, solo che per noi non fa nessuna differenza perchè evitiamo di guardarli, di prestare loro attenzione, di considerare il contesto in cui vivono, il loro retroterra culturale e sociale, per poi osservarli vittime di un meccanismo più grande di loro, dove vengono schiacciati ed imprigionati in quelle incoerenze proprie del circolo democratico che molto spesso presenta delle falle, mai risanate.

A Stefano Cucchi, a Federico Aldrovandi, a Giuseppe Uva ed a tanti altri nomi, divenuti inchiostro nero tra le pagine di articoli di giornali dopo le loro assurde morti, dovremmo solo chiedere scusa per non averli aiutati in vita e non averli rispettati da morti perchè ad una parte consistente di questo paese, di questo ormai marcio paese, non interessa più la verità perchè loro Sono nati, cresciuti e presumibilmente moriranno nella finzione.

 

Hey you! Don’t help them to bury the light Don’t give in without a fight.”

 

 

Cibal


Dissesto italiano: le tragedie e le parole del “giorno dopo”.


Non sarà l’ultima tragedia, e nemmeno la prima, a cui dovremo assistere inerti, senza poter cambiare qualcosa.

Ormai è questa la frase a cui dobbiamo abituarci ogni volta in questa nazione ed è la frase che, con lungimiranza, aveva affermato la maggior parte dei cittadini italiani appena tre anni fa, come di consueto.
La tragedia di Genova, che si è ripetuta nuovamente dopo quella del 2011, continua a sottolineare una cosa più di tutte le altre: in questo paese si è lucidi nei giorni appena dopo una tragedia.

È davvero un paradosso. Da una parte l’operosità di una città che non si stanca di rialzarsi, con i suoi cittadini che spalla a spalla si aiutano a vicenda, condividendo sempre il solito orrore dinanzi alla devastazione di quel fiume di acqua e fango che non si ferma dinanzi a nulla, dall’altra parte invece l’impassibilità, la scarsa concretezza di una politica che continua ad offendere nella dignità i propri figli, coloro i quali rendono quelle persone capaci di sedersi in quelle comode poltrone di pelle, sempre più lontani dalle cose reali, dalla città che cerca, dopotutto e dopo ogni tragedia, di rialzarsi perchè quando si è toccato il fondo non è possibile andare ancora più giù.
Il copione è sempre lo stesso. Giovedì notte si è intuito profondamente che davvero sarebbe stato  lo stesso quel copione, come tre anni fa, sempre nella solitudine.

L’acqua continuava a scendere copiosa, senza sosta. I torrenti che cingono ed attraversano la città continuavano ad ingrossarsi, anche loro senza sosta. Il risultato è semplice e si è ripetuto anche in questa tragica occasione.
Quel fiume di acqua scura e fango inizia a superare quegli argini, troppo teneri ed indifesi, e lentamente il suo letto cambia, non è più un piccolo corso racchiuso tra quei sottili argini, ma il suo letto ora è la città, le strade cittadine e non si ferma. Ogni cosa che incontra è persa, persa tra le sue onde, tra la sua forza devastatrice e quello che puoi incontrare per strada. Fermarlo è impossibile e così ti ritrovi a non saper che fare. Strade inondate, garage devastati, negozi divelti e spogliati di ogni bene da quel fango che non lascia superstiti. La forza di quell’acqua scura è impressionante.

Lo sanno bene quelli di Genova ma anche quelli di Sarno, quelli di Olbia\Nuoro, quelli di Grosseto, quelli in provincia di Messina, in Romagna, in Piemonte, in Calabria, in Versilia e potrei continuare all’infinito. Lo sanno anche chi era al governo in quel tempo e chi lo è oggi. Lo sanno perfino le pietre, che lente ed indolenti vengono trasportate da quella massa informe di acqua scura, cambiano dimora, si spostano e con esse si sposta il nostro territorio.
Dicono che sia la cementificazione, dicono che sia l’assetto urbano ad aver cambiato la geografia italiana. Terre su terre scomparse per far posto a cemento su cemento, case su case. Troppo per un paesaggio che pian piano scompare.
La notte passa ed intanto passa anche il tempo.
Tre anni fa sì, ma la piena che ha portato morte e distruzione a Treviso pochi mesi fa? Ad Ancona? A Modena?

