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“Mettiamoci una pietra sopra” ma intanto su Napoli il fango già è stato buttato!

 

Nel linguaggio sportivo si potrebbe dire “if in doubt no flag” per indicare il comportamento dell’assistente dell’arbitro nel momento in cui si trova in una situazione di dubbio circa la posizione di fuorigioco di un giocatore di una squadra di calcio senza dover segnalare, quindi, la posizione di fuorigioco.
Volendo trasportare questa logica comportamentale nel mondo dell’informazione, potrebbe tradursi nella capacità di un giornalista di non pubblicare una notizia se questa è, oggettivamente, pregnante di dubbi.

La stessa situazione è andata in scena domenica pomeriggio allo stadio Tardini, dove uno spettacolo davvero indecoroso ha visto come protagonisti alcuni giocatori del Parma e del Napoli.
Il Parma, com’è noto, vive una situazione abbastanza surreale. Mediaticamente viene dipinta come vittima di uno scenario in cui i dirigenti ed i proprietari hanno lasciato l’intera società in balia dei curatori fallimentari, non avendo mai avuto già dall’inizio del campionato, a quanto pare, i conti in regola nel corrente campionato di calcio, eppure non si è mai nemmeno vista una squadra di calcio letteralmente “salvata” dalla Lega calcio per lo svolgimento delle partite fino alla fine del campionato.

La cronaca della partita la conosciamo ormai tutti.
Un Napoli svogliato e superficiale, come accade spesso in corrispondenza di partite giocate contro squadre che lottano per salvarsi, tenta in tutti i modi di vincere la partita ma non ci riesce. Il risultato quindi al termine della partita è fermo sul due a due, un pareggio che da una parte non cambia la situazione di una retrocessione nella serie cadetta già matematica, e probabilmente il Parma non sarà neanche in grado di iscriversi al prossimo campionato, mentre dall’altra parte questo pareggio rovina, in parte, le ambizioni di una squadra che da troppo tempo rincorre la zona Champions, non riuscendo mai a sfruttare un’occasione così importante.

Terminato il match poi va in scena un’altra partita.

Una partita che telecamere e voci di corridoio cercano di tradurre repentinamente cercando di strutturare come sempre la logica della vittima contro il carnefice.
Mirante artefice di numerose parate spettacolari si avvicina ad Higuain e probabilmente lo stuzzica per i numerosi tentativi dell’attaccante di segnare, prontamente respinti dal portiere di Castellamare di Stabia.
Il nervosismo accumulato per non aver avuto la meglio nei 90 minuti di una squadra fallita economicamente e retrocessa sul campo, fanno scattare la reazione del giocatore del Napoli.

Qui il frenetico lavorio mediatico prende pieno possesso degli eventi
e cominciano a fioccare indagini dal nulla. L’apice del surreale si tocca nel momento in cui arrivano ai microfoni il giocatore del Parma, Raffaele Palladino, e l’allenatore dei ducali, Roberto Donadoni. Si comincia ad accusare, senza far riferimento a nessuno in particolare, la società Napoli per un atteggiamento “schifoso”, definito tale a più riprese dallo stesso allenatore.
Quello che gli emiliani contestano è che il Napoli “si aspettava che il Parma, già retrocessa, regalasse la vittoria”, come indicato in numerose interviste televisive dallo stesso allenatore Donadoni.
Accuse durissime e riportate da ogni emittente televisiva, ponendo in essere un comportamento antisportivo del Napoli. Complice anche il silenzio stampa dei partenopei, la versione dei fatti arriva solo dai tesserati del Parma ed allora rapidamente si struttura una situazione che vede il Napoli come il carnefice dei poveri giocatori emiliani.
Si sprecano parole di indignazione, si sprecano titoli pomposi sui quotidiani sportivi, si sprecano ore televisive volte a designare il Napoli come tutto ciò che non dovrebbe essere il calcio. Napoli viene definita come un’alcova, come spesso accade, di criminali anche in ambito sportivo.
Il Fatto Quotidiano non si ferma solo ad un titolo abbastanza dispregiativoI falliti danno una lezione di etica a chi chiagne, fotte e se ne fotte” ma cavalca l’onda della critica monotematica nei confronti di tutta Napoli, non solo sportiva, con un altro articolo questa volta denigratorio nei confronti del servizio di Alberto Angela in cui si raccontavano le bellezze di Napoli. Il Fatto quindi si sente in dovere di riprendere il servizio per poter dire che Napoli non è solo quello ma è soprattutto quello che ha raccontato Roberto Saviano attraverso le pagine ed i video di Gomorra, come se Napoli necessariamente non potesse essere bella senza esser dall’altra parte dannata.

Nel giro poi di poche ore lo scenario cambia
.

Donadoni rettifica le sue parole, “Non ho mai detto che il Napoli voleva che gli regalassimo la partita” e “Aprire un’inchiesta federale mi sembra esagerato”, cambiando difatti le parole a caldo che probabilmente aveva raccolto dal vento e quindi senza riscontri oggettivi aveva dato in pasto alle televisioni nazionali, facendo sì che tutti potessero buttare fango sulla società partenopea e di rimando anche sulla città.

