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L’elogio della parola

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C’era una volta un bambino ed il suo mondo.
Non sapeva far molto ma aveva un potere che negli altri stentava a trovare. Riusciva ad immaginare.
Sognava un mondo diverso da quello che lo circondava e sapeva raccontare.
Spesso pensava di esser diverso, forse troppo, perché non riusciva mai ad abbandonare quella coscienza che come un macigno lo seguiva ogni volta, ad ogni passo. Ogni volta si addormentava nella speranza di svegliarsi finalmente guarito, come se quella fosse una malattia che non avesse una cura. Le lacrime incorniciavano i suoi sogni da quando quel giorno piovoso come tanti il suo respiro cominciò ad andare più veloce. Quei respiri affannosi scandivano un secondo orologio, sorpassavano i suoi ricordi che lenti restavano indietro. Nulla poteva, se non stringere le mani in pugni chiusi troppe volte ed andare avanti. Dipingeva la sua realtà mentre ogni sorriso abbandonava il suo dolce profilo.
Non aveva mai trovato un senso ai suoi pensieri, né tantomeno aveva mai provato l’ebbrezza di essere come tutti.

Aveva amato e tanto ma non riusciva più a provare emozioni, ancorando i suoi sentimenti a volti e corpi già dipinti da altri prima di lui. La vita scorreva troppo veloce, portando il mondo su una folle corsa, e lui rimaneva lì, a dare ospitalità ai suoi più profondi pensieri sull’esistenza. Risposte che mancavano a domande numerose ed incisive. Il suo corpo interveniva ma lui non lo comprendeva, spesso lo superava e non riusciva a fermarlo, chiedendosi in che modo avesse potuto rallentarlo.
Quel giorno era arrivato, ma lui non era pronto. Il filo su cui camminava spesso gli ricordò che senso avesse il suo respiro, e che la debolezza prima o poi sarebbe svanita. Lesse i suoi vecchi scritti, parole dimenticate nel tempo che gli fecero conoscere chi era e cosa stava facendo. Non era lì per un motivo ma per dare un motivo, un motivo a sé stesso. In quelle parole si riscoprì e nacque un’altra volta, questa volta più vecchio di prima.
Chiuse gli occhi, abbandonando i tristi pensieri al cuscino madido di speranze e sogni di un ieri pieno di paure.
Chi sono io si chiese, guardando nel buio dei suoi occhi, ed il vento rispose bussando alla finestra chiusa male. Quel vento feroce gli portò teneramente un foglio tra tanti.
Aprì gli occhi e lesse una sua frase che copriva tutto lo spazio bianco: “Non sei tu. Sei solo il sogno del tuo ieri che si trasforma. Non sei tu. Sei la voce del piano che cambia note. Sei tu. Non sei la malattia ma la cura. Sei il foglio che stai leggendo. Pensiero sparso da una matita.
Abbracciati, abbracciami.”
Pianse ed assaggiò ogni volta una parte di sé che lo abbandonava. Forse per sempre, forse mai.

 

                                                     Cibal


L’Europa ed i “Dannati della Terra”, oggi come ieri: La “loro” violenza, è la nostra, rivoltata!

 

