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L’elogio della parola

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C’era una volta un bambino ed il suo mondo.
Non sapeva far molto ma aveva un potere che negli altri stentava a trovare. Riusciva ad immaginare.
Sognava un mondo diverso da quello che lo circondava e sapeva raccontare.
Spesso pensava di esser diverso, forse troppo, perché non riusciva mai ad abbandonare quella coscienza che come un macigno lo seguiva ogni volta, ad ogni passo. Ogni volta si addormentava nella speranza di svegliarsi finalmente guarito, come se quella fosse una malattia che non avesse una cura. Le lacrime incorniciavano i suoi sogni da quando quel giorno piovoso come tanti il suo respiro cominciò ad andare più veloce. Quei respiri affannosi scandivano un secondo orologio, sorpassavano i suoi ricordi che lenti restavano indietro. Nulla poteva, se non stringere le mani in pugni chiusi troppe volte ed andare avanti. Dipingeva la sua realtà mentre ogni sorriso abbandonava il suo dolce profilo.
Non aveva mai trovato un senso ai suoi pensieri, né tantomeno aveva mai provato l’ebbrezza di essere come tutti.

Aveva amato e tanto ma non riusciva più a provare emozioni, ancorando i suoi sentimenti a volti e corpi già dipinti da altri prima di lui. La vita scorreva troppo veloce, portando il mondo su una folle corsa, e lui rimaneva lì, a dare ospitalità ai suoi più profondi pensieri sull’esistenza. Risposte che mancavano a domande numerose ed incisive. Il suo corpo interveniva ma lui non lo comprendeva, spesso lo superava e non riusciva a fermarlo, chiedendosi in che modo avesse potuto rallentarlo.
Quel giorno era arrivato, ma lui non era pronto. Il filo su cui camminava spesso gli ricordò che senso avesse il suo respiro, e che la debolezza prima o poi sarebbe svanita. Lesse i suoi vecchi scritti, parole dimenticate nel tempo che gli fecero conoscere chi era e cosa stava facendo. Non era lì per un motivo ma per dare un motivo, un motivo a sé stesso. In quelle parole si riscoprì e nacque un’altra volta, questa volta più vecchio di prima.
Chiuse gli occhi, abbandonando i tristi pensieri al cuscino madido di speranze e sogni di un ieri pieno di paure.
Chi sono io si chiese, guardando nel buio dei suoi occhi, ed il vento rispose bussando alla finestra chiusa male. Quel vento feroce gli portò teneramente un foglio tra tanti.
Aprì gli occhi e lesse una sua frase che copriva tutto lo spazio bianco: “Non sei tu. Sei solo il sogno del tuo ieri che si trasforma. Non sei tu. Sei la voce del piano che cambia note. Sei tu. Non sei la malattia ma la cura. Sei il foglio che stai leggendo. Pensiero sparso da una matita.
Abbracciati, abbracciami.”
Pianse ed assaggiò ogni volta una parte di sé che lo abbandonava. Forse per sempre, forse mai.

 

                                                     Cibal

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In ricordo di Pino Daniele (05-01-2015)

Pino Daniele

 

 

Racconto di Rosario dello Iacovo (Qui la sua Pagina Facebook)

 

 

 

Una delle prime volte che sentii una tua canzone, era il 1979.

Le note di Je so’ pazzo accompagnavano un servizio della Rai su Napoli e il ritornello arrivò dopo una curva, oltre la quale c’era il vecchio casello della tangenziale del Corso Malta.
Sotto, il campo di calcio senza un filo d’erba dei Salesiani, dove io crescevo tirando calci a un pallone. Avevo tredici anni e allora non sapevo, che quel posto sarebbe diventato insieme un angolo di Terzigliano, il luogo immaginario della mia anima.
Il campo ce l’avevo proprio sotto casa.
Lo vedevo dal balcone dell’ultimo piano, insieme al mare, a Capri, alla penisola sorrentina e a quella terra di nessuno, nella quale è ambientato il settimo capitolo della mia biografia dei 99 Posse.
Sì, esatto, era proprio là, dove tanti piccoli Rosario, Vladimir e Bidone si affacciavano alla vita in quella calda estate del 1976.
Il campo poi lo rividi nell’Uomo in più di Sorrentino. Infine non lo vide più nessuno, perché i preti lo vendettero perché ne facessero il nuovo svincolo della tangenziale.

Ogni volta che uscite al Corso Malta, sappiatelo: sotto di voi ci sono le storie evanescenti e i sogni di una generazione di bambini che cresceva in strada. Se invece la prendete in entrata, nel punto in cui il curvone scende al punto più basso, prima di risalire verso il viadotto principale, guardate alla vostra sinistra: sotto i piloni di cemento armato, forse riuscite a sentire ancora le nostra grida.
E magari anche la voce di quel vecchio compagno, che la sera del 20 giugno del 1976 chiedeva a mio padre, se avrebbero finalmente esposto la bandiera rossa.
Ecco, è lì che io sentito per la prima volta Je so’ pazzo. Poi l’ho cantata insieme a mio nipote Yuri, che stamattina mi ha chiamato per darmi la notizia che io già sapevo, e suo cugino Davide, un giorno d’estate che li andai a prendere a Gallipoli, mentre risalivamo la terra dei nostri padri. E loro ridevano sempre, in un altro dei miei racconti. E sì, perché anche per un ragazzino di dodici anni, tu sarai per sempre Pino Daniele. Come Totò, i De Filippo, Nino Taranto, Massimo Troisi, Mario Merola e i troppi altri per ricordarli tutti, tu da oggi veglierai sulle paure, ‘e nu popolo ca cammina sott ‘o muro. Vuless abbraccia’ a frateto Nellino, stammatina. Come nelle interminabili notti del Frame di Via Palladino, con Tommy che urlava e rideva, prima di andarsene per sempre qualche anno fa a Firenze, dopo un trapianto al fegato. Solo come un cane, perché nessuno lo sapeva.
Io non credo nella vita dopo la morte, ma credo nei ricordi. E nella memoria collettiva di questa città, da oggi stat tutt quant assieme: famosi e sconosciuti, buon e malamente, viecchie e guagliun.
Perché in giornate come questa, ognuno di noi si sente più napoletano, uno di quei ragazzini di dieci o settant’anni ca so crisciut cca, addò saje ca nun si sulo.

 

Rosario Dello Iacovo

 

 

 


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

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Seidicente

Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

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