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Il senso invisibile agli occhi…

​I ricordi affollano la mente, mentre la sera scende in silenzio ed un leggero vento solletica la mia pelle timidamente. Solo quando la mia mente è più debole delle altre volte accade. Forse troppo spesso, ma quando accade non ho nessuna paura. Così quando la musica parte ed inonda tutto il mio corpo mi lascio andare, mi lascio travolgere dalla vita appena lasciata alle spalle. Emozioni e sensazioni che credevo di aver dimenticato lentamente riaffiorano, portando con loro i volti, gli odori, le immagini di chi mi ha sempre accompagnato in questo percorso che è la vita. Erano nascosti, sotto chili di nuovi e più freschi ricordi mentre continuavo a cadere in scacco sotto i colpi tenaci dell’abitudine. No, non dimentico. Lo so per certo. Quei sorrisi della presenza che poi magicamente si trasformano in lacrime per l’assenza, di questo siamo fatti noi, che sopravviviamo sotto il peso dei ricordi e sotto il peso di quel futuro che avrà prima o poi una fine. Ci lasciamo sopraffare da quei ricordi per aggrapparci ancora una volta alla vita, sperando che l’abitudine che viviamo ora duri per sempre perché non ci sentiamo pronti ad abbandonarla o ad essere abbandonati. Troppe volte cediamo alla tentazione di vederci come tutti gli altri, di essere negli altri noi stessi per osservarci profondamente come nessuno mai ha potuto fare: guardarci, guardare il nostro corpo con occhi diversi sapendo di poter leggere anche dentro il corpo che abbiamo dinanzi agli occhi, il nostro.

                                                                            

                                                                            Cibal


La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


“Sui monti di pietra può nascere un fiore”

                                              

 

Sembrerebbe strano, tornare a scrivere ogni qual volta ho l’esigenza di esprimere determinati pensieri e non riuscire a farlo sempre, senza aspettare particolari situazioni in cui chiudo il mondo fuori e lascio che le mie mani scavino oltre il mio corpo. Eppure è proprio così che vanno le cose.
Scrivere non è difficile, ma nemmeno semplice, e quando ti trovi in determinati momenti della tua vita, tutto risulta più semplice sul piano della fantasia, sul piano della libertà creativa, un’incoerenza divina: tu soffri, emotivamente parlando, e riesci a dare il meglio di te.
Non ho mai amato parlare di me, anzi, qualche volta è capitato ma l’ho trovato sempre complicato.
In genere raccontare aneddoti, situazioni particolari ad una pletora mai sazia di particolari, mi ha messo sempre a disagio, come se non fossi mai stato capace di parlare di me in terza persona, come se non fossi mai riuscito a disegnare per gli altri la mia immagine, la mia descrizione minuziosa. Nel tentativo disperato di dare forma ai miei pensieri e tracciare così profondi i miei confini, mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di concepire i miei limiti umani e davo mandato alla mia mente di superare la mia finitezza, e vi posso assicurare che ci sono sempre riuscito, a volte rasentando il mondo dei folli, partendo dalla sicurezza di una vita terrena fragile e molto spesso senza valori o fini. Così invece di trovare un modo per descrivermi, ho cercato in tutti i modi di descrivere il mondo in cui ero immerso e soprattutto il mondo che portavo dentro di me.
Ho raccontato le contraddizioni di un mondo che perdeva ogni volta la propria anima, svendendola per pochi spiccioli, ho descritto un mondo che correva veloce, troppo, lasciando indietro la maggior parte degli individui, vittime sacrificali della corsa al profitto; ho cercato in tutti i modi di essere uno dei pochi tra i tanti, un pubblico banditore che sperava di destare i dormienti in questa vita che lascia poco spazio all’immaginazione.
A volte ci sono riuscito, e tenevo per me un piccolo spazio per la soddisfazione personale, un gradino in più verso un orgoglio personale che stentava ad emergere, ma troppe volte ho fallito miseramente.
Ho fallito perchè ho sempre dato estrema fiducia all’equazione lacerante che mi portava a pensare che tutti in fondo hanno un lato buono nel proprio essere, una sorta di schema ontologico comune, tale per cui tutti i miei tentativi di descrivere un mondo pieno di difetti servissero a smuovere le coscienze di chi mi avrebbe letto, ed avrebbe letto tra le pagine bianche magari quell’inferno che aveva sempre temuto. L’inferno c’è sempre stato, in me e nel mondo che ho sempre descritto.
È passato davvero molto tempo, forse troppo, dalle ultime parole dato in pasto alla rete in questo blog e tornare nuovamente a pubblicare è una liberazione, una sensazione unica che mi fa lasciare alle spalle tutti i giorni contraddistinti da una pigrizia coatta, alimentata dalla profonda consapevolezza di non poter cambiare il mondo attraverso le parole. Mi sono rivisto troppe volte nelle immagini dell’intolleranza, della discriminazione, sentendo addosso il peso di quei vestiti sudici di razzismo, con il tentativo ancora più vile di ammantarli dell’ideologia della sopravvivenza, e non mi sono trovato a mio agio esclamando “Io so di non essere come loro”, pur stando fermo a crogiolarmi nella mia inerzia. Sono tornato perchè le parole, quelle che scrivo, quelle che penso, sono più forti e più resistenti di ogni vigliacca discriminazione, che nasce sempre da quell’incoerente sentimento di superiorità.
Dovevo comprenderlo, l’ho fatto. Ora sono qui.

 

 

Cibal


La musica dell’amore…


 

E poi quel suo bacio sussurrato alle labbra che faceva rumore nel cuore…

 


da Pensieriparole (link)

 

Cibal


Quello che rimane


Dopo tutte le parole, dopo tutti quei sospiri, c’è qualcosa che rimane e che non puoi di certo dimenticare.
Rimane quel battito del tuo cuore quando lei ti prova a sfiorare, e non lo puoi di certo controllare.
Un sorriso ai suoi occhi, anche quando ti fa arrabbiare.
Rimane il profumo dell’amore che dal suo corpo riesci a respirare, o il sapore di quei baci a cui non sai rinunciare.
Il tempo passa in fretta, ma tu non ti devi preoccupare, perché nella vita è l’amore a mostrare quello che rimane.


 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/frasi-per-ogni-occasione/diario/frase-250809>

 

Cibal


L’emozione di un attimo

Tramonto


Ecco quando i cuori si arrestano.

Là dove il freddo si ferma e si riscalda,

là dove le parole si abbracciano

incapaci di descrivere la bellezza di un tramonto.


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/frasi-natura/frase-236224?f=a:6315>

Cibal

 


Pensieri notturni

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Le mani, le sue mani, gli raccontavano una storia a cui non era abituato. Quel calore così tenero solcava le sue emozioni tagliando ogni suo pensiero come burro.
Quegli occhi erano il mondo in cui amava perdersi ogni volta senza troppe esitazioni, senza ripensamenti si lanciava anima e corpo in quello sguardo carico di immagini a cui sapeva di appartenere, nonostante tutto.

Le labbra, invece, erano di quel suo mondo le porte. Ora serrate profondamente gli impedivano di scoprire di più di ciò che già sapeva. Quando si aprirono, finalmente, lasciarono che un fragile suono, adatto alla sua minuta fisicità, si diffondesse nelle sue membra, abbracciando ogni porzione mai raggiungibile nemmeno dai tocchi voraci delle sue forti mani.


 


Cibal


In ricordo di Pino Daniele (05-01-2015)

Pino Daniele

 

 

Racconto di Rosario dello Iacovo (Qui la sua Pagina Facebook)

 

 

 

Una delle prime volte che sentii una tua canzone, era il 1979.

Le note di Je so’ pazzo accompagnavano un servizio della Rai su Napoli e il ritornello arrivò dopo una curva, oltre la quale c’era il vecchio casello della tangenziale del Corso Malta.
Sotto, il campo di calcio senza un filo d’erba dei Salesiani, dove io crescevo tirando calci a un pallone. Avevo tredici anni e allora non sapevo, che quel posto sarebbe diventato insieme un angolo di Terzigliano, il luogo immaginario della mia anima.
Il campo ce l’avevo proprio sotto casa.
Lo vedevo dal balcone dell’ultimo piano, insieme al mare, a Capri, alla penisola sorrentina e a quella terra di nessuno, nella quale è ambientato il settimo capitolo della mia biografia dei 99 Posse.
Sì, esatto, era proprio là, dove tanti piccoli Rosario, Vladimir e Bidone si affacciavano alla vita in quella calda estate del 1976.
Il campo poi lo rividi nell’Uomo in più di Sorrentino. Infine non lo vide più nessuno, perché i preti lo vendettero perché ne facessero il nuovo svincolo della tangenziale.

Ogni volta che uscite al Corso Malta, sappiatelo: sotto di voi ci sono le storie evanescenti e i sogni di una generazione di bambini che cresceva in strada. Se invece la prendete in entrata, nel punto in cui il curvone scende al punto più basso, prima di risalire verso il viadotto principale, guardate alla vostra sinistra: sotto i piloni di cemento armato, forse riuscite a sentire ancora le nostra grida.
E magari anche la voce di quel vecchio compagno, che la sera del 20 giugno del 1976 chiedeva a mio padre, se avrebbero finalmente esposto la bandiera rossa.
Ecco, è lì che io sentito per la prima volta Je so’ pazzo. Poi l’ho cantata insieme a mio nipote Yuri, che stamattina mi ha chiamato per darmi la notizia che io già sapevo, e suo cugino Davide, un giorno d’estate che li andai a prendere a Gallipoli, mentre risalivamo la terra dei nostri padri. E loro ridevano sempre, in un altro dei miei racconti. E sì, perché anche per un ragazzino di dodici anni, tu sarai per sempre Pino Daniele. Come Totò, i De Filippo, Nino Taranto, Massimo Troisi, Mario Merola e i troppi altri per ricordarli tutti, tu da oggi veglierai sulle paure, ‘e nu popolo ca cammina sott ‘o muro. Vuless abbraccia’ a frateto Nellino, stammatina. Come nelle interminabili notti del Frame di Via Palladino, con Tommy che urlava e rideva, prima di andarsene per sempre qualche anno fa a Firenze, dopo un trapianto al fegato. Solo come un cane, perché nessuno lo sapeva.
Io non credo nella vita dopo la morte, ma credo nei ricordi. E nella memoria collettiva di questa città, da oggi stat tutt quant assieme: famosi e sconosciuti, buon e malamente, viecchie e guagliun.
Perché in giornate come questa, ognuno di noi si sente più napoletano, uno di quei ragazzini di dieci o settant’anni ca so crisciut cca, addò saje ca nun si sulo.

 

Rosario Dello Iacovo

 

 

 


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

Seidicente

Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

ASTEROIDI

Non è vero che ho la testa tra le nuvole, ce l'ho tra gli asteroidi.

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