Si sono scritte davvero tante cose in questi giorni, e probabilmente se ne è parlato ancora di più, riguardo alle spiacevoli e tragiche vicende che hanno visto come vittima l’Europa dei popoli, ed in particolar modo la Francia. Inutile dilungarsi nella descrizione minuziosa degli eventi, dato il bombardamento mediatico, come è giusto che sia riguardo a queste vicende, a cui siamo stati sottoposti. Al di là delle considerazioni criminologiche della situazione, relative all’efferatezza dei crimini commessi, mi preme evidenziare quanto siano stati determinanti tali eventi tragici nell’immaginario collettivo, civile soprattutto, quasi da poter tranquillamente effettuare un paragone, forse forzato ma non troppo, con le vicende del 2001, sempre di matrice terroristica, che colpirono al cuore gli Stati Uniti. Questa volta ed essere colpita profondamente nel cuore e nell’animo, in relazione soprattutto al sentimento di paura, è stata l’Europa. Al netto di tutte le considerazioni di stampo dietrologico del caso, che in certi casi hanno sempre una validità anche se spesso non suffragate dai fatti concreti, bisogna innanzitutto dire che questa è una sconfitta sul piano politico dell’Europa della sicurezza, una sicurezza naturale e strutturata nei moderni regimi democratici, impiantata si sa, ormai è certo, sull’adesione ai moderni stati.
Parlare oggi di integrazione, tolleranza, rispetto, solidarietà comune sembra un’eresia, in special modo per quei soggetti politici che utilizzano argomenti topici nella disputa elettorale, cercando di trarre il massimo vantaggio, nei consensi, proprio da questi nefasti eventi, senza minimamente utilizzare non dico nemmeno il rispetto per le vittime, ma la lungimiranza dell’offerta delle loro politiche che spesso si limitano a risposte preconfezionate, tra una tornata elettorale ed un’altra.
Inutile anche continuare a dire che tutto quello che è successo, è semplicemente il prodotto delle politiche scellerate in Medio Oriente da parte dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa insomma, perchè a quanto pare il senso comune si sofferma maggiormente, troppo, sulle conseguenze, senza mai cercar di risalire alle cause di un evento. Non è un caso isolato.
Prendiamo per esempio il problema dell’immigrazione, che dal punto di vista mediatico sembra attanagliare profondamente ogni stato occidentale, con numeri che superano di gran lunga la capacità del pensiero umano. Mi dispiace deludervi ma non è così, basta leggere in rete i vari documenti ufficiali, riguardo agli sbarchi, per capire che i numeri sono del tutto irrisori, in special modo nei confronti di chi continua con la tiritera della presunta invasione. Proprio per evidenziare questo paragone basterebbe sempre, e nell’era moderna digitale non è poi così complicato, rivolgersi alla rete, così da capire che questo flusso migratorio “anomalo” ha delle ragioni molto più complesse di quelle cavalcate dai paladini della ripulsa etnica del momento. Le ragioni sono innanzitutto da ricercare nell’instabilità dei governi dei paesi di orgine dei fuggiaschi, poi procedere a ritroso e far riferimento ai danni provocati dall’Europa democratica, che da una parte imbracciava il fucile cercando di inculcare i principi della civiltà e dall’altra arraffava le risorse, tantissime, cercando di trasformarle in profitto.
Una volta ricercata l’orgine di questi fenomeni (come per tutti gli altri fenomeni), è possibile, a mio avviso poter comprendere meglio ed analizzare le conseguenze, cioè quello che oggi vediamo noi.
Stessa cosa vale per i tragici eventi accaduti a Parigi.
Inutile parlare dell’efferatezza dei crimini perpetrati a vittime innocenti, dato che sono sotto gli occhi di tutti, se non andiamo a ricercare le ragioni (non la ragione, è differente) dell’esistenza dell’ISIS. Probabilmente potrei dire tante altre cose, basti pensare al continuo finanziamento, in armi, risorse, trasporti, dell’Europa civilissima, ma ancor di più degli Stati Uniti, a quella che prima era la minaccia del momento, Al Qaeda, per poi passare il testimone del terrore all’ISIS attuale, che altro non è un’accozzaglia di gruppi estremisti, di chiaro stampo islamico, che “come per magia” si unisce nella lotta agli infedeli, cioè noi europei.
Dato che io non scrivo mai cose che potrebbero essere false o di dubbia provenienza, e dato che non cerco in chi mi legge solidarietà ideologica, sulla base delle mie idee che continuerò a ripetere, si basano sui fatti evidenti, partendo sempre dall’unica domanda che bisognerebbe adottare ogni qual volta si analizza un fenomeno, cioè la ragione dell’origine di ogni fenomeno, vi inizio ad uno dei libri che a mio avviso descrive completamente, nonostante sia stato scritto nel lontano 1961, la struttura ideologica, territoriale e valoriale su cui si è formata l’Europa in cui noi oggi viviamo (e quindi le conseguenze delle sue azioni con cui ancora oggi stiamo convivendo). Guardare al passato serve per comprendere meglio i fenomeni attuali, svestirsi del passato significa guardare al mondo moderno senza riuscire a comprendere il perchè noi oggi viviamo in questa parte del mondo, il perchè adesso, cioè in questo momento ed il perchè così, cioè in questo modo.
 