Allora io mi chiedo semplicemente perché?
Perché quando accade una qualsiasi cosa Napoli deve sempre essere considerata l’emblema del male in assoluto? Perché è così faticoso verificare i fatti prima di dare in pasto all’opinione pubblica ricostruzioni fantasiose che non fanno che alimentare pregiudizi atavici nei confronti di un intero popolo?
E perché le scuse non sono arrivate? Perché questa volta non si sprecano parole di ferma condanna verso le persone che nel giro di 15 ore hanno lanciato pesanti accuse per poi ritrattare tutto?

Comunque vada, in ogni occasione, Napoli viene condannata sempre per i pregiudizi atavici di cui è portatrice sana da centinaia di anni, mentre tutti subito dopo se ne lavano le mani.

 

 

 

Cibal


In ricordo di Pino Daniele (05-01-2015)

Pino Daniele

 

 

Racconto di Rosario dello Iacovo (Qui la sua Pagina Facebook)

 

 

 

Una delle prime volte che sentii una tua canzone, era il 1979.

Le note di Je so’ pazzo accompagnavano un servizio della Rai su Napoli e il ritornello arrivò dopo una curva, oltre la quale c’era il vecchio casello della tangenziale del Corso Malta.
Sotto, il campo di calcio senza un filo d’erba dei Salesiani, dove io crescevo tirando calci a un pallone. Avevo tredici anni e allora non sapevo, che quel posto sarebbe diventato insieme un angolo di Terzigliano, il luogo immaginario della mia anima.
Il campo ce l’avevo proprio sotto casa.
Lo vedevo dal balcone dell’ultimo piano, insieme al mare, a Capri, alla penisola sorrentina e a quella terra di nessuno, nella quale è ambientato il settimo capitolo della mia biografia dei 99 Posse.
Sì, esatto, era proprio là, dove tanti piccoli Rosario, Vladimir e Bidone si affacciavano alla vita in quella calda estate del 1976.
Il campo poi lo rividi nell’Uomo in più di Sorrentino. Infine non lo vide più nessuno, perché i preti lo vendettero perché ne facessero il nuovo svincolo della tangenziale.

Ogni volta che uscite al Corso Malta, sappiatelo: sotto di voi ci sono le storie evanescenti e i sogni di una generazione di bambini che cresceva in strada. Se invece la prendete in entrata, nel punto in cui il curvone scende al punto più basso, prima di risalire verso il viadotto principale, guardate alla vostra sinistra: sotto i piloni di cemento armato, forse riuscite a sentire ancora le nostra grida.
E magari anche la voce di quel vecchio compagno, che la sera del 20 giugno del 1976 chiedeva a mio padre, se avrebbero finalmente esposto la bandiera rossa.
Ecco, è lì che io sentito per la prima volta Je so’ pazzo. Poi l’ho cantata insieme a mio nipote Yuri, che stamattina mi ha chiamato per darmi la notizia che io già sapevo, e suo cugino Davide, un giorno d’estate che li andai a prendere a Gallipoli, mentre risalivamo la terra dei nostri padri. E loro ridevano sempre, in un altro dei miei racconti. E sì, perché anche per un ragazzino di dodici anni, tu sarai per sempre Pino Daniele. Come Totò, i De Filippo, Nino Taranto, Massimo Troisi, Mario Merola e i troppi altri per ricordarli tutti, tu da oggi veglierai sulle paure, ‘e nu popolo ca cammina sott ‘o muro. Vuless abbraccia’ a frateto Nellino, stammatina. Come nelle interminabili notti del Frame di Via Palladino, con Tommy che urlava e rideva, prima di andarsene per sempre qualche anno fa a Firenze, dopo un trapianto al fegato. Solo come un cane, perché nessuno lo sapeva.
Io non credo nella vita dopo la morte, ma credo nei ricordi. E nella memoria collettiva di questa città, da oggi stat tutt quant assieme: famosi e sconosciuti, buon e malamente, viecchie e guagliun.
Perché in giornate come questa, ognuno di noi si sente più napoletano, uno di quei ragazzini di dieci o settant’anni ca so crisciut cca, addò saje ca nun si sulo.

 

Rosario Dello Iacovo

 

 

 


Vivremo così, cercando un senso anche per voi : l’informazione, Pino Daniele e Napoli.

 

 

Sono giorni davvero tristi, questi.

È difficile spiegare il sentimento che ha legato Pino Daniele ai napoletani, e le manifestazioni di affetto nei confronti dell’artista napoletano sono la prova della grandezza di un popolo che spesso e volentieri viene dipinto con accezioni negative proprie della stampa, che più che descrivere la realtà, si basa sul senso comune, quello che noi, napoletani, conosciamo benissimo.
È inutile ogni volta ritradurre una contraddizione che spesso in sociologia veniva espressa nella condizione dei Neri americani, oppure dei colonizzati in terra d’Africa.
Una condizione che ancor oggi ci fa sentire stranieri in terra nostra, soprattutto perchè all’Unità d’Italia nel lontano, lontanissimo 1861, siamo stati difatti colonizzati in modo violento.

