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La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


L’Europa ed i “Dannati della Terra”, oggi come ieri: La “loro” violenza, è la nostra, rivoltata!

 

Si sono scritte davvero tante cose in questi giorni, e probabilmente se ne è parlato ancora di più, riguardo alle spiacevoli e tragiche vicende che hanno visto come vittima l’Europa dei popoli, ed in particolar modo la Francia. Inutile dilungarsi nella descrizione minuziosa degli eventi, dato il bombardamento mediatico, come è giusto che sia riguardo a queste vicende, a cui siamo stati sottoposti. Al di là delle considerazioni criminologiche della situazione, relative all’efferatezza dei crimini commessi, mi preme evidenziare quanto siano stati determinanti tali eventi tragici nell’immaginario collettivo, civile soprattutto, quasi da poter tranquillamente effettuare un paragone, forse forzato ma non troppo, con le vicende del 2001, sempre di matrice terroristica, che colpirono al cuore gli Stati Uniti. Questa volta ed essere colpita profondamente nel cuore e nell’animo, in relazione soprattutto al sentimento di paura, è stata l’Europa. Al netto di tutte le considerazioni di stampo dietrologico del caso, che in certi casi hanno sempre una validità anche se spesso non suffragate dai fatti concreti, bisogna innanzitutto dire che questa è una sconfitta sul piano politico dell’Europa della sicurezza, una sicurezza naturale e strutturata nei moderni regimi democratici, impiantata si sa, ormai è certo, sull’adesione ai moderni stati.
Parlare oggi di integrazione, tolleranza, rispetto, solidarietà comune sembra un’eresia, in special modo per quei soggetti politici che utilizzano argomenti topici nella disputa elettorale, cercando di trarre il massimo vantaggio, nei consensi, proprio da questi nefasti eventi, senza minimamente utilizzare non dico nemmeno il rispetto per le vittime, ma la lungimiranza dell’offerta delle loro politiche che spesso si limitano a risposte preconfezionate, tra una tornata elettorale ed un’altra.
Inutile anche continuare a dire che tutto quello che è successo, è semplicemente il prodotto delle politiche scellerate in Medio Oriente da parte dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa insomma, perchè a quanto pare il senso comune si sofferma maggiormente, troppo, sulle conseguenze, senza mai cercar di risalire alle cause di un evento. Non è un caso isolato.
Prendiamo per esempio il problema dell’immigrazione, che dal punto di vista mediatico sembra attanagliare profondamente ogni stato occidentale, con numeri che superano di gran lunga la capacità del pensiero umano. Mi dispiace deludervi ma non è così, basta leggere in rete i vari documenti ufficiali, riguardo agli sbarchi, per capire che i numeri sono del tutto irrisori, in special modo nei confronti di chi continua con la tiritera della presunta invasione. Proprio per evidenziare questo paragone basterebbe sempre, e nell’era moderna digitale non è poi così complicato, rivolgersi alla rete, così da capire che questo flusso migratorio “anomalo” ha delle ragioni molto più complesse di quelle cavalcate dai paladini della ripulsa etnica del momento. Le ragioni sono innanzitutto da ricercare nell’instabilità dei governi dei paesi di orgine dei fuggiaschi, poi procedere a ritroso e far riferimento ai danni provocati dall’Europa democratica, che da una parte imbracciava il fucile cercando di inculcare i principi della civiltà e dall’altra arraffava le risorse, tantissime, cercando di trasformarle in profitto.
Una volta ricercata l’orgine di questi fenomeni (come per tutti gli altri fenomeni), è possibile, a mio avviso poter comprendere meglio ed analizzare le conseguenze, cioè quello che oggi vediamo noi.
Stessa cosa vale per i tragici eventi accaduti a Parigi.
Inutile parlare dell’efferatezza dei crimini perpetrati a vittime innocenti, dato che sono sotto gli occhi di tutti, se non andiamo a ricercare le ragioni (non la ragione, è differente) dell’esistenza dell’ISIS. Probabilmente potrei dire tante altre cose, basti pensare al continuo finanziamento, in armi, risorse, trasporti, dell’Europa civilissima, ma ancor di più degli Stati Uniti, a quella che prima era la minaccia del momento, Al Qaeda, per poi passare il testimone del terrore all’ISIS attuale, che altro non è un’accozzaglia di gruppi estremisti, di chiaro stampo islamico, che “come per magia” si unisce nella lotta agli infedeli, cioè noi europei.
Dato che io non scrivo mai cose che potrebbero essere false o di dubbia provenienza, e dato che non cerco in chi mi legge solidarietà ideologica, sulla base delle mie idee che continuerò a ripetere, si basano sui fatti evidenti, partendo sempre dall’unica domanda che bisognerebbe adottare ogni qual volta si analizza un fenomeno, cioè la ragione dell’origine di ogni fenomeno, vi inizio ad uno dei libri che a mio avviso descrive completamente, nonostante sia stato scritto nel lontano 1961, la struttura ideologica, territoriale e valoriale su cui si è formata l’Europa in cui noi oggi viviamo (e quindi le conseguenze delle sue azioni con cui ancora oggi stiamo convivendo). Guardare al passato serve per comprendere meglio i fenomeni attuali, svestirsi del passato significa guardare al mondo moderno senza riuscire a comprendere il perchè noi oggi viviamo in questa parte del mondo, il perchè adesso, cioè in questo momento ed il perchè così, cioè in questo modo.
 