Era il lontano 1961, e tra le pagine di uno dei libri più importanti sul lungo e tortuoso processo di Decolonizzazione, Jean Paul Sartre tuonava il suo monito all’Europa. Nei Dannati della Terra, un’opera di Frantz Fanon, la recensione di Sartre, e l’opera completa, risultano essere ancora oggi profondamente attuali.
Per anni ed anni l’Europa si è sentita come il centro dell’universo umano di produzione ontologica, ributtando l’idea dell’esistenza “dell’Altro” culturale, non a caso diceva Sartre, «(l’Europa, n.d.a) non la finisce di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo», da allora cosa è cambiato? Nulla.
Proprio per questo motivo parlare ancora di “Colonizzazione” e “Decolonizzazione” non è anacronistico.
Innanzitutto perchè parlarne non significa solo limitarsi all’esperienza della conquista territoriale da una parte e della rivalsa dei subalterni indigeni dall’altra, ma è importante parlare soprattutto per il processo ontologico che si crea in questi due fenomeni profondamente umani. Il processo culturale è profondamente radicato nella sola concettualizzazione di questi due fenomeni umani.
La stessa identica cosa è accaduta in Medio Oriente, il Medio Oriente che oggi ci fa tanto paura e che probabilmente, me compreso, conosciamo più per gli aspetti negativi relativi alle immagini di derivazione mediatica, o perchè una volta incontrato quel Medio Oriente sul nostro territorio attuiamo un confronto rispetto alla nostra idea di democrazia, senza mai comprendere che stiamo parlando di due prodotti storicamente culturali, e sul piano dell’esperienza, diametralmente opposti.
Per Sartre allora l’Europa era “fottuta”, ed era il 1961.
Da allora cosa è cambiato?
Nulla, perchè l’Europa continua ad essere fottuta.

 

 

 

 

Cibal


Noi, contenitori ermetici di anime celate agli occhi indiscreti.

 

Ho sempre pensato il tempo come una cosa difficilmente modificabile.
Negli occhi semplici ed ingenui di un bambino non assume alcuna forma, scorre semplicemente attimo dopo attimo senza una domanda.
Col passare degli anni quel bambino cresce, la semplicità si trasforma guardando la realtà attorno e quell’ingenuità si trasforma in consapevolezza. Guardi il tempo che scorre e pesi gli attimi ogni qual volta li guardi mentre fuggono più velocemente del solito. Il tempo assume la forma dei tuoi respiri, ora più rapidi, ora più lenti e ti accorgi che intorno c’è quel mondo che prima ignoravi. I capelli e quel viso più deciso ti raccontano la storia del tuo passato ma il tempo continua a scorrere e non si ferma. A nulla serve la forza che senti nelle mani perché sai profondamente che il tempo scandito dalle lancette dell’orologio non si può fermare e quindi cerchi di imparare ad usare quel tempo come non hai mai fatto prima. Gli attimi si susseguono secondo dopo secondo e ti accorgi del tempo che è volato senza aver voluto prestargli attenzione ed impari a riempirlo diversamente. La tua vita anche se ti sfugge rimane lì, è sempre stata lì ma tu non te ne sei mai accorto, e ripensi agli attimi ormai andati tra le pagine della tua storia che difficilmente rileggi, ti fermi e la tua mente si blocca ai ricordi, timide immagini di un film vissuto in terza persona.

