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La legge del consenso: combattere la povertà a colpi di manganello. La destra ringrazia.

 

Ci sono alcune cose che davvero non concepisco, soprattutto quando si parla di genere umano. Non le concepisco ma le analizzo e posso tranquillamente sezionarle.

È chiaro che la bianchezza, quella pura, non quella acquisita che fa così tanto paura ai nostrani seguaci dei fasci scuri, divida il mondo in buoni e cattivi.
Ci sono i buoni, quelli che nonostante tutto hanno il diritto, in virtù del loro colore, anche di delinquere. Sono i bianchi, i conquistatori, i civilizzatori. Poi ci sono i cattivi, quelli non bianchi per intenderci. Quelli devono passare attraverso diverse fasi, ontologicamente parlando, per essere riconosciuti “non colpevoli”. Devono somigliare al bianco, in tutto e per tutto perché si sa, la civiltà sta solo da una parte e quella parte si chiama Occidente.

Ora, dopo i recenti fatti di Piazza dell’Indipendenza, tra l’altro fenomenale vedere come i “fasci blu” fossero dalla parte del “giusto” istituzionale e del senso comune in una piazza così chiamata, mi sembra chiara, anzi chiarissima, la volontà di togliere voti alla destra xenofoba.
Sì, perché ormai è abbastanza palese: il malcontento popolare che genera i semi dell’intolleranza e della xenofobia è inarrestabile.
Politicamente parlando non puoi mica parlare più di accoglienza ad un popolo sordo, che ormai riconosce il nemico in coloro i quali vivono peggio di lui, non puoi mica parlare di solidarietà se addirittura ad essere considerate criminali sono le ONG, Organizzazioni non governative che cercano in tutti i modi di salvare vite umane.
Per le prossime campagne elettorali questa non è per niente una buona cosa.
Per la politica dell’immigrazione, nella speranza di poter “governare i flussi”, manco fossero cavalli, manco fossero tori, si è scelto lo “sceriffo” Minniti che per risolvere il problema non ha fatto altro che allontanare il problema.
Vedi caro Minniti, se hai paura del buio e chiudi gli occhi, il buio rimane, non scompare. Devi accendere la luce od aspettare il giorno. Il buio è arrivato e tu hai costretto tutti quelli che volevano salvare vite umane a chiudere gli occhi.
Quindi si rincorre la destra per i voti, un governo che si professa democratico che picchia i rifugiati, picchia gli studenti, picchia i lavoratori; e quando la democrazia per parlare usa i manganelli, quando la democrazia per “imporsi” usa gli idranti, allora non è più democratica: è una democrazia fascista.

Ormai a parlare di solidarietà ed accoglienza è rimasto solo Francesco, il papa, omonimo di quel “poverello” che si spogliò di tutto pur di aiutare le persone in difficoltà.
Ormai basta leggere i commenti alle varie notizie riguardo gli stranieri, non tutti ovviamente perché quelli con i soldi non hanno problemi, per capire quanto si sia arrivati ad una situazione insostenibile, sia per il vivere comunitario sia per il rischio di un’esplosione dell’intolleranza profonda alimentata dai movimenti neofascisti e da partiti che fanno della lotta al nemico immaginario la loro unica linea politica.
Commenti beceri, commenti vergognosi, commenti che non hanno paura a scrivere, come se la realtà virtuale rappresentasse tutto ciò che in realtà non si può dire per paura di ritorsioni.
Si fa appello al Napalm, si spera in una pulizia etnica, si libera l’istinto, quello che in fondo si tratteneva da tempo e che solo ora si può liberare.

Allora il tempo sembra essere giunto, il tempo dell’azione e della reazione.

I fascisti son qui, tra noi, protetti, liberi di agire perché legittimati da un fare politico che si è ormai liberato dal fardello della solidarietà. Hanno chiuso gli occhi, loro, mentre il popolo sedotto dai richiami fascisti sputa odio su chi è considerato colpevole ma in fin dei conti non lo è. L’unica loro colpa è la povertà, è il loro colore, il loro non essere considerati uguali a tutti gli altri, il loro nascere in zone che storicamente devono essere e sono relegate ai confini dello stesso immaginario umano, sono nel culo del mondo, dopo che da quel culo è stato rubato tutto. Eh sì, la colpa è loro perché non rimangono al loro posto, il posto che i bianchi hanno assegnato loro ormai da tempo.

 

Cibal

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La paura della diversità: una risposta valida a tutte le domande.