Rimarcare ogni volta quei pezzi misteriosi della storia del nostro paese, rischia continuamente di attivare processi di stigmatizzazione che portano semplicemente chi li attua ad essere considerato un eversivo, additandogli una presunta simpatia monarchica, senza comprendere che si può essere semplicemente desiderosi di verità senza essere monarchici.
Io non voglio, in nessun modo, perdere altro tempo a spiegare cosa è stata per il popolo del Sud, non solo napoletano, l’Unità d’Italia, nella sua espressione pragmatica e non ideologica, perchè si parla spesso del “si è fatta l’Italia” ma si maschera volontariamente il “come si è fatta l’Italia”. Quindi passiamoci sopra.

Non voglio invece passare sopra al continuo spreco di parole virtuali e parole “alluccate” che diventano prerogativa di una masnada di penne al saldo sabaudo, cercando ogni volta di rinvangare vecchie basi pregiudiziali verso il popolo a cui mi sento di appartenere, ed a cui apparteneva sicuramente Pino, non il Pino nazionale, ma proprio il Pino napoletano, partenopeo, che ancor prima di diventare fenomeno “nazionale” lo stesso faceva paura alla stuola di nordici, preoccupati dal loro continuo, ed ancora attuale, pericolo di “integrazione” mista al pericolo di “corruzione” etnica, che oggi, fortunatamente per noi a quanto pare, si è spostata sui poveri cristi che fuggono dalle guerre.
Sì perchè oggi l’Invasione, la paura di quell’Invasione ha loro come protagonisti. Prima eravamo noi i protagonisti di quelle frasi pittoresche ora son loro, domani torneremo di nuovo noi, state tranquilli.

Ed allora ogni volta ci tocca leggere, anche in occasione di un evento davvero infausto per noi napoletani, di essere troppo teatrali nella richiesta di un funerale sul nostro territorio, sulla richiesta di riportare tra noi quello che consideravamo il re di Napoli, il nuovo re, che aveva lasciato anzitempo il suo trono.
In genere, io che scrivo, cerco sempre di collegare alle mie conoscenze un minimo di analisi dei fatti senza farmi allettare dall’idea di inserire stereotipi e pregiudizi che avrebbero sicuramente da un lato il potere di trarre a me più consenso esterno ma dall’altro lato potrebbero inficiare sul nucleo delle mie considerazioni facendo rendere ciò che scrivo fortemente criticabile perchè poco “reale” e “scientifico”.

Così non accade per questi autori che oggi e pure domani, cercando la solita popolarità in relazione ad un evento “storico”, perchè Pino è la storia della musica italiana, non mancano di gettare fango su un’intera città collegata irriducibilmente ad un intero popolo.
Ora siamo nella patria della teatralità e non v’è alcun dubbio ma cosa c’entra l’affetto di un popolo ,che vuole tributare l’ultimo saluto ad un personaggio che è stato molto di più che un semplice artista, con la solita tiritera che si tende a spettacolarizzare il tutto nella nostra città?

E poi perchè corroborare ogni volta questa tesi col voler ostentare l’immagine di un Pino Daniele che viveva lontano da Napoli perchè “allontanatosi volontariamente dalla retorica della napoletanità“(cit.), oppure un Pino Daniele che avrebbe sicuramente preferito una cerimonia meno chiassosa(cit.)(evidentemente riescono a parlare anche con l’aldilà, n.d.a.), arrogandosi il potere della conoscenza di un Autore che era un mondo a sè stante ma indissolubilmente connesso alla realtà napoletana, e non come loro vogliono far credere , con quella che a noi Napoletani sembra sempre più una costrizione mediatica.
Allora a tante domande spesso noi napoletani non troviamo proprio risposte, noi che ci domandiamo perchè anche quando ostentiamo così tanto amore verso colui che consideriamo nostro figlio, nostro fratello, nostro padre, uno di famiglia, dobbiamo subire sempre un processo che affonda più che su reali nostre mancanze, che sono al pari di altri popoli, su componenti pregiudiziali di cui non si riesce proprio a fare a meno in questo maledetto paese. Un paese che non perde mai occasione di dimostrarsi sempre ostico nei confronti dell’aggregazione popolare, nei confronti di un popolo che non è in pace nemmeno quando, con amore, si riunisce tra le strade del proprio paese aggrappandosi alle tradizioni di un’identità che non verrà mai scalfita, proprio mai questo è sicuro, perchè sa che le uniche armi per difendersi dai pregiudizi di chi non ti conosce sono l’identità e l’unione.

 

Ti cercherò nelle giornate di sole, ti cercherò quando piove e quando schizzichea, ti cercherò accanto ai porti, davanti ad una tazza di caffè, quando guarderò il mare e sentirò il vento…sei e sarai sempre Vita.

Ciao Pino.

Cibal


“E tutti imparano a spiegare…qualcosa che rimane: Ciao Pino!”

 

Raccontare Pino Daniele non è semplice e raccontarlo per ciò che ha rappresentato per la sua città e per il popolo napoletano è ancora più arduo.