Incontrerai lungo il tuo cammino molte persone. Alcune rimarranno sempre accanto a te, per abitudine e per amore, altre si allontaneranno facendo giusto un giro più lungo e poi torneranno leggermente diverse, o sarà la tua vita ad essere diversa. Altre invece si allontaneranno per sempre, a volte vittime sacrificali di una vita che nulla perdona, senza nemmeno avere la possibilità di costruire una vita diversa dal passato, il loro.
Tempo fa scrissi quanto la morte di qualcuno che hai accanto, o che senti vicino visceralmente, ti porti ad osservare la vita in modo differente. Quel mondo che ti circonda non è più lo stesso di prima e te ne accorgi profondamente quando guardi tutto ciò che ti circonda senza riuscire minimamente a cambiare il corso degli eventi. Senti scorrere la vita senza riuscire a fermarla per un secondo, ti lasci travolgere da ogni cosa senza riuscire ad arrivare al vero senso delle cose, diventi più cinico per l’esperienza che sai di aver accumulato a fatica. Ti senti una persona diversa, anche se ogni tanto i fantasmi del passato continuano a bussare alla tua mente tu continui a vivere come se non ci fosse un domani.
Pensi che la vita riservi sempre dietro l’angolo un qualcosa di diverso per te ed iniziano a aumentare le domande, i dubbi che ti assillano ogni giorno, dal risveglio alla sera. Quei dubbi ti insegnano che nulla è certo nella vita, che tutte le certezze costruite in anni di duro lavoro e sacrificio introspettivo possono in un attimo essere distrutte così da lasciarti nudo e crudo dinanzi ad un mondo tutto da ricostruire. C’è chi dice che la vita sia semplice, che basti la consapevolezza sul proprio essere a creare un percorso morbido fino alla fine dei nostri giorni, ma anche voi che leggete le mie considerazioni in questo blog, intuite che nulla di morbido possa esistere, soprattutto per noi che cerchiamo profondamente risposte complicate a ciò che altri dicono essere semplice.
Soluzioni a questa vita, piena di domande e con poche, pochissime risposte, non ci sono. L’unica alternativa è vivere con la consapevolezza che ogni cosa che appartiene, oppure no, alla nostra vita, non è una certezza, e le uniche risposte che dovremmo trovare non si trovano poi così distanti dal nostro corpo; basterebbe essenzialmente cercare dentro di noi, tra le profonde pieghe di quella che chiamano anima, quel mondo che ricerchiamo affannosamente lontano dai nostri sensi, come qualcosa che difficilmente potrebbe palesarsi dinanzi ai nostri occhi, senza intuire che è tutto racchiuso in noi, contenitori ermetici di anime celate agli occhi indiscreti.

Cibal


“Sui monti di pietra può nascere un fiore”

                                              

 