Quello che succede ormai da una vita, nel nostro paese ma sopratutto in tutto il nostro caro amato mondo, è sintetizzare una parte dei problemi, o quasi tutti, in determinate categorie che ci sembrano adatte a raccoglierli. Una sorta di risposta valida per tutte le domande possibili.
Nel corso della storia, non solo quella che si legge sui libri che ti fanno comprare a scuola, numerose sono le volte in cui questa tendenza dell’umanità si dispiegava liberamente con il tacito accordo di una buona parte dell’umanità che non era d’accordo. Il problema è che col passare del tempo si viene travolti dalla quotidianietà dei rapporti costituiti, del sistema già perfettamente strutturato e ti senti fuori dal coro quando noti, con amarezza, che le cose sono andate proprio nel verso in cui non dovevano andare, per buona parte delle persone come te.
Non è possibile ridurre, ad oggi, le problematiche sociali in un pentolone a cui attingere cercando la risposta adatta ad ogni occasione così da ottenere, specie sul piano politico, un consenso rapido ed allargato. Non a caso la logica del capro espiatorio è comune, più o meno, a tutte le ere umane, trascinando con sè una serie di eventi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli esseri umani, che scompare ogni qual volta emerge con forza quella voglia collettiva, involontaria ed insita in molti che fanno del “senso comune” la loro caratteristica peculiare, di ricercare un colpevole ai propri mali.
Non è poi trascorso molto tempo da quello che io definisco come l’evento simbolo di ciò che danneggia non solo quella che una volta veniva considerata la “Comunità“, che giorno dopo giorno ha lasciato spazio sempre maggiore alla “Società“, ma anche il senso della vita di ogni individuo che si trova ad affrontare i problemi moderni connessi alla vita: gli scontri e le proteste dei cittadini romani contro l’edificio, a Tor Sapienza,  che ospitava i rifugiati, al culmine, secondo il loro punto di vista, di una serie di eventi poco gratificanti da parte degli “ospiti” indesiderati.
Raccontare un quartiere di un’altra città, da parte mia, è difficile, e lo è per tutti quelli che non vivono in quei metri cementati. Raccontare seriamente, specie al giorno d’oggi, la problematica delle migrazioni che dal Sud del mondo si innestano in ogni direzione è ancora più complicato e chi vi dice che è semplice non può essere creduto. L’immigrazione e la città, intesa come luogo dove le relazioni sociali pian piano hanno perso di significato, rimandano ad una serie di intrecci di fattori che spesso e volentieri vengono abbandonati per raccontare le favole, per sposare appieno le ideologie moderne, votate alla rapidità nella ricerca dell’unica risposta a mille domande, alla frammentazione dei rapporti che diventano sempre più precari, come le nostre vite.
Analizzare la città non è mai stato semplice, soprattutto ora che si fanno sentire le problematiche connesse proprio all’immigrazione, un fenomeno che spesso e volentieri viene denigrato facendo spesso emergere, in modo profondo, quel sentimento di supremazia della razza insita nella stragrande maggioranza delle persone. Un etnocentrismo radicale che spinge chiunque ad analizzare questi fenomeni sulla base della superiorità, morale, culturale e strumentale\economica, della propria “razza”.
Sono sempre stato abituato a guardare, al di là della mia attuale preparazione sociologica, ai fenomeni, dai più evidenti ai meno evidenti, cercando di non soffermarmi troppo sul risultato ma cercando di scavare oltre quel mantello spesso di superficialità, provando a ragionare sui motivi che hanno portato a quel risultato.
Ho imparato con gli anni a non fidarmi delle risposte di cui ho sempre bisogno
, specie se arrivano da chi crede che sia tutto semplice da spiegare. Allora, sempre di mia spontanea volontà, ho cercato di leggere oltre le parole descritte nei vari libri, ho cercato di spostare le tende che coprivano le mie finestre e che mi facevano vedere solo la mia stanza, e guardavo, guardavo all’orizzonte le città che si perdevano tra i paesaggi mozzafiato dall’alba al tramonto senza perdere mai di vista, davvero mai, l’orizzonte, l’unica linea che legava ogni punto di vista. Mi perdevo tra le mille sfaccettature del pensiero ed allontanavo sempre, questo è sicuro, ogni riduzione facilona delle problematiche a cui cercavo di trovare una soluzione. Oggi lo so, so che dietro al fenomeno dell’immigrazione non posso, e non possiamo ridurre il tutto alla faciloneria ideologica e politica degli xenofobi dietro l’angolo, ad ogni angolo di questo paese e di questo mondo.
Ho provato, invano, a far immedesimare chi ha una visione da “invasione” dell’immigrazione nelle vite di chi parte da paesi lontani, alla volta dei paesi industrializzati, cresciuti, pasciuti, ingrassati proprio sulle spalle degli avi di chi parte. Non ci sono mai riuscito e lo dico da tempo. Ho cambiato prospettiva. Ho provato a raccontare i sentimenti di un viaggio e di quanto una risorsa naturale come il mare, la distesa d’acqua salata, abbia un valore diversificato nel mondo. Svago, produzione di tranquillità peculiare di molte nostre vacanze mentre cimitero, ultimo respiro di chi getta il proprio cuore su quella barca che a stento può reggere una decina di persone lasciando tutti i suoi ricordi, cullati dalle famiglie che con sacrifici inenarrabili vendono di tutto pur di racimolare la somma adeguata per i vari Caronte che lucrano sulla loro sofferenza. Nemmeno mi è andata bene ma ancora oggi non mi arrendo.
Siamo abituati, sempre più, ad essere mediocri come i prodotti che produciamo.
Abbiamo, giorno dopo giorno, deciso di avvicinarci sempre più alle macchine piuttosto che alle persone, impauriti dalla contaminazione sociale ma vinti dalla pervasività tecnologica. Abbiamo costruito barriere invisibili che ci permettono di vivere arroccati in gabbie d’acciaio mentre attorno a noi il mondo continua a correre e la sofferenza cerca semplicemente una mano da stringere e le nostre sono sempre ferme su display senza sentimenti, colorati artificialmente senza emozioni.
Ci siamo immersi profondamente in ciò che abbiamo prodotto che non riusciamo più a provare compassione per un essere umano o animale che sia, vittima sacrificale della tanto santificata tecnologia. Proviamo più dispiacere per un graffio sul nostro smartphone, capaci di scenate da internati, senza versare una lacrima o darci da fare seriamente per evitare che esseri come noi, umani come noi, uguali, sì uguali, magari con una pelle diversa, più alti, più bassi, più magri, sì decisamente più magri, che a frotte chiedono il diritto sacrosanto alla vita, sì quello che noi oggi diamo per scontato. Non voglio nemmeno parlare di felicità, perchè ormai è un miraggio anche per noi, figuriamoci per loro che devono ringraziare, qualcosa o qualcuno sperando che almeno lui gli dia ascolto, se sono arrivati ad una certa età senza essere spirati prima.
Sin da piccolo mi sono sempre sentito un diverso, un diverso tra gli uguali.
La differenza è che io sono da questa parte del mondo, quel mondo che chiude gli occhi e continua a chiuderli perchè è sempre una convenienza. Io però voglio tenerli aperti, e voglio indurre ad aprirli anche ad altri che come me aspettano semplicemente quel cambiamento che sarebbe necessario a questo mondo.