A Napoli la vita si esprime attraverso degli atteggiamenti difficilmente descrivibili con delle parole  e che siano scritte o parlate poco cambia. Dicono che sia la patria della gestualità, un’arte capace di rappresentare e di soppiantare il linguaggio delle parole. Non solo.
C’è un legame inscindibile tra Napoli ed i suoi figli, la maggior parte dei quali legati come i neonati alla loro mamma, senza mai riuscire, nonostante tutto, a recidere il cordone ombelicale. E’ così per ogni personalità legata indissolubilmente all’essenza di Napoli, come per Totò, Eduardo, Massimo Troisi, Murolo, e davvero tanti altri, che ognuno sentiva, e sente ancora oggi, come parte di una grande famiglia allargata, facendo spazio proprio a chi, a differenza di altri, sapeva farti sentire sempre “a casa”.
Napoli è tutto, bellezza ed inferno di una città che ha l’orgoglio di aver dato i natali a personaggi che attraverso le loro capacità hanno saputo, almeno in parte, riscattare il vero valore di una città che troppo spesso qualcuno dimentica.

A raccontare Napoli, Pino Daniele ci ha sempre provato.

Attraverso quello che sapeva fare meglio, raccontava Napoli: con le sue canzoni, il suo amore per la città. Una città che lo ha lanciato con un bagaglio culturale ed esperienzale che ha saputo sfruttare come pochi altri non mancando mai di evidenziare quelle caratteristiche negative proprie della città che spesso emergevano dalle sue strofe.
Era espressione di una Napoli che cercava sempre di distogliere  l’attenzione verso quei particolari negativi che non facevano altro che dare un’immagine distorta di tutto ciò che poteva essere Napoli.

Tutti a Napoli hanno un ricordo ancora vivido di cosa fosse Pino Daniele.

Una persona che ti faceva sentire orgoglioso di poterlo annoverare tra i “tuoi”, uno sperimentatore che ha saputo rivalutare, come molti altri, l’immagine di una città troppo spesso, suo malgrado, oggetto dei pregiudizi di chi non aveva, e non ha, mai conosciuto un centimetro di questa città, unica nel suo genere.
Sono cresciuto con le sue canzoni che, in un percorso “senza fine”, hanno accompagnato ogni mio passo, dall’adolescenza ai giorni attuali, ed ancora mi è difficile metabolizzare questa notizia.

Ero ancora adolescente quando ascoltai per la prima volta una strofa di Anna verrà, una canzone unica nel suo genere, quella musica così leggera e così tremendamente calda, che ti abbraccia in ogni parola ed in ogni melodia. Ricordo ancora la difficoltà nel portare ogni suo brano con me, durante ogni giornata, a differenza di oggi che basta un click con il mouse per scaricare e trasferire canzoni nei mille strumenti di riproduzione audio, oggi disponibili a basso costo per tutti.
Come mai potrei dimenticare Gesù Gesù, che sullo stessa leggerezza melodica della precedente riusciva ad ingabbiarmi in un’atmosfera magica, spesso espressione di quella malinconia tipica degli adolescenti, senza voler a tutti i costi esternare quella tristezza che ci accompagnava sempre nei nostri giorni.

Pino esprimeva tutto ciò che noi volevamo dire, raccontando i temi sociali ma anche l’amore, i sogni aggiungendo quella “verve” napoletana che solo noi potevamo e possiamo ancora oggi tradurre, senza mai scadere nella banalità che per certi versi lo attrarrà nelle successive sperimentazioni, che non mi facevano e non mi fanno tutt’ora esaltare ma che sicuramente erano necessarie per la sua carriera, per il definitivo salto di popolarità.
Le canzoni che potrei citare sono davvero moltissime e rischierei di ripetere le parole di moltissimi che in queste ore si sono affannati repentinamente e sicuramente ,come me in uno stato di incredulità, hanno scritto, detto, qualcosa per ricordare Pino Daniele, non un semplice musicista, ma il figlio di una città, il fratello di un popolo che non  dimenticherà mai chi è stato.

Cibal


“Sin prisa pero sin pausa” ma intanto il tempo se ne va!

 