Sembrerebbe strano, tornare a scrivere ogni qual volta ho l’esigenza di esprimere determinati pensieri e non riuscire a farlo sempre, senza aspettare particolari situazioni in cui chiudo il mondo fuori e lascio che le mie mani scavino oltre il mio corpo. Eppure è proprio così che vanno le cose.
Scrivere non è difficile, ma nemmeno semplice, e quando ti trovi in determinati momenti della tua vita, tutto risulta più semplice sul piano della fantasia, sul piano della libertà creativa, un’incoerenza divina: tu soffri, emotivamente parlando, e riesci a dare il meglio di te.
Non ho mai amato parlare di me, anzi, qualche volta è capitato ma l’ho trovato sempre complicato.
In genere raccontare aneddoti, situazioni particolari ad una pletora mai sazia di particolari, mi ha messo sempre a disagio, come se non fossi mai stato capace di parlare di me in terza persona, come se non fossi mai riuscito a disegnare per gli altri la mia immagine, la mia descrizione minuziosa. Nel tentativo disperato di dare forma ai miei pensieri e tracciare così profondi i miei confini, mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di concepire i miei limiti umani e davo mandato alla mia mente di superare la mia finitezza, e vi posso assicurare che ci sono sempre riuscito, a volte rasentando il mondo dei folli, partendo dalla sicurezza di una vita terrena fragile e molto spesso senza valori o fini. Così invece di trovare un modo per descrivermi, ho cercato in tutti i modi di descrivere il mondo in cui ero immerso e soprattutto il mondo che portavo dentro di me.
Ho raccontato le contraddizioni di un mondo che perdeva ogni volta la propria anima, svendendola per pochi spiccioli, ho descritto un mondo che correva veloce, troppo, lasciando indietro la maggior parte degli individui, vittime sacrificali della corsa al profitto; ho cercato in tutti i modi di essere uno dei pochi tra i tanti, un pubblico banditore che sperava di destare i dormienti in questa vita che lascia poco spazio all’immaginazione.
A volte ci sono riuscito, e tenevo per me un piccolo spazio per la soddisfazione personale, un gradino in più verso un orgoglio personale che stentava ad emergere, ma troppe volte ho fallito miseramente.
Ho fallito perchè ho sempre dato estrema fiducia all’equazione lacerante che mi portava a pensare che tutti in fondo hanno un lato buono nel proprio essere, una sorta di schema ontologico comune, tale per cui tutti i miei tentativi di descrivere un mondo pieno di difetti servissero a smuovere le coscienze di chi mi avrebbe letto, ed avrebbe letto tra le pagine bianche magari quell’inferno che aveva sempre temuto. L’inferno c’è sempre stato, in me e nel mondo che ho sempre descritto.
È passato davvero molto tempo, forse troppo, dalle ultime parole dato in pasto alla rete in questo blog e tornare nuovamente a pubblicare è una liberazione, una sensazione unica che mi fa lasciare alle spalle tutti i giorni contraddistinti da una pigrizia coatta, alimentata dalla profonda consapevolezza di non poter cambiare il mondo attraverso le parole. Mi sono rivisto troppe volte nelle immagini dell’intolleranza, della discriminazione, sentendo addosso il peso di quei vestiti sudici di razzismo, con il tentativo ancora più vile di ammantarli dell’ideologia della sopravvivenza, e non mi sono trovato a mio agio esclamando “Io so di non essere come loro”, pur stando fermo a crogiolarmi nella mia inerzia. Sono tornato perchè le parole, quelle che scrivo, quelle che penso, sono più forti e più resistenti di ogni vigliacca discriminazione, che nasce sempre da quell’incoerente sentimento di superiorità.
Dovevo comprenderlo, l’ho fatto. Ora sono qui.

 

 

Cibal


L’amore al tempo delle macchine

 

Ogni volta che imprimo i miei pensieri su questi fogli virtuali cerco sempre di farlo per attivare in chi legge la voglia di guardare al mondo con occhi diversi.

Su questo mondo siamo in tanti , tantissimi rispetto a molti anni fa ma nonostante questi numeri ognuno di noi ha un ruolo essenziale, anche molti di più, nell’arco della propria vita. Questo per evidenziare che ogni pensiero è sempre unico, ogni lettura di uno stesso fenomeno (non solo sociale) potrebbe essere simile ma mai uguale. Questo accade perché ognuno di noi, nonostante le mille influenze reciproche, associa idee ed ideologie come in una combinazione di numeri infiniti.
Il problema della modernità è sempre stata nell’offrire esagerato caos a chi viveva.
Introdurre poi la scienza anche nel campo dell’industria ha semplicemente portato a svuotare gli esseri umani di ogni componente che non sia razionale; individui trasformati giorno dopo giorno in soggetti sempre più simili ad automi.
Svuotare l’individuo è sempre stato l’intento subdolo della meccanicizzazione della produzione, poi trasportata di rimando nella società. La società dal canto suo ha cercato di difendersi come poteva, salvo poi constatare il monopolio della macchina in ogni nostra sfera, anche quella emozionale.