Lo so, lo so sono un temerario in un mondo di omologati, di persone che si guardano negli occhi e si ritrovano sempre più uguali.
Io non dispero.

Cibal


La trasformazione valoriale in atto nella nostra società: ecco perchè si criminalizza il Sindacato.

 

L’odierna situazione della politica italiana apre le porte alla probabile, e già in atto, crisi di identificazione individuale sul piano della rappresentanza, sostanzialmente riferita alla politica o strettamente connessa al mondo del lavoro, quindi sindacale.
Il “nuovo” che avanzava, che ora governa senza il consenso derivante dalla tornata elettorale, ha esautorato gradualmente ogni sfera della società, cardini abbastanza solidi per sopravvivere a guerre, crisi e conflitti intestini, creando un vuoto di riferimento rispetto al nostro passato e investendosi, con piena volontà, del ruolo del messia, votato alla politica per inclinazione valoriale individuale.
Il governo dei “nuovi“, vestiti di giacca di jeans e pantaloni attillati così da richiamare a sè una generazione completamente assuefatta dai nuovi “vuoti” valori imperanti della società, pian piano ha cercato di continuare, questa volta però sul piano istituzionale, cioè da persone immerse nelle istituzioni e non come “cittadini” anti-sistema, la pratica del Movimento 5 Stelle: irrompere da “nuovo” sulla scena politica per tracciare un vuoto valoriale di riferimento rispetto alla classe che l’ha preceduto.

Questo senza dubbio ha portato, ed è palese, attraverso una dialettica meno violenta nei contenuti, ad attrarre l’elettorato “incerto” che era presente tra le file dello stesso Movimento ed, attraverso una pratica politica volta all’osmosi anche con le forze contrarie (sino alla sua comparsa), ha permesso la ricostruzione valoriale, prima sul piano politico (l’accettazione del tramonto delle ideologie), e poi sul piano sociale (deus ex machina, a cui siamo sempre stati abituati).
Investendosi della divinità ha permesso il risvolto, o il prodotto se volete, dell’ideologia: l’omologazione del pensiero “nuovo“, pragmaticamente e nella completa sostanza teorica, opposto al “vecchio”.
Non a caso la contrapposizione si attua dichiarando come “vecchio“, o in modo simpatico “gufo“, tutto ciò che si oppone alla loro visione del mondo, creando difatti una militanza inconsapevole ed onnicomprensiva nella società di tutti quelli che aderiscono, di sana pianta, a questo plesso di valori.
Il continuo riferimento alla caduta (secondo il loro punto di vista) della terminologia appartenuta ad una vecchia era politica e sociale, non fa altro che estremizzare ancora di più il “vuoto” valoriale che come un uragano ha investito soprattutto la nostra nazione. La caccia al capro espiatorio “istituzionale” è partita, la caccia ai colpevoli che ci hanno portati sul ciglio del burrone ha diversi “padri” e neanche così tanto moderni.
Il lavoro, o per meglio dire il mondo del lavoro, è vero è cambiato in modo profondo ma nella direzione che già qualcuno, criticato troppo e male, aveva previsto (non è difficile capire chi).
La differenziazione del lavoro ma di più il modo di produzione capitalistico che ne è la patologia, ha permesso al “padrone” di estirpare la dignità nella parola lavoro.
In Italia soprattutto, sto notando, cresce una “nuova” generazione che si avvicina all’analisi della propria società e del mondo del lavoro senza utilizzare adeguati punti cardinali, rappresentati dai libri di persone che cercavano di interpretare il contesto in cui vivevano, analizzando la profonda disparità delle condizioni di vita nell’umanità, dove una parte di essa viveva, oggi più di ieri, sulle spalle dell’altra parte, sfruttata e vilipesa continuamente.
Libri che mi hanno aiutato a comprendere quanto sia complessa l’analisi dei fenomeni sociali e di quanta complessità sia carica la natura umana, corrotta in modo totalizzante dalla logica del profitto.
Rimango basito, come se fossi un vecchio partigiano che accarezzando ogni ruga del suo viso si sente disorientato, davvero tanto, guardando quanto i suoi sforzi non siano bastati a cambiare quella società che annullava l’individuo perchè non si adeguava all’ideologia dominante, che annientava l’individuo che voleva colorare quella brutta camicia nera perchè sosteneva la diversità come punto di forza.