La svolta non c’è stata. Niente da fare nemmeno in casa, dinanzi al proprio pubblico che, seppur in un numero ridotto senza precedenti in questi ultimi due anni sotto la guida di Benitez, non si è risparmiato per tutto il match nel sostenere i propri beniamini, tranne poi esplodere a giochi conclusi con i fischi del tutto giustificati.
Così non va ed è sotto gli occhi di tutti. Nei primi 25 minuti tutto faceva pensare ad una goelada, una svolta, quella svolta che doveva buttare dietro ogni pensiero cattivo e tutte le voci di uno spogliatoio ormai rotto e le voci della difficoltà tangibile di riassestare il tutto da parte di mister Rafa. Alla prima incertezza ecco cadere quel castello di sabbia, troppo leggero per reggere un modestissimo Palermo che, dopo aver subito senza batter ciglio un uno due napoletano, subito è passato alle contromosse semplicemente utilizzando un modulo meno offensivo e più contenitivo, rimontando per ben due volte lo svantaggio. Il primo gol di Belotti ha riportato sulla Terra l’undici partenopeo che poi non ha più saputo mantenere la tranquillità di una grande squadra, quella che riesce a gestire un doppio vantaggio, quella che da anni a Napoli attendono ancora. Prima della fine del primo tempo di nuovo in vantaggio e poi raggiunta una volta ancora durante il secondo tempo.
Per il Napoli questa era la partita della verità.
Oggi parlare di crisi non è più avventato, anche perchè la Juventus e la Roma sembrano appartenere sempre a pianeti differenti rispetto alle altre contendenti del campionato italiano. La crescita della Roma in questi due anni è stata esponenziale ed è evidente la capacità di divorare ogni zona del campo da parte degli uomini di Garcia. Invece per la Juve si pensava ad un passo indietro dopo l’addio di Conte ma così non è stato, infatti Allegri ha subito apportato modifiche nel gioco, migliorando difatti il possesso palla, unica pecca del gioco devastante di Antonio Conte. Il Napoli, invece, è mancato e le cause non sono riconducibili ad una sola problematica.
Il mercato continua ad essere il limite di questa squadra. Nonostante la persistenza, rispetto all’anno scorso,  dell’appeal europeo elevato con l’arrivo di mister Benitez e giocatori di livello superiore come Higuain, Callejon ed Albiol, portatori sani di esperienza internazionale, sembra sempre che manchi qualcosa di necessario per un salto tra le grandi. Probabilmente la partenza di un elemento carismatico per tutta la squadra come il portiere Reina ha significato una minore compatezza interna dell’organico, che sembra ancora più sfaldato dalla continua inesistenza caratteriale e tecnica di capitan futuro Hamsik, che non ha ancora, e probabilmente mai avrà, il carattere del trascinatore. Sicuramente il cambio di modulo e probabilmente ancora l’incertezza derivante da un infortunio smaltito male a livello mentale hanno contribuito al suo difficile reintegro pieno e completo nei meccanismi della squadra.
I nuovi arrivi sembrano troppo timorosi ed a tratti non sembrano avere la piena adattabilità nel nostro campionato, sia dal punto di vista tecnico e sia dal punto di vista atletico, nonostante il nostro campionato sia in profonda crisi rispetto agli altri europei. Oltre tutti questi elementi bisogna sicuramente aggiungere l’assenza determinante di chi, come Higuain e Callejon e Mertens, ha contribuito l’anno scorso alla cavalcata in campionato, con record di punti e record di gol segnati. I limiti difensivi, però, permangono.
Dall’altra parte bisogna anche dire che Benitez è un tecnico troppo fedele al suo credo, nonostante l’evidente crisi di risultati contro avversari del tutto modesti. Non ricordo un inizio di campionato così leggero negli ultimi anni. Racimolare solo 4 punti, contro avversarie del calibro di Genoa, Chievo, Udinese e Palermo è davvero frustante per una squadra come il Napoli, che da anni gioca a fare la grande ed a costruire un progetto serio per rilanciare una realtà inimitabile al Sud.
Bisogna cambiare marcia e subito. Bisogna capire, ed anche il mister deve farsi un piccolo esame di coscienza, che cambiare strategia non significa per forza abbandonare i propri ideali anzi vuol dire maggiore capacità di comprendere e sintetizzare ciò che ci dice la realtà.
Considero Rafa Benitez un tecnico intelligente come pochi, con una spiccata capacità di leggere il calcio in un modo così completo che ti può spiazzare, però ora c’è bisogno di mettersi in discussione, c’è il profondo bisogno di cambiare registro e di mettersi in discussione, perchè già dopo la prima partita c’è stato chi ha messo lui in discussione. Non solo.
Anche nell’anno da poco concluso c’era una schiera, abbastanza folta, di suoi detrattori, nonostante i risultati sportivi sotto gli occhi di tutti. Vincere al primo anno un trofeo, seppur sottovaluto, come la Coppa Italia fa capire l’abilità di questo tecnico, troppo spesso bistrattato ma che ha dalla sua esperienza e risultati. Allora una svolta è necessaria, senza voler alimentare la presunta aria collerica che si respira nello spogliatoio corroborata da chi la stagione non voleva nemmeno iniziarla con questa maglia, perchè il Napoli non sarà una mai una grande squadra se non imparerà a sentirsi una grande squadra. Benitez in questo è un maestro, ora bisogna solo capire chi vuol essere suo allievo.

Cibal


La pistola che spara due volte…

 

 

Sono trascorsi pochi giorni da un evento che ha lasciato l’amaro in bocca in buona parte del paese. E non è la prima volta che accade.
Spesso questi eventi tragici entrano violentemente nelle nostre vite senza chiedere il permesso, portando molti quesiti che non riusciamo mai a risolvere. Trovare delle risposte ad una morte così strana, di un ragazzino di 17 anni, vittima probabilmente di un eccesso di potere o di un momento di eclissi mentale da parte di un poliziotto, è difficile. Riportare tutti i fatti salienti della vicenda non farà ,di rimando, trovare delle risposte, ma un’analisi dei fatti, collegata all’intero contesto che lega i personaggi di questa vicenda e la vittima, ci aiuterà, di conseguenza, a capire in modo più appropriato questa assurda vicenda.