Il giorno dopo è passato, ed è passata anche la tragedia vissuta in prima persona da molti cittadini.
I problemi intanto restano e resta un territorio troppo spesso martoriato e poco importante nella logica economica italiana, come tutto del resto. Si parla di lavoro ed intanto c’è chi sul lavoro muore per le scarse condizioni di sicurezza. Si parla di ripresa economica, di tasse, ed intanto c’è chi, oberato dalle problematiche economiche si lascia andare a gesti sconsiderati, preferendo la fine della propria vita, come unica soluzione.
Si parla di piano casa ed intanto c’è chi muore sotto le macerie per un dannato terremoto e perchè quella casa non era a norma. Si parla di istruzione e c’è chi muore sotto le macerie degli edifici scolastici fatiscenti, o chi muore nelle case dello studente, come a L’Aquila. Si parla di sanità e c’è chi muore sotto i ferri o chi muore per la superficialità del comparto sanitario. Si parla di territorio ed intanto si muore, ancora, sotto il fango, quell’immensa distesa di fango.
Si parla, quando si dovrebbe iniziare ad agire, perchè qui si muore e si continuerà a morire se non si metteranno da parte le parole.

Si parla, il giorno dopo, ed intanto si muore.

Cibal


Le illusioni di una generazione

Illusione

 

Era già da un pò che avevo voglia di analizzare quelle che io chiamo “Le illusioni della mia generazione“, cercando di comprendere cosa ci sia di cosí diverso oggi dalla spensieratezza che emergeva sempre dai racconti dei propri genitori che avevano la possibilitá di vivere completamente la propria vita, senza essere sempre in relazione ad un contesto in difficoltà e troppo vasto in cui è difficile comprendere il proprio ruolo ma dove è semplice capire di essere vittima della voracità di pochi, dovendo ogni volta rivoluzionare i propri obiettivi perchè il contesto si è trasformato completamente.
Capita spesso, se non sempre, di volgere il pensiero verso il tempo che è stato dei nostri genitori o per meglio dire, il tempo delle generazioni che ci hanno preceduti. Con altrettanta facilità si strutturano confronti con quelle generazioni su alcuni fattori che caratterizzano le nostre vite, in genere, veri e propri capisaldi ancorati alla vita stessa, quindi casa, lavoro, e collegati indissolubilmente a questi, spesso come il risultato di un processo lungo e tortuoso, ci sono la serenità e soprattutto la felicità.

Capita poi di dover destrutturare le proprie aspettative, tutte costruite attorno alle favole di quei tempi, il lavoro a tempo indeterminato, il lavoro statale che ti abbraccia dalla culla alla tomba, avere il tempo di coltivare con calma e pazienza i propri sogni, avere una bella famiglia e passare un pò di tempo in più con i propri figli.
Risulta, quindi, davvero difficile trovare un punto d’incontro tra questa e quelle vite senza intenderci, tutti, immersi in un mondo che va troppo veloce per noi. Non è tanto rintracciabile nella modernità questo carattere dinamico del mondo ma nel fallimento di quella struttura costruita sulla possente base del capitalismo, che trasforma tutto in merce. Le parole d’ordine che dovrebbero essere i capisaldi di uno sviluppo certo come merito ed uguaglianza sono state, anno dopo anno, barattate per l’ingordigia e l’avidità e quando queste sono divenute devastanti, ogni struttura od istituzione si è così riempita di superficialità, caratteristica principalmente collegata ai nuovi valori imperanti nella società.
Anche l’Università, essendo istituzione, si è trasformata in una fabbrica di sapere omologato, iperselettiva e vanesia sino al punto di tenersi i peggiori e cacciare i migliori , che spalle al muro venivano e vengono tutt’ora accolti dalle Università del mondo, estasiate dalla stoltezza italiana.

Il sapere è sotto il giogo delle élites accademiche.
Da Universitario quale sono, la mia riflessione risulta molto più semplice.
La comparazione tra il prezzo che si paga per un bene e la sua qualità, nell’Università, risulta alquanto indecorosa.
Soprattutto negli ultimi anni le Università si sono trasformate in bancomat mangiasoldi senza trasformare questi in possibilità concrete di vedere realizzato, o almeno iniziato, nella sostanza, quell’investimento. File indecorose, paragonabili a quelle della “social card”, per attestare che tuo padre è un morto di fame e quindi tu meriti la borsa di studio e non quello avanti a te, che ha un padre che lo fa mangiare giusto un pò in più, ma troppo per prendere la borsa di studio.
Eppure il prezzo della tassa regionale al diritto allo studio si è impennato del 120 per cento, gravando in modo esagerato proprio su quelle famiglie, escluse al fotofinish per la borsa di studio.
Così l’Università da bene pubblico, si trasforma in bene per pochi, solo chi può permettersi quei costi può entrarci, è solo per chi riesce ad ottenere per un pelo la borsa di studio (dimostrando a libretto di poter mantenere quella borsa di studio, altrimenti si deve arrangiare). Quindi ti devi arrangiare se un prof. ti prende di mira ed invece di utilizzare una scala di valutazione che va dal misero 18 al fenomenale 30 decide che la tua preparazione è a-valutativa, in questo caso “scarsa”, la tua storia alle spalle, i tuoi sacrifici, il tuo impegno passano in secondo piano e l’importante è che tu ripeta un esame 10 volte, senza intuire che c’è qualcosa che non va se ci sono tanti, troppi “suoi” studenti che quell’esame non riescono a superarlo.