Una generazione che ha paura del passato politico di questo paese perchè qualcuno ha detto che il passato è brutto, che ciò che è vecchio è cattivo e sporco mentre il nuovo ha un nuovo “slang“, nuove parole, nuovi modelli di riferimento, e quindi ciò che circolava prima diventa incomprensibile, perchè parla di cose che oggi si pensa che non ci siano, mentre basterebbe scavare un pò di più e meglio per capire che tutto ciò che c’era prima oggi non è scomparso ma si è trasformato, si è adeguato.
Il padrone c’è sempre ed è diventato sempre più forte, anche il lavoratore c’è sempre ma è sempre più debole ed omologato, ma non basta. Serve che si pieghi al servizio del profitto anche lui, senza però beneficiarne.
Non è poi così difficile capire che in Italia è in atto una delegittimazione del Sindacato, che altro non è che uno strumento di difesa dei lavoratori. In questi anni ha sbagliato, certo, non c’è ombra di dubbio ma anche la politica, però di abolizione della politica nessuno ne parla, perchè alla politica interessa l’abolizione del dissenso non della sua esistenza.
Non è possibile pensare che il Sindacato abbia le principali colpe di questo paese e di questo modello produttivo, e se lo si pensa si è o in errore o nell’interesse di voler, più di prima, rendere inoffensivo ogni lavoratore nelle mani del “padrone”.
Mi preoccupa, mi preoccupa davvero tanto, pensare che miei coetanei (ho 27 anni) pensino davvero che il Sindacato non possa più servire, che sia superato, che abbia le principali colpe nella precarizzazione del mondo del lavoro e lo dico non avendo mai avuto una tessera sindacale.
Preoccupa perchè, involontariamente(senza pensarci spero), si vuole rendere sempre più anonimo questo mondo, che già il capitalismo ha mercificato profondamente, rendendoci tutti schiavi del denaro.
Il Sindacato, che è fatto di uomini e donne, vecchi e giovani, pensionati e lavoratori, non è un’entità sovrastrutturale ma siamo noi, noi che solo unendoci abbiamo la possibilità di far valere i nostri diritti, inalienabili.

 Cibal


Dissesto italiano: le tragedie e le parole del “giorno dopo”.


Non sarà l’ultima tragedia, e nemmeno la prima, a cui dovremo assistere inerti, senza poter cambiare qualcosa.

Ormai è questa la frase a cui dobbiamo abituarci ogni volta in questa nazione ed è la frase che, con lungimiranza, aveva affermato la maggior parte dei cittadini italiani appena tre anni fa, come di consueto.
La tragedia di Genova, che si è ripetuta nuovamente dopo quella del 2011, continua a sottolineare una cosa più di tutte le altre: in questo paese si è lucidi nei giorni appena dopo una tragedia.

È davvero un paradosso. Da una parte l’operosità di una città che non si stanca di rialzarsi, con i suoi cittadini che spalla a spalla si aiutano a vicenda, condividendo sempre il solito orrore dinanzi alla devastazione di quel fiume di acqua e fango che non si ferma dinanzi a nulla, dall’altra parte invece l’impassibilità, la scarsa concretezza di una politica che continua ad offendere nella dignità i propri figli, coloro i quali rendono quelle persone capaci di sedersi in quelle comode poltrone di pelle, sempre più lontani dalle cose reali, dalla città che cerca, dopotutto e dopo ogni tragedia, di rialzarsi perchè quando si è toccato il fondo non è possibile andare ancora più giù.
Il copione è sempre lo stesso. Giovedì notte si è intuito profondamente che davvero sarebbe stato  lo stesso quel copione, come tre anni fa, sempre nella solitudine.

L’acqua continuava a scendere copiosa, senza sosta. I torrenti che cingono ed attraversano la città continuavano ad ingrossarsi, anche loro senza sosta. Il risultato è semplice e si è ripetuto anche in questa tragica occasione.
Quel fiume di acqua scura e fango inizia a superare quegli argini, troppo teneri ed indifesi, e lentamente il suo letto cambia, non è più un piccolo corso racchiuso tra quei sottili argini, ma il suo letto ora è la città, le strade cittadine e non si ferma. Ogni cosa che incontra è persa, persa tra le sue onde, tra la sua forza devastatrice e quello che puoi incontrare per strada. Fermarlo è impossibile e così ti ritrovi a non saper che fare. Strade inondate, garage devastati, negozi divelti e spogliati di ogni bene da quel fango che non lascia superstiti. La forza di quell’acqua scura è impressionante.