Spesso accade che notizie come questa siano catturate dall’opinione pubblica perfettamente e sempre perfettamente siano date in pasto al pubblico per dar modo ad ognuno di farsi una propria idea personale che non ha nulla a che fare con la reale situazione. Questo permette la partecipazione di una parte di pubblico a quella che oggi viene chiamata la spettacolarizzazione della notizia, dove i protagonisti non sono quelli della vicenda ma sono a casa, spesso seduti sul divano ad osservare il mondo da un televisiore. Così nascono i giudizi, quelli incompleti relativi ad una situazione che si conosce poco, e spesso per niente.
Ad una morte così surreale non si possono dare spiegazioni, bisogna solo ammettere che ci sono delle colpe e trovare delle giustifiche non servirà a portarlo in vita, col suo carico di sogni in una città troppo spesso vilipesa dal resto degli spettatori per colpa di “una manica di fetenti“.
Le città sono così, una parte buona ed una buona parte cattiva. Ma è secolare la disputa tra cattivo e buono presente in ogni fenomeno umano, così come è preminente l’importanza del primo sul secondo, che tende ad inquinare il secondo in ogni sua manifestazione. Il cattivo vende di più, il cattivo tira di più.

Finisci per conoscere il cattivo vivendo la tua città, non quella di altri. Quella in cui vivi da quando sei ragazzino ed inizi a capire cosa è buono e cosa non lo è. Il cattivo però quando sei ragazzino ti affascina, specie se vedi solo quello nella tua città. Il cattivo è fisiologico in una città, senza il cattivo non ci sarebbero i buoni che lo combattono. Allora non vedi un’altra città, vedi la tua città e ti fai prendere da quel fenomeno che prende il nome di “imitazione“. Gli individui già da piccoli “imitano” i comportamenti altrui ma non per questo comprendono perfettamente cosa stanno facendo.
Chi di voi non ha mai fumato per imitazione, urlato per imitazione, modellato il proprio comportamento per assecondare l’agire comune, per essere accettato.
Finisci per pentirtene quando sei grande, quando inizi a discernere perfettamente tra cosa ti potrebbe portare felicità e cosa no, quando inizi a capire che determinate cose sono condannate dalla morale pubblica e ti potrebbero portare nei guai, quando inizi a capire che quella città è molto simile a quella accanto, e quella accanto ancora.
Però nonostante tu sia cresciuto vedi chi c’è dietro di te e capisci che non tutti sono bravi ad evitare quella trappola. Alcuni non ce la fanno perchè non hanno i tuoi stessi strumenti, la tua stessa famiglia presente, vittime di una città relegata ai margini della società. Alcuni si lasciano trasportare da quel processo di imitazione, che come un vortice li abbraccia fino a quando non fanno una brutta fine.
Chiuque tu sia, il bagaglio culturale è lo stesso. Il profumo di quella città te lo porti addosso dovunque vai e chiunque tu sia, l’odore di una città bistrattata che vomita figli anonimi, figli nella terra di nessuno. Ciò che però fa la differenza è il vestito che porti ogni giorno sul tuo corpo, un vestito fatto di ruoli e status, un vestito che in parte ti copre da quei giudizi che ogni giorno assassinano l’anima buona di una città che ha la colpa di essere stata dimenticata.
Non si riesce a capire che il giudizio, come in ogni contesto, è corroborato e dipende, nella sostanza, dal proprio bagaglio culturale ed esperenziale.

Questo non significa condannare in toto ogni ufficiale di tutela pubblica, ma significa che si pongono nell’essenza sempre due pesi e due misure, chiunque tu sia, qualunque divisa ti sia cucita addosso, sei sempre una persona che vive in un reticolo di relazioni collettive. Se a te capita di sbagliare, il giudizio dipende sempre e comunque dalla tua storia personale, in positivo o in negativo, ma questa è una particolarità intima della pura e profonda socialità.
Un napoletano che fa una rapina è diverso da un milanese, e subisce l’aggravante del reato che dipende dalla sua origine. Il napoletano non è solo, lo accompagnano tutti coloro i quali vengono considerati diversi a seconda della situazione ed a seconda della morale comune. La discriminazione è subdola e si innesta sul terreno dell’ideologia imperante propria di una società. Il drogato, il nero, l’omosessuale. La periferia rispetto al centro. La campagna rispetto alla città.

Si pone l’accento sulle amicizie “discutibili” di un ragazzino di 17 anni e su altre considerazioni (in tre sul motorino, senza patente ed il non essersi fermati all’alt, che prevedono una pena amministrativa) ma così facendo, si giustifica, in parte, il suo omicidio da parte di un funzionario dell’ordine pubblico e contemporaneamente si invertono i ruoli che fanno riferimento al dualismo “Vittima-Carnefice“, come spesso accade dalle nostre parti. Solo chi vive i nostri territori sa quanto sia pesante, in tutti i sensi, appartenere a questa o a quella città, quanto sia complicato relazionarsi con gli altri depurandosi da questo “peso” sociale.
Però il tutto cambia a seconda dell’abito che da una vita porto con me.
Ecco perchè lo status in questo contesto conta e secondo me, più di ogni altra cosa, corrisponde al tuo lasciapassare nella società, la bella società.
Silvio Berlusconi i delinquenti(Mangano) se li portava a casa, e si è sempre attorniato di persone “peggiori” rispetto ai protagonisti di questa vicenda.