L’amore al tempo delle macchine è davvero stupefacente.
Non si ama più, e quando si ama lo si fa attraverso la mediazione di uno strumento fittizio, uno strumento che trasporta le emozioni, svuotandole della loro originaria “umanità” e le presenta come contenuti vuoti, omologati, interscambiabili ed utili per chiunque.
Le emozioni nella modernità sono liquide ed assumono la forma dei contenitori dove nascono. Sono metalliche, sono afone. Se il denaro è da sempre stato uno strumento di mediazione finanziaria, la tecnologia è lo strumento principe della mediazione emozionale.
Le emozioni corrono lungo i fili dell’alta velocità, trasportate da tastiere definite, da smartphone sempre più sofisticati, da fotocamere capaci di catturare ogni istante, salvandoli in una memoria meccanica, estirpando ogni senso in noi, che abbiamo lasciato sempre troppo spazio alle altre “cose”, capaci di assumere una parte di noi, e noi compiaciuti abbiamo lasciato che tutto si svolgesse tranquillamente, pensando che fosse una cosa positiva per il nostro essere “umani”, senza intuire che pian piano stavamo diventando macchine anche noi.

Sfruttiamo quei pochi momenti che ancora ci lascia la natura per respirare attimi tecnologici in ogni dove, alleniamo ogni muscolo del nostro corpo per abituarci alla tecnologia più profonda ed alla distruzione emozionale.
E così accade, molto velocemente, che ogni messaggio legato ad un qualsiasi fenomeno che dovrebbe scaturire in ogni centimetro del nostro corpo una reazione emozionale, ci lasci indifferenti. Guardiamo la morte in ogni angolo tecnologico e non, senza riuscire a provare un briciolo di compassione, guardiamo la povertà e l’esclusione sociale e non alziamo la voce, guardiamo la violenza prendere pieno possesso delle nostre facoltà e non alziamo la voce, guardiamo in silenzio i nostri simili esportare odio verso chi dovrebbe semplicemente ricevere il nostro sostegno ed il nostro conforto.

Siamo ciò che avevamo sempre voluto essere, ma non abbiamo mai valutato il prezzo che abbiamo dovuto pagare per tutto questo.

La gran parte delle persone che popolano questo pianeta in disfacimento, si rivolge sempre più spesso alla mediazione religiosa per ripulire la propria coscienza di ciò che siamo diventati, di ciò che è divenuto l’ambiente in cui siamo profondamente immersi. Ecco un’altra mediazione. La preghiera. Uno strumento tanto semplice quanto complesso. Preghiamo per la pace nel mondo, e creiamo guerra. Preghiamo per eliminare la fame nel mondo, e creiamo povertà. Preghiamo perchè un qualsiasi Dio aiuti le persone in difficoltà, e quando vediamo una persona in difficoltà non perdiamo tempo a girarci dall’altra parte. Riusciamo a delegare ad un essere divino, il nostro “essere umani”. Come per attestare la nostra inermità per cose generate dalla nostra stessa mano, e non dalla divina provvidenza.
Certo la povertà è Divina Provvidenza, certo la guerra è Divina Provvidenza, certo la fame nel mondo è Divina Provvidenza, certo il razzismo è Divina Provvidenza, certo i mille Olocausti sono Divina Provvidenza.

Ci siamo trasformati nel mostro contro cui ogni giorno inveiamo e cerchiamo di combattere, ma queste sono solo parole….