Il risultato di tutto questo è semplice.

Criminalizzare gli studenti è stata sempre la strada più semplice da intraprendere per giustificare i numeri indecorosi dell’istruzione italiana, senza guardare al poltronificio creato ad hoc per accontentare gli amici degli amici, per ammansire quegli intellettuali che con unghie ben affilate proteggono le loro poltrone e che potrebbero rappresentare una minaccia per la stabilità del sistema.

Come è possibile che in tutti questi anni, non si sia fatto nulla per evitare l’emigrazione quasi totale del capitale umano prodotto a fatica da Università sempre meno pragmatiche in termini di sapere? Cosa c’è dietro alla mediocrità dell’Università pubblica italiana o il tutto deve essere sempre risolto nella constatazione di un privato, in Italia, sempre più avvantaggiato e reso invulnerabile dai favoritismi della politica arraffona e corrotta fino al midollo?

Pensate mai a come farete per sostenere tutte queste spese quando toccherà a voi costruire una famiglia col sudore della vostra fronte?

Io alle volte ci penso, forse troppo spesso, e le reazioni del mio corpo sono le più svariate. Mi gira spesso la testa perchè quando guardi nel vuoto non riesci proprio ad orientarti, hai perso ogni riferimento, quei riferimenti dove sei cresciuto con la tua famiglia e quindi inizi a perdere la percezione della realtà. Cerchi distacco ma sai di essere legato a quella vita, ma non sai quando ci sarà quella tremenda rottura rispetto al passato. Quel giretto ogni tanto per far passare quel disorientamento, quel gelato per raffreddare i pensieri più caldi e più persistenti che continuano a non dare tregua alla tua vita.
Il futuro oggi è quel vuoto, dove sai di non poter trovare nemmeno un appiglio, e l’unica cosa che ti è rimasta è paradossalmente la tua persona e la tua tenace voglia di galleggiare, ancora per un pò, centimetro dopo centimetro cercando di emergere da quella grande distesa di incertezza. Sai quanto vali ma non sai se è il tuo momento e fuori tutto è buio. Guardi chi prima di te non ce l’ha fatta e ti domandi cosa mai avrai di più tu per arrivare a quel traguardo. Ti siedi, mentre ancora la testa gira, e cerchi di concentrarti almeno sulle certezze, quelle che stenti a trovare.

Tu che sai fare?
Bah, a parte aprire un libro, leggerlo, impararlo e ripeterlo all’infinito per poi dimenticarlo rapidamente dopo aver sostenuto l’esame, proprio niente.

Sai scrivere?
Bhè me la cavo, ma niente di eccezionale a mio avviso, certo ho visto anche gente peggiore ma continuano a dirmi che anche il mondo dell’editoria è in crisi e che se non ti metti a quattro zampe e con un cappotto bello pesante sulle spalle non vai da nessuna parte.

Cibal


“Sin prisa pero sin pausa” ma intanto il tempo se ne va!

 