Lo sanno bene quelli di Genova ma anche quelli di Sarno, quelli di Olbia\Nuoro, quelli di Grosseto, quelli in provincia di Messina, in Romagna, in Piemonte, in Calabria, in Versilia e potrei continuare all’infinito. Lo sanno anche chi era al governo in quel tempo e chi lo è oggi. Lo sanno perfino le pietre, che lente ed indolenti vengono trasportate da quella massa informe di acqua scura, cambiano dimora, si spostano e con esse si sposta il nostro territorio.
Dicono che sia la cementificazione, dicono che sia l’assetto urbano ad aver cambiato la geografia italiana. Terre su terre scomparse per far posto a cemento su cemento, case su case. Troppo per un paesaggio che pian piano scompare.
La notte passa ed intanto passa anche il tempo.
Tre anni fa sì, ma la piena che ha portato morte e distruzione a Treviso pochi mesi fa? Ad Ancona? A Modena?

Il giorno dopo è passato, ed è passata anche la tragedia vissuta in prima persona da molti cittadini.
I problemi intanto restano e resta un territorio troppo spesso martoriato e poco importante nella logica economica italiana, come tutto del resto. Si parla di lavoro ed intanto c’è chi sul lavoro muore per le scarse condizioni di sicurezza. Si parla di ripresa economica, di tasse, ed intanto c’è chi, oberato dalle problematiche economiche si lascia andare a gesti sconsiderati, preferendo la fine della propria vita, come unica soluzione.
Si parla di piano casa ed intanto c’è chi muore sotto le macerie per un dannato terremoto e perchè quella casa non era a norma. Si parla di istruzione e c’è chi muore sotto le macerie degli edifici scolastici fatiscenti, o chi muore nelle case dello studente, come a L’Aquila. Si parla di sanità e c’è chi muore sotto i ferri o chi muore per la superficialità del comparto sanitario. Si parla di territorio ed intanto si muore, ancora, sotto il fango, quell’immensa distesa di fango.
Si parla, quando si dovrebbe iniziare ad agire, perchè qui si muore e si continuerà a morire se non si metteranno da parte le parole.

Si parla, il giorno dopo, ed intanto si muore.

Cibal


Le illusioni di una generazione

Illusione

 

Era già da un pò che avevo voglia di analizzare quelle che io chiamo “Le illusioni della mia generazione“, cercando di comprendere cosa ci sia di cosí diverso oggi dalla spensieratezza che emergeva sempre dai racconti dei propri genitori che avevano la possibilitá di vivere completamente la propria vita, senza essere sempre in relazione ad un contesto in difficoltà e troppo vasto in cui è difficile comprendere il proprio ruolo ma dove è semplice capire di essere vittima della voracità di pochi, dovendo ogni volta rivoluzionare i propri obiettivi perchè il contesto si è trasformato completamente.
Capita spesso, se non sempre, di volgere il pensiero verso il tempo che è stato dei nostri genitori o per meglio dire, il tempo delle generazioni che ci hanno preceduti. Con altrettanta facilità si strutturano confronti con quelle generazioni su alcuni fattori che caratterizzano le nostre vite, in genere, veri e propri capisaldi ancorati alla vita stessa, quindi casa, lavoro, e collegati indissolubilmente a questi, spesso come il risultato di un processo lungo e tortuoso, ci sono la serenità e soprattutto la felicità.

Capita poi di dover destrutturare le proprie aspettative, tutte costruite attorno alle favole di quei tempi, il lavoro a tempo indeterminato, il lavoro statale che ti abbraccia dalla culla alla tomba, avere il tempo di coltivare con calma e pazienza i propri sogni, avere una bella famiglia e passare un pò di tempo in più con i propri figli.
Risulta, quindi, davvero difficile trovare un punto d’incontro tra questa e quelle vite senza intenderci, tutti, immersi in un mondo che va troppo veloce per noi. Non è tanto rintracciabile nella modernità questo carattere dinamico del mondo ma nel fallimento di quella struttura costruita sulla possente base del capitalismo, che trasforma tutto in merce. Le parole d’ordine che dovrebbero essere i capisaldi di uno sviluppo certo come merito ed uguaglianza sono state, anno dopo anno, barattate per l’ingordigia e l’avidità e quando queste sono divenute devastanti, ogni struttura od istituzione si è così riempita di superficialità, caratteristica principalmente collegata ai nuovi valori imperanti nella società.
Anche l’Università, essendo istituzione, si è trasformata in una fabbrica di sapere omologato, iperselettiva e vanesia sino al punto di tenersi i peggiori e cacciare i migliori , che spalle al muro venivano e vengono tutt’ora accolti dalle Università del mondo, estasiate dalla stoltezza italiana.