 

 

Cibal


L’indifferenza domina la Storia : ora è il momento della “Farsa”

 

Oramai è da più di un mese che le notizie sull’acceso conflitto tra Israele e Palestina, o per meglio definirla “guerra in un’unica direzione”,  intasano ogni piattaforma di comunicazione di massa, però per la stragrande maggioranza delle volte le notizie sono edulcorate, come sempre, a loro piacimento.
Si sa, la storia la scrivono i vincitori, ma dipende anche come viene scritta la storia. Ricordiamo tutti, chi più e chi meno, cosa è andato in scena nella Germania Nazista, ossia l’annientamento di un’unica razza, quella ebrea, ritenuta inferiore in termini di appartenenza umana secondo un piano molto rigoroso partorito da una mente, e da un periodo, poco felice. Quel disprezzo, misto ad annullamento della dignità umana per i “simili”, trovò consenso ed abnegazione in una nazione che cercava una rivincita nei confronti della Storia, quella storia che li aveva visti sconfitti ed esautorati di quella dignità che dopo pochi anni, avrebbero a loro volta estirpato da “altri simili”.
Molto tempo fa una mente, questa volta molto più felice e geniale, diede alla luce una frase che poi è rimasta nel tempo prerogativa della Storia, in quel suo circolo continuo, nel suo ricambio totale degli eventi, che or ora accadono, e subito dopo in un colpo son dimenticati. Ebbene quella mente disse : “La storia si ripete sempre due volte. La prima volta come tragedia, la seconda come farsa“.

Procedo con cautela, perchè non voglio in nessun modo inoltrarmi in terreni che possono portare a differenti visioni su fatti acclarati. La mia volontà, e da questo nasce il mio blog, è quella di offrirvi la mia analisi dei fatti, che può essere condivisa oppure no, ma resta, difatti, un’analisi di una persona che non cerca nè consenso nè manifestazioni di affetto ma resta semplicemente un’analisi sulla base dei miei studi, delle mie considerazioni personali e della mia capacità, ovviamente questa naturale, di osservazione dei fenomeni sociali e non.

Partiamo dalla storia della Germania nazista, e qui chi mi legge già saprà, del tutto o in parte, come sono andate le cose.
Il periodo storico, la sconfitta nella prima guerra mondiale, quindi le feroci sanzioni, portarono ad un risentimento generale della popolazione tedesca, più volte vessata anche dai vicini francesi, nella famosa fase di “militarizzazione” del bacino della Ruhr. Quei tempi, per i tedeschi sopratutto, erano crudeli. La fame, la carestia, la svalutazione imponente del marco, resero tutto più difficile.
In questo contesto che nasce quella “tragedia” degli ebrei. La ricordiamo ogni anno, la data che rappresenta per tutte le generazioni che sono venute dopo, un monito, un avviso su ciò che bisogna evitare, su ciò che non è stato evitato e su ciò che può portare un cattivo uso della ragione. Dare infatti delle motivazioni “scientifiche” a quella che è stata una delle tragedie più conosciute del Secondo Conflitto Mondiale, anzi dell’era umana, era una cosa da evitare, ed era ancora di più da evitare cercare ogni volta dei capri espiatori da gettare in pasto alla folla, al popolo, quello da cui si guardavano bene i Padri Fondatori degli Stati Uniti perchè ritenuto poco “ragionevole”, e nella maggior parte dei casi, così è stato.
Quindi in quella Germania Nazista si consuma la “tragedia”, la prima parte della storia, che ha come vittime gli Ebrei, cioè degli aleatori capri espiatori, accusati di essere ricchi alle spalle del popolo, accusati di essere gli artefici della crisi economica, e quindi di conseguenza ritenuti non all’altezza di esseri superiori, cioè della razza ariana.
In un precedente articolo ho scritto che l’indifferenza, la volontà di girarsi dall’altra parte, essendo un’azione più “comoda”, è sempre stata la protagonista nella società. Lo è stata nella segregazione razziale, in quella religiosa, in quella etnica, in quella politica e lo sarà sempre.
Quindi ora viene la seconda parte della frase. La “farsa” che si consuma proprio perchè quell’indifferenza prende pieno possesso non solo dei nostri corpi, ma anche delle nostre menti. In ogni cosa che facciamo, in ogni cosa che pensiamo.
La “farsa” è proprio presente, ed è protagonista, del conflitto tra quell’Israele, le precedenti vittime della tragedia, ed i Palestinesi, da tempo esautorati di quella dignità strappata, molto tempo fa, ai loro carnefici.