 

“Davide rimane ancora là sul selciato, mentre tenta di alzarsi, ucciso da una pistola che spara due volte”.

 

 

 

 

 

Cibal


Che colore ha la libertà? Un applauso non vale una maglietta.

C’è poco da stupirsi.
È bastato un solo evento sportivo, come spesso capita, un evento nazionale, per accendere i riflettori su problematiche che superano di gran lunga quelle calcistiche e del semplice tifo, ed interessano soprattuto le strumentalizzazioni, la disinformazione e il bagaglio pregiudiziale da cui ogni faccenda in questo belpaese attinge ogni volta.
Ma cominciamo dall’inizio e mettiamo un pò di ordine in questo fenomeno non solo italico.

Tutto è nato da una maglietta e da chi la indossava, diciamolo pure. Il pugno duro e quella dannata voglia di far vedere gli attributi dello Stato, scatenata da una maglietta e da chi la indossava, il figlio di un criminale. Troppo. Una maglietta pesante sicuramente per tutta l’opinione pubblica ma chissà quante volte è passata inosservata e nessuno ha gridato mai allo scandalo.
Eppure quella maglietta non ha sparato, anche se a quanto pare ha creato più danni della pistola che ha colpito l’ oramai celebre tifoso del Napoli, Ciro Esposito, che ancora oggi lotta per sopravvivere.
Sulla maglietta due parole semplici. Un cognome ed un aggettivo.
Ma lo scandalo che ha atterrito l’Italia intera non si è generato tanto per il nome Speziale, condannato per l’omicidio di Raciti, ma per la richiesta di “libertà” per una persona, quella persona, un altro criminale insomma. Cioè un figlio di un criminale che chiede la libertà per un altro criminale. Tombola.

Un criminale, neppure lontanamente da considerare alla stregua di una persona, che si è macchiata, così dice una sentenza e bisogna rispettarla, dell’omicidio dell’ispettore Raciti, a Catania.
Storicamente sono le famiglie dei condannati a chiedere la Libertà per i propri cari. Libertà, quella parola così semplice e leggera che assume un grande significato solo quando ti viene tolta, ma non solo.
Eppure c’è sempre qualcosa che non torna, qualcosa di imprevisto in ogni situazione, specie in questa. In genere sono gli avvocati a catturare il momento giusto, per inserirsi nella falla del sistema, come degli hacker, che trovano una porta aperta nei minuscoli, teneri cavilli della giustizia e vi si infilano, sfaldando una struttura pensata per reggere ad ogni urto.

Ed allora mi domando… Ma la Libertà si può chiedere?

Allora perché la libertà non si può chiedere?

Non entro nel merito di un processo ma nel merito di una richiesta che a mio avviso non ha nulla di eversivo.
Ancora una risposta non la riesco a dare, anche perché questo è il paese dei controsensi, dove un condannato può entrare tranquillamente nel Parlamento a dialogare con l’illustrissimo garante della Costituzione senza batter ciglio.

Allora perché questa libertà non si può chiedere?

Eppure per anni, ed ancora tuttora nel nostro paese, una scena simile l’ho già intravista, e la ricordo benissimo. Certo, certo la libertà si può chiedere ma dipende dal nome e soprattutto dal cognome che porti.
Poi ad un certo punto ti ritrovi a dover accettare, a malincuore, di far parte del circo mediatico a tua insaputa, perché una parte dell’Italia, quella unita per intenderci, viene ogni giorno tempestata di notizie dopate dagli esperti del settore, notizie buone solo ad alimentare il bagaglio pregiudiziale che dalla culla alla tomba accompagna ogni cittadino del Sud.
Certo, se la verità fosse un giocattolo, come a quanto pare sta diventando, ognuno avrebbe il diritto di perderci tempo con il suo uso, quindi girarlo e rigirarlo, fino a quando il giocattolo si rompe.

Ebbene il giocattolo si è rotto perché non si è mai saputo, e mai voluto, ambire all’allineamento alla realtà dei fatti come peraltro prevede una deontologia che lascia poco adito alle interpretazioni. Allora succede che una parte del paese, spesso vestita degli abiti della responsabilità morale dinanzi all’altra parte del paese, plaude all’entrata di assassini certi, senza ombra di dubbio, di un povero ragazzo (Federico Aldrovandi) , senza nome quella sera, colpevole di essersi trovato nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Vilipendio, anche e soprattutto, del ricordo e della giustizia. Però non è reato. Il reato è nel chiedere la giustizia per Speziale, colpevole di aver, secondo la sentenza ma non per chi chiede la revisione di quel processo, ucciso il commissario Raciti, mentre ricopriva il suo ruolo, e dopo tranquillamente montarci un caso, come sempre, per vendere il solito odio verso un intero popolo ed una secolare cultura.
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Allora?
Che colore ha la libertà?


La morte del calcio italiano in diretta. Disinformazione, strumentalizzazione e cattiva organizzazione di un evento sportivo. Di chi è la colpa?

È una serata come tante altre, una serata all’insegna dello sport. A scontrarsi non sono opposte fazioni ma semplicemente avversari come altri, come ogni “benedetta” Domenica, ma che stavolta giocano per quella Coppa tanto, troppo agognata.
Ad un tratto una notizia lacera la tranquillità, una notizia non come le altre, una notizia pesante, che deve essere presa con le pinze perché potrebbe compromettere un’intera giornata: un tifoso napoletano ferito dopo uno scontro a fuoco.
Il risultato è quello di sempre. Frenetico tam tam da una testata all’altra, con in mezzo qualche smentita della prefettura, qualche accenno a bollettini medici, qualche riscontro giornalistico e la frittata è fatta. Certezze non ci sono, anche se la deontologia della professione dice tutt’altro, cioè di diffondere ciò che è certo e non provare a ricostruire un contesto e venderlo per vero.
Dall’altra parte il senso comune. Quella cattiva logica dell’associazione di idee sulla base della fiducia della professione. Se chiedo ad un meccanico qual è il problema della macchina, mi fido dell’esito perché impossibilitato a confutare quella valutazione. Così per un medico, e così anche per il giornalista. Ma il meccanico è responsabilizzato dalla possibilità di procurare un danno, sa che se sbaglia, dopo rischia di danneggiare qualcuno. Così il medico ma non così il giornalista.
Allora va in scena un altro spettacolo, quello del senso comune legato al tifo poco razionale e troppo ancorato al mondo criminale. La frittata però ha bisogno del tocco finale : Napoletano caduto in un agguato per mano romanista. Rullo di tamburi ed attesa della reazione, che non si fa attendere come sempre e come sempre innescata su basi terribilmente parziali. Non posso spiegare l’evento senza aver spiegato per filo e per segno cosa ha portato a quell’evento, altrimenti sarebbe raccontare solo una parte di quella realtà, cioè la parte che fa più scalpore, la parte di cui si ciba il senso comune, quella del fegato piuttosto che quella del cervello.
Non dico che la notizia fosse falsa o che non meritasse attenzione ma che sulle prime non bisogna di certo creare un contesto che difatti racconta una parte di come si sono svolti i fatti. I riscontri li fanno i testimoni, visivi sicuramente, ed una cosa è certa, come è possibile che nessun agente si sia trovato nel percorso che porta allo stadio? Come è possibile che persone armate si siano mosse tranquillamente nei pressi dello stadio? La cosa che però ancora non comprendo è perché sia sempre così difficile gestire eventi di questa portata? Ogni tifoso italiano sa che sommariamente ci sono delle tifoserie che dovrebbero evitare ogni contatto ed allora, una volta appurato che due tifoserie come quella napoletana e quella fiorentina non erano in pericolo di degenerazione, mentre quella romanista con quella napoletana sì, perchè non si è destinato il grosso degli agenti alla sicurezza dei percorsi che portavano allo stadio? Perchè ogni volta dobbiamo dare l’occasione ai facinorosi di mostrare al mondo intero l’incompetenza organizzativa “italiana”?

Un’attenzione particolare però bisogna destinarla anche allo spettacolo “Osceno” messo in atto all’interno dello Stadio.
Al di là dell’uso improprio delle prime pagine di oggi, che difatti hanno dato maggior rilievo alla scena dell’ormai celebre “Genny a’ Carogna”, piuttosto che dell’accaduto che ha generato tutti questi eventi che hanno arricchito ulteriormente l’apocalittico quadro, mi vorrei soffermare sulla capacità di questi elementi di prendere il pieno controllo di una manifestazione sportiva. Le mie domande quindi sono : ma come è possibile che elementi così poco raccomandabili possano entrare tranquillamente in uno stadio? Ma la famosa tessera del tifoso, che dovrebbe tenere alla larga questi facinorosi, dopo questo spettacolo, può essere finalmente messa in discussione?
Ma davvero si aveva necessità di questo evento per capire che nel cuore di ogni tifoseria italiana c’è una strana connessione che lega criminalità e tifo violento? Ma davvero l’immagine del capo ultrà che chiede la libertà per un altro ultrà, condannato per omicidio, finalmente ci può aprire gli occhi sul marcio presente nello sport?
Se tutto questo potesse essere usato come viatico per una progettualità politica riguardo a questi temi, dovremmo allora davvero ringraziare “a’ Carogna” per questo spettacolo, perchè davvero ha indotto un cambiamento ma come spesso accade, finita la partita, finisce anche lo spettacolo, ed in Italia ci si accorge dei problemi, che sono già sotto gli occhi di tutti, solo quando un evento “fuori dal comune” urta la sensibilità degli spettatori, ma poi quando tutto torna alla calma, si continua ad ignorare la necessità, imperitura nel nostro paese, del cambiamento.

 

Cibal


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