Era il lontano 1961, e tra le pagine di uno dei libri più importanti sul lungo e tortuoso processo di Decolonizzazione, Jean Paul Sartre tuonava il suo monito all’Europa. Nei Dannati della Terra, un’opera di Frantz Fanon, la recensione di Sartre, e l’opera completa, risultano essere ancora oggi profondamente attuali.
Per anni ed anni l’Europa si è sentita come il centro dell’universo umano di produzione ontologica, ributtando l’idea dell’esistenza “dell’Altro” culturale, non a caso diceva Sartre, «(l’Europa, n.d.a) non la finisce di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo», da allora cosa è cambiato? Nulla.
Proprio per questo motivo parlare ancora di “Colonizzazione” e “Decolonizzazione” non è anacronistico.
Innanzitutto perchè parlarne non significa solo limitarsi all’esperienza della conquista territoriale da una parte e della rivalsa dei subalterni indigeni dall’altra, ma è importante parlare soprattutto per il processo ontologico che si crea in questi due fenomeni profondamente umani. Il processo culturale è profondamente radicato nella sola concettualizzazione di questi due fenomeni umani.
La stessa identica cosa è accaduta in Medio Oriente, il Medio Oriente che oggi ci fa tanto paura e che probabilmente, me compreso, conosciamo più per gli aspetti negativi relativi alle immagini di derivazione mediatica, o perchè una volta incontrato quel Medio Oriente sul nostro territorio attuiamo un confronto rispetto alla nostra idea di democrazia, senza mai comprendere che stiamo parlando di due prodotti storicamente culturali, e sul piano dell’esperienza, diametralmente opposti.
Per Sartre allora l’Europa era “fottuta”, ed era il 1961.
Da allora cosa è cambiato?
Nulla, perchè l’Europa continua ad essere fottuta.

 

 

 

 

Cibal


“Sui monti di pietra può nascere un fiore”

                                              

 