Superando le barriere storiche del giustificazionismo alle azioni militari, possiamo anche superare il dualismo tra guerra e pace.
La guerra se la intendiamo nel senso Hobbesiano del termine è un fenomeno sempre esistito nella razza umana. Il problema non è mai stata la guerra ma la giustifica alle azioni violente.
Voglio evitare di cadere nella considerazione degli eventi storici, che non fanno altro che dare ragione “sempre” alle vittime di questo conflitto, quelli che sono sempre gli sconfitti dei conflitti, quelli che sono “i cattivi” perchè la storia non la possono scrivere loro che non sono i vincitori. Voglio provare a definire questi eventi sulla base delle mie considerazioni.

Israele non ha ragione.

Primo perchè non si può giustificare la maggior percentuale delle vittime innocenti di un conflitto, iniziato per un abominio, come quello dei tre ragazzi israeliani (di cui non si conoscono ancora i colpevoli), come una cosa che può capitare. Questo abominio, tra l’altro come sempre accade, ha generato un altro abominio, ossia l’uccisione di un ragazzino palestinese che poco aveva a che fare con tutta la questione conflittuale in atto. Le percentuali delle vittime innocenti, tra cui moltissimi bambini, superano di gran lunga le sommarie percentuali degli estremisti, così dicono loro, uccisi dall’esercito.

Secondo perchè giustificare la voglia di prendere chi lancia i missili (che non hanno provocato vittime civili in Israele) poco si confà allo sterminio di edifici civili messo in atto dalla contraerea sionista. Ospedali, Orfanotrofi non sono mai stati basi di lancio di missili da parte degli integralisti di Hamas, quindi hanno poco senso queste azioni ed è proprio per questo che parlo di “Farsa” in relazione a questo conflitto.

Ho la vaga impressione che Israele stia facendo di tutto per mascherare la sua campagna militare di puliza etnica, ho come la sensazione che i bambini siano più che vittime casuali, cioè ciò che in futuro potrebbe rappresentare una minaccia per quella “democrazia moderna”, altrimenti non mi spiego l’abbattimento di un asilo e l’ospedale dove si partorisce e si prestano le cure. Il piano di Israele, secondo la mia modesta opinione, va oltre la semplice considerazione della minaccia di un altro soggetto politico e religioso, anche perchè, come ho sottolineato le vittime civili superano di gran lunga quelle considerate da loro come vittime “di guerra”, cioè i soldati di Hamas.

A mio avviso questa generazione di Israeliani ha reciso con profonda decisione ogni legame con la loro storia.

La storia li ha considerati da sempre vittime sacrificali ed ora sentono l’esigenza di sovvertire quella condizione remissiva e trasformarla in una capace di donare loro l’ebbrezza del ruolo di carnefici. Per questo motivo ritengo che abbiano spezzato ogni residuo legame con il passato ma così facendo non fanno altro che generare negli altri la stessa azione, cioè il doppio ricordo relativo ad Israele, come il tentativo involontario di offuscamento di quella storia in cui erano le vittime, sostituendola con quella in cui ora sono i carnefici, perchè in genere, come avviene per le azioni individuali, una piccola azione negativa è capace di ammantare quasi perennemente ogni azione positiva fatta sino a quel momento.

Quello che però mi fa più paura è il silenzio assordante dei paesi del mondo occidentale in relazione a questo eccidio della popolazione palestinese. Così come è accaduto in Siria, così come accade in altri paesi dimenticati, a farne le spese sono sempre gli innocenti, vittime di una parte di questo mondo violento e dell’indifferenza dell’altra parte.

Cibal


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

Seidicente

Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

ASTEROIDI

Non è vero che ho la testa tra le nuvole, ce l'ho tra gli asteroidi.

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