Il sapere è sotto il giogo delle élites accademiche.
Da Universitario quale sono, la mia riflessione risulta molto più semplice.
La comparazione tra il prezzo che si paga per un bene e la sua qualità, nell’Università, risulta alquanto indecorosa.
Soprattutto negli ultimi anni le Università si sono trasformate in bancomat mangiasoldi senza trasformare questi in possibilità concrete di vedere realizzato, o almeno iniziato, nella sostanza, quell’investimento. File indecorose, paragonabili a quelle della “social card”, per attestare che tuo padre è un morto di fame e quindi tu meriti la borsa di studio e non quello avanti a te, che ha un padre che lo fa mangiare giusto un pò in più, ma troppo per prendere la borsa di studio.
Eppure il prezzo della tassa regionale al diritto allo studio si è impennato del 120 per cento, gravando in modo esagerato proprio su quelle famiglie, escluse al fotofinish per la borsa di studio.
Così l’Università da bene pubblico, si trasforma in bene per pochi, solo chi può permettersi quei costi può entrarci, è solo per chi riesce ad ottenere per un pelo la borsa di studio (dimostrando a libretto di poter mantenere quella borsa di studio, altrimenti si deve arrangiare). Quindi ti devi arrangiare se un prof. ti prende di mira ed invece di utilizzare una scala di valutazione che va dal misero 18 al fenomenale 30 decide che la tua preparazione è a-valutativa, in questo caso “scarsa”, la tua storia alle spalle, i tuoi sacrifici, il tuo impegno passano in secondo piano e l’importante è che tu ripeta un esame 10 volte, senza intuire che c’è qualcosa che non va se ci sono tanti, troppi “suoi” studenti che quell’esame non riescono a superarlo.

Il risultato di tutto questo è semplice.

Criminalizzare gli studenti è stata sempre la strada più semplice da intraprendere per giustificare i numeri indecorosi dell’istruzione italiana, senza guardare al poltronificio creato ad hoc per accontentare gli amici degli amici, per ammansire quegli intellettuali che con unghie ben affilate proteggono le loro poltrone e che potrebbero rappresentare una minaccia per la stabilità del sistema.

Come è possibile che in tutti questi anni, non si sia fatto nulla per evitare l’emigrazione quasi totale del capitale umano prodotto a fatica da Università sempre meno pragmatiche in termini di sapere? Cosa c’è dietro alla mediocrità dell’Università pubblica italiana o il tutto deve essere sempre risolto nella constatazione di un privato, in Italia, sempre più avvantaggiato e reso invulnerabile dai favoritismi della politica arraffona e corrotta fino al midollo?

Pensate mai a come farete per sostenere tutte queste spese quando toccherà a voi costruire una famiglia col sudore della vostra fronte?

Io alle volte ci penso, forse troppo spesso, e le reazioni del mio corpo sono le più svariate. Mi gira spesso la testa perchè quando guardi nel vuoto non riesci proprio ad orientarti, hai perso ogni riferimento, quei riferimenti dove sei cresciuto con la tua famiglia e quindi inizi a perdere la percezione della realtà. Cerchi distacco ma sai di essere legato a quella vita, ma non sai quando ci sarà quella tremenda rottura rispetto al passato. Quel giretto ogni tanto per far passare quel disorientamento, quel gelato per raffreddare i pensieri più caldi e più persistenti che continuano a non dare tregua alla tua vita.
Il futuro oggi è quel vuoto, dove sai di non poter trovare nemmeno un appiglio, e l’unica cosa che ti è rimasta è paradossalmente la tua persona e la tua tenace voglia di galleggiare, ancora per un pò, centimetro dopo centimetro cercando di emergere da quella grande distesa di incertezza. Sai quanto vali ma non sai se è il tuo momento e fuori tutto è buio. Guardi chi prima di te non ce l’ha fatta e ti domandi cosa mai avrai di più tu per arrivare a quel traguardo. Ti siedi, mentre ancora la testa gira, e cerchi di concentrarti almeno sulle certezze, quelle che stenti a trovare.

Tu che sai fare?
Bah, a parte aprire un libro, leggerlo, impararlo e ripeterlo all’infinito per poi dimenticarlo rapidamente dopo aver sostenuto l’esame, proprio niente.

Sai scrivere?
Bhè me la cavo, ma niente di eccezionale a mio avviso, certo ho visto anche gente peggiore ma continuano a dirmi che anche il mondo dell’editoria è in crisi e che se non ti metti a quattro zampe e con un cappotto bello pesante sulle spalle non vai da nessuna parte.

Cibal


Il nuovo governo Renzi : l’abitudine di usare “Giovane” e “Donna” come sinonimi di “Meritocrazia”

Da poco si è conclusa la breve conferenza del neo presidente del Consiglio Renzi, che sciolta la riserva, ha subito presentato la squadra di governo, che domani alle 11 verrà ufficializzata.

Alcuni elementi sicuramente non possono passare inosservati.

Uno su tutti è la svolta sul piano della notorietà delle persone indicate a ricoprire l’importante ruolo di Ministro della Repubblica Italiana. Non tutti sono personaggi conosciuti nell’ambito politico, tranne per qualche nome ancora e terribilmente “istituzionalizzato”.
Per dovere di cronaca però tra i vari ministri, c’è chi come Padoan, che ricoprirà il ruolo di Ministro dell’Economia, è più associabile alla logica della continuità dopo i governi Monti e Letta, dato che è definibile maggiormente come un tecnico e non come un politico.

Non solo.

Il secondo elemento abbastanza palese è la presenza maggiore, rispetto ai precedenti governi, di ministri di sesso femminile, ma questa constatazione, a mio avviso, non comporta un nesso inscindibile sotto l’aspetto del merito o di una migliore capacità delle stesse rispetto ai colleghi di sesso maschile.

Eh già, perché nella logica dell’equiparazione delle posizioni di prestigio da ricoprire ci può anche stare questa scelta, ma oggi questa mossa viene più letta come tendente alla forma piuttosto che con la volontà di entrare nella modifica totale della sostanza, dato che queste persone derivano, appartengono ed agiscono in nome dell’ideologia partitica moderna.
Quindi la soluzione non deve essere più, a mio avviso, letta sulla base della differenza di genere, ma sulla base della differenza di merito e quindi di capacità, anche perché generalizzare il possesso di abilità solo perché si fa parte di un determinato sesso, è lesivo anche e soprattutto per quel sesso stesso.
Questo discorso però non può fermarsi soltanto al discorso dell’appartenenza ad un genere o all’altro, ma anche quando all’interno di discorsi “istituzionali” viene brandita, con orgoglio, la parola “giovane”, come per indicare una discontinuità, non tanto per merito, rispetto al passato, dove la percentuale era davvero esigua quando si parlava di facce meno scavate dalle rughe.
Anche in questo caso, piuttosto che soffermarsi su una mera constatazione della differenza di età, a mio avviso, si dovrebbe sempre farsi condizionare sul merito e sulla capacità nel decidere chi debba ricoprire un determinato ruolo “istituzionale”.

Non è possibile, infatti, evidenziare come merito l’essere giovane, quando difatti non si conosce , in modo netto, il limite dopo il quale si è vecchio e prima del quale si è giovane, se non si hanno le conoscenze adatte a ricoprire un ruolo, che nella maggior parte dei casi necessita di un bagaglio esperienziale derivante soprattutto da una profonda assimilazione delle conoscenze di base in un percorso abbastanza lungo.
Questo, appunto, tradotto vuol dire che il ruolo del Politico non è affatto cosa semplice, ma nemmeno così complicato come in questi anni si è voluto far credere.

Si è sempre affermato come fosse più semplice criticare che governare e difatti, nei continui passaggi di testimone tra gli schieramenti politici, la tiritera vicendevole si basava sulle critiche all’azione politica precedente al proprio mandato, dimenticando che negli anni tutti i partiti si sono succeduti, con scarsi risultati dal 1994 in poi, evidenziando una decadenza non solo strutturale ma anche e soprattutto valoriale nel nostro paese rispetto agli anni precedenti.
E così la passione politica è venuta a scemare, sopraffatta dalle considerazioni venali legate indissolubilmente agli interessi personali.

Oggi una nuova generazione politica sta emergendo, cercando di accantonare ogni legame col passato, sia esso valoriale o puramente politico, e facendo leva sulla cattiva politica di questi anni che, invece di tessere nuovamente il reticolo dei rapporti con la società civile sulla base della fiducia, si è sempre più rintanata nei salotti “perbene” cercando di corroborarsi sempre più ai danni dei cittadini. Oggi però questa nuova generazione sembra sempre più leggere la società sulle basi del passato, ma non dal punto di vista ideologico, ammantandosi difatti di un nuovo europeismo scevro da ideologie ataviche e fastidiose, secondo il loro punto di vista, ed abbracciando in tutto e per tutto la dialettica spesso fumosa ed inconcludente volta di più alla forma piuttosto che alla sostanza.

Il problema della rappresentanza politica, oggi più di ieri, si fa davvero sentire in questa “selva oscura.

Cibal


La spallata del segretario al governo : premeditazione o cambiamento?

 

La riserva è stata sciolta ed il Partito Democratico ha deciso. Alla direzione del partito, il voto unanime della base ha decretato l’abbandono del sostegno all’ormai ex premier Enrico Letta, con 136 voti favorevoli si è appoggiata la mozione Renzi, che ha richiesto una svolta per il paese, a partire dal rimpasto governativo.
Nonostante alcune dichiarazione, tra le quali quella di Civati, chiaramente contrarie alla linea del neo segretario, che da un giorno all’altro ha deciso che fosse giunto il momento della sterzata decisiva nella guida del partito chiedendo la testa di Letta, il risultato della votazione gli ha dato ragione.
Senza una linea ben precisa e senza alcuna motivazione chiara e palesata, Renzi ha deciso.
La base ha seguito la linea intransigente del segretario, ricusando chi appena un giorno prima era l’emblema e l’orgoglio del Partito, appunto l’oramai dimissionario Enrico Letta.

Le ragioni di questa scelta repentina probabilmente vanno ricercate nella volontà di Renzi di cambiare radicalmente, secondo il suo punto di vista, la marcia di questo governo.
I problemi principali, e le relative conseguenze di questa scelta però, non si possono facilmente evitare.

Innanzitutto il primo sgarbo del sindaco di Firenze al “manifesto” presentato e palesemente “venduto” a partire dalla sua prima campagna elettorale , perpetrato ai danni di chi credeva in un uomo politico diverso dai suoi predecessori, è stato fatto nel momento in cui il sedicente rottamatore ha incontrato, non il leader di una compagine di opposizione, ma un uomo politico aggrappato in tutti i modi ancora alla politica nostrana seppur condannato in terzo grado per un reato decisamente vile come la frode fiscale.
Non a caso buona parte della direzione del Partito Democratico, non contando chi lo ha sempre difeso a spada tratta nonostante tutto, si è dovuta barcamenare in qualsiasi modo per evitare una debacle verso i propri elettori, quasi certi di non vedere per l’ennesima volta un Berlusconi riabilitato alla Politica che conta da parte del proprio partito. Purtroppo poi non accontentati proprio da questo incontro.

Il secondo grave sgarbo invece è nel merito dell’incontro. L’esigenza di una legge elettorale per ridare un senso e governabilità dopo le elezioni suonava più come un concordato vecchio stampo, sempre in politichese, quello che il segretario Renzi disprezzava prima di farsi votare.
Eppure in due giorni ha deciso di assumersi la responsabilità storica della ri-edizione del Porcellum, travestito da legge elettorale completamente diversa, proprio con l’artefice di quella legge anti costituzionale, quindi decretando di fatti, la genuflessione del suo partito alle logiche utilitaristiche dell’ormai ovvio Berlusconi.

La speranza e l’auspicio di tutti gli elettori di centro-sinistra probabilmente è quella di non aver dovuto assistere per l’ennesima volta alla premeditazione di questa spallata al governo, nell’intento di smantellare definitivamente il moribondo PD e di voler emarginare il Movimento 5 Stelle nel caso di una imminente tornata elettorale.
Questa scelta però non può non dare manforte ad una probabile visione berlusconiana sulla base di una rivincita politica verso chi si è sottratto al suo partito unico, dopo la sua condanna, nonostante rappresentasse il prodotto e l’invenzione di Berlusconi, cioè il vice ministro Angelino Alfano.
Anche se un’altra plausibile visione vedrebbe la scissione del “Nuovo Centrodestra“, più che altro come un’azione di facciata, per mantenere la credibilità di una porzione di quei rappresentanti politici per il momento e quindi poi nelle prossime elezioni correre nuovamente assieme, abbracciati come sempre.
Questa è probabilmente una scena più consona e comune nel nostro paese, che dal 1990 in poi non ha mai conosciuto una parvenza di stabilità politica, dirigendosi sempre negli anfratti della mediocrità politica, economica e sociale.

“Il problema è che a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina.”

Cibal


Le dimissioni di Cuperlo e la gestione del Pd targato Renzi

Le dimissioni di Cuperlo e la gestione del Pd targato Renzi.

Mio articolo su “La Voce Sociale“.

Analisi sulle dimissioni del presidente del Partito Democratico, dopo essersi scontrato con il nuovo segretario Renzi, in occasione dell’incontro dello stesso Renzi con Berlusconi e nel merito della nuova “discussa” legge elettorale.

Se vi va leggete e fatemi sapere che ne pensate.

Grazie ancora a tutti per seguirmi e leggermi, buon fine settimana a tutti.

 

Cibal—> Ciro Balzano  Twitter: @CiroBalzano26


La sinistra e la storica necessità  di un self-made leader carismatico

La sinistra e la storica necessità di un self-made leader carismatico.

Questa volta mi sono cimentato con una rapida analisi sulla sinistra italiana. Ovviamente l’articolo è sempre presente su “www.lavocesociale.it“, quotidiano online di Roma.
L’analisi trae il suo fondamento dal presupposto dell’eterna ricerca da parte della sinistra italiana, dopo la visione europeista e dopo il richiamo alla logica del bipolarismo, di una figura che si configurasse come guida, come leader incontrastato dell’intero movimento politico.
Oggi, dopo aver seguito la metodologia della destra, può dire di aver trovato un suo leader carismatico?

Grazie ancora a tutti per seguirmi. Vi auguro una buona lettura, se volete potete lasciare un commento anche sotto questo articolo, oppure nel sito attraverso il vostro profilo Facebook.

Cibal : Ciro Balzano

Twitter : @CiroBalzano26


La tragedia infinita dei migranti e il ruolo dell’Italia

La tragedia infinita dei migranti e il ruolo dell’Italia.

Altro mio articolo su “La Voce Sociale”. Vi invito a leggerlo perchè ,al di là della mia firma, all’interno ho cercato in maniera molto semplice di analizzare gli atteggiamenti che si fronteggiano maggiormente in Italia nei confronti dell’altro, dello straniero, del migrante.
Grazie mille a chi mi legge, a chi mi segue ed a chi mi commenta.
Buona giornata, a presto.


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

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Lorenzo Manara

Scrittore notturno di romanzi d'avventura

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