La svolta non c’è stata. Niente da fare nemmeno in casa, dinanzi al proprio pubblico che, seppur in un numero ridotto senza precedenti in questi ultimi due anni sotto la guida di Benitez, non si è risparmiato per tutto il match nel sostenere i propri beniamini, tranne poi esplodere a giochi conclusi con i fischi del tutto giustificati.
Così non va ed è sotto gli occhi di tutti. Nei primi 25 minuti tutto faceva pensare ad una goelada, una svolta, quella svolta che doveva buttare dietro ogni pensiero cattivo e tutte le voci di uno spogliatoio ormai rotto e le voci della difficoltà tangibile di riassestare il tutto da parte di mister Rafa. Alla prima incertezza ecco cadere quel castello di sabbia, troppo leggero per reggere un modestissimo Palermo che, dopo aver subito senza batter ciglio un uno due napoletano, subito è passato alle contromosse semplicemente utilizzando un modulo meno offensivo e più contenitivo, rimontando per ben due volte lo svantaggio. Il primo gol di Belotti ha riportato sulla Terra l’undici partenopeo che poi non ha più saputo mantenere la tranquillità di una grande squadra, quella che riesce a gestire un doppio vantaggio, quella che da anni a Napoli attendono ancora. Prima della fine del primo tempo di nuovo in vantaggio e poi raggiunta una volta ancora durante il secondo tempo.
Per il Napoli questa era la partita della verità.
Oggi parlare di crisi non è più avventato, anche perchè la Juventus e la Roma sembrano appartenere sempre a pianeti differenti rispetto alle altre contendenti del campionato italiano. La crescita della Roma in questi due anni è stata esponenziale ed è evidente la capacità di divorare ogni zona del campo da parte degli uomini di Garcia. Invece per la Juve si pensava ad un passo indietro dopo l’addio di Conte ma così non è stato, infatti Allegri ha subito apportato modifiche nel gioco, migliorando difatti il possesso palla, unica pecca del gioco devastante di Antonio Conte. Il Napoli, invece, è mancato e le cause non sono riconducibili ad una sola problematica.
Il mercato continua ad essere il limite di questa squadra. Nonostante la persistenza, rispetto all’anno scorso,  dell’appeal europeo elevato con l’arrivo di mister Benitez e giocatori di livello superiore come Higuain, Callejon ed Albiol, portatori sani di esperienza internazionale, sembra sempre che manchi qualcosa di necessario per un salto tra le grandi. Probabilmente la partenza di un elemento carismatico per tutta la squadra come il portiere Reina ha significato una minore compatezza interna dell’organico, che sembra ancora più sfaldato dalla continua inesistenza caratteriale e tecnica di capitan futuro Hamsik, che non ha ancora, e probabilmente mai avrà, il carattere del trascinatore. Sicuramente il cambio di modulo e probabilmente ancora l’incertezza derivante da un infortunio smaltito male a livello mentale hanno contribuito al suo difficile reintegro pieno e completo nei meccanismi della squadra.
I nuovi arrivi sembrano troppo timorosi ed a tratti non sembrano avere la piena adattabilità nel nostro campionato, sia dal punto di vista tecnico e sia dal punto di vista atletico, nonostante il nostro campionato sia in profonda crisi rispetto agli altri europei. Oltre tutti questi elementi bisogna sicuramente aggiungere l’assenza determinante di chi, come Higuain e Callejon e Mertens, ha contribuito l’anno scorso alla cavalcata in campionato, con record di punti e record di gol segnati. I limiti difensivi, però, permangono.
Dall’altra parte bisogna anche dire che Benitez è un tecnico troppo fedele al suo credo, nonostante l’evidente crisi di risultati contro avversari del tutto modesti. Non ricordo un inizio di campionato così leggero negli ultimi anni. Racimolare solo 4 punti, contro avversarie del calibro di Genoa, Chievo, Udinese e Palermo è davvero frustante per una squadra come il Napoli, che da anni gioca a fare la grande ed a costruire un progetto serio per rilanciare una realtà inimitabile al Sud.
Bisogna cambiare marcia e subito. Bisogna capire, ed anche il mister deve farsi un piccolo esame di coscienza, che cambiare strategia non significa per forza abbandonare i propri ideali anzi vuol dire maggiore capacità di comprendere e sintetizzare ciò che ci dice la realtà.
Considero Rafa Benitez un tecnico intelligente come pochi, con una spiccata capacità di leggere il calcio in un modo così completo che ti può spiazzare, però ora c’è bisogno di mettersi in discussione, c’è il profondo bisogno di cambiare registro e di mettersi in discussione, perchè già dopo la prima partita c’è stato chi ha messo lui in discussione. Non solo.
Anche nell’anno da poco concluso c’era una schiera, abbastanza folta, di suoi detrattori, nonostante i risultati sportivi sotto gli occhi di tutti. Vincere al primo anno un trofeo, seppur sottovaluto, come la Coppa Italia fa capire l’abilità di questo tecnico, troppo spesso bistrattato ma che ha dalla sua esperienza e risultati. Allora una svolta è necessaria, senza voler alimentare la presunta aria collerica che si respira nello spogliatoio corroborata da chi la stagione non voleva nemmeno iniziarla con questa maglia, perchè il Napoli non sarà una mai una grande squadra se non imparerà a sentirsi una grande squadra. Benitez in questo è un maestro, ora bisogna solo capire chi vuol essere suo allievo.

Cibal


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

Seidicente

Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

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