Sembrerebbe strano, tornare a scrivere ogni qual volta ho l’esigenza di esprimere determinati pensieri e non riuscire a farlo sempre, senza aspettare particolari situazioni in cui chiudo il mondo fuori e lascio che le mie mani scavino oltre il mio corpo. Eppure è proprio così che vanno le cose.
Scrivere non è difficile, ma nemmeno semplice, e quando ti trovi in determinati momenti della tua vita, tutto risulta più semplice sul piano della fantasia, sul piano della libertà creativa, un’incoerenza divina: tu soffri, emotivamente parlando, e riesci a dare il meglio di te.
Non ho mai amato parlare di me, anzi, qualche volta è capitato ma l’ho trovato sempre complicato.
In genere raccontare aneddoti, situazioni particolari ad una pletora mai sazia di particolari, mi ha messo sempre a disagio, come se non fossi mai stato capace di parlare di me in terza persona, come se non fossi mai riuscito a disegnare per gli altri la mia immagine, la mia descrizione minuziosa. Nel tentativo disperato di dare forma ai miei pensieri e tracciare così profondi i miei confini, mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di concepire i miei limiti umani e davo mandato alla mia mente di superare la mia finitezza, e vi posso assicurare che ci sono sempre riuscito, a volte rasentando il mondo dei folli, partendo dalla sicurezza di una vita terrena fragile e molto spesso senza valori o fini. Così invece di trovare un modo per descrivermi, ho cercato in tutti i modi di descrivere il mondo in cui ero immerso e soprattutto il mondo che portavo dentro di me.
Ho raccontato le contraddizioni di un mondo che perdeva ogni volta la propria anima, svendendola per pochi spiccioli, ho descritto un mondo che correva veloce, troppo, lasciando indietro la maggior parte degli individui, vittime sacrificali della corsa al profitto; ho cercato in tutti i modi di essere uno dei pochi tra i tanti, un pubblico banditore che sperava di destare i dormienti in questa vita che lascia poco spazio all’immaginazione.
A volte ci sono riuscito, e tenevo per me un piccolo spazio per la soddisfazione personale, un gradino in più verso un orgoglio personale che stentava ad emergere, ma troppe volte ho fallito miseramente.
Ho fallito perchè ho sempre dato estrema fiducia all’equazione lacerante che mi portava a pensare che tutti in fondo hanno un lato buono nel proprio essere, una sorta di schema ontologico comune, tale per cui tutti i miei tentativi di descrivere un mondo pieno di difetti servissero a smuovere le coscienze di chi mi avrebbe letto, ed avrebbe letto tra le pagine bianche magari quell’inferno che aveva sempre temuto. L’inferno c’è sempre stato, in me e nel mondo che ho sempre descritto.
È passato davvero molto tempo, forse troppo, dalle ultime parole dato in pasto alla rete in questo blog e tornare nuovamente a pubblicare è una liberazione, una sensazione unica che mi fa lasciare alle spalle tutti i giorni contraddistinti da una pigrizia coatta, alimentata dalla profonda consapevolezza di non poter cambiare il mondo attraverso le parole. Mi sono rivisto troppe volte nelle immagini dell’intolleranza, della discriminazione, sentendo addosso il peso di quei vestiti sudici di razzismo, con il tentativo ancora più vile di ammantarli dell’ideologia della sopravvivenza, e non mi sono trovato a mio agio esclamando “Io so di non essere come loro”, pur stando fermo a crogiolarmi nella mia inerzia. Sono tornato perchè le parole, quelle che scrivo, quelle che penso, sono più forti e più resistenti di ogni vigliacca discriminazione, che nasce sempre da quell’incoerente sentimento di superiorità.
Dovevo comprenderlo, l’ho fatto. Ora sono qui.

 

 

Cibal


La paura della diversità: una risposta valida a tutte le domande.

Quello che succede ormai da una vita, nel nostro paese ma sopratutto in tutto il nostro caro amato mondo, è sintetizzare una parte dei problemi, o quasi tutti, in determinate categorie che ci sembrano adatte a raccoglierli. Una sorta di risposta valida per tutte le domande possibili.
Nel corso della storia, non solo quella che si legge sui libri che ti fanno comprare a scuola, numerose sono le volte in cui questa tendenza dell’umanità si dispiegava liberamente con il tacito accordo di una buona parte dell’umanità che non era d’accordo. Il problema è che col passare del tempo si viene travolti dalla quotidianietà dei rapporti costituiti, del sistema già perfettamente strutturato e ti senti fuori dal coro quando noti, con amarezza, che le cose sono andate proprio nel verso in cui non dovevano andare, per buona parte delle persone come te.
Non è possibile ridurre, ad oggi, le problematiche sociali in un pentolone a cui attingere cercando la risposta adatta ad ogni occasione così da ottenere, specie sul piano politico, un consenso rapido ed allargato. Non a caso la logica del capro espiatorio è comune, più o meno, a tutte le ere umane, trascinando con sè una serie di eventi che hanno segnato profondamente la coscienza collettiva degli esseri umani, che scompare ogni qual volta emerge con forza quella voglia collettiva, involontaria ed insita in molti che fanno del “senso comune” la loro caratteristica peculiare, di ricercare un colpevole ai propri mali.
Non è poi trascorso molto tempo da quello che io definisco come l’evento simbolo di ciò che danneggia non solo quella che una volta veniva considerata la “Comunità“, che giorno dopo giorno ha lasciato spazio sempre maggiore alla “Società“, ma anche il senso della vita di ogni individuo che si trova ad affrontare i problemi moderni connessi alla vita: gli scontri e le proteste dei cittadini romani contro l’edificio, a Tor Sapienza,  che ospitava i rifugiati, al culmine, secondo il loro punto di vista, di una serie di eventi poco gratificanti da parte degli “ospiti” indesiderati.
Raccontare un quartiere di un’altra città, da parte mia, è difficile, e lo è per tutti quelli che non vivono in quei metri cementati. Raccontare seriamente, specie al giorno d’oggi, la problematica delle migrazioni che dal Sud del mondo si innestano in ogni direzione è ancora più complicato e chi vi dice che è semplice non può essere creduto. L’immigrazione e la città, intesa come luogo dove le relazioni sociali pian piano hanno perso di significato, rimandano ad una serie di intrecci di fattori che spesso e volentieri vengono abbandonati per raccontare le favole, per sposare appieno le ideologie moderne, votate alla rapidità nella ricerca dell’unica risposta a mille domande, alla frammentazione dei rapporti che diventano sempre più precari, come le nostre vite.
Analizzare la città non è mai stato semplice, soprattutto ora che si fanno sentire le problematiche connesse proprio all’immigrazione, un fenomeno che spesso e volentieri viene denigrato facendo spesso emergere, in modo profondo, quel sentimento di supremazia della razza insita nella stragrande maggioranza delle persone. Un etnocentrismo radicale che spinge chiunque ad analizzare questi fenomeni sulla base della superiorità, morale, culturale e strumentale\economica, della propria “razza”.
Sono sempre stato abituato a guardare, al di là della mia attuale preparazione sociologica, ai fenomeni, dai più evidenti ai meno evidenti, cercando di non soffermarmi troppo sul risultato ma cercando di scavare oltre quel mantello spesso di superficialità, provando a ragionare sui motivi che hanno portato a quel risultato.
Ho imparato con gli anni a non fidarmi delle risposte di cui ho sempre bisogno
, specie se arrivano da chi crede che sia tutto semplice da spiegare. Allora, sempre di mia spontanea volontà, ho cercato di leggere oltre le parole descritte nei vari libri, ho cercato di spostare le tende che coprivano le mie finestre e che mi facevano vedere solo la mia stanza, e guardavo, guardavo all’orizzonte le città che si perdevano tra i paesaggi mozzafiato dall’alba al tramonto senza perdere mai di vista, davvero mai, l’orizzonte, l’unica linea che legava ogni punto di vista. Mi perdevo tra le mille sfaccettature del pensiero ed allontanavo sempre, questo è sicuro, ogni riduzione facilona delle problematiche a cui cercavo di trovare una soluzione. Oggi lo so, so che dietro al fenomeno dell’immigrazione non posso, e non possiamo ridurre il tutto alla faciloneria ideologica e politica degli xenofobi dietro l’angolo, ad ogni angolo di questo paese e di questo mondo.
Ho provato, invano, a far immedesimare chi ha una visione da “invasione” dell’immigrazione nelle vite di chi parte da paesi lontani, alla volta dei paesi industrializzati, cresciuti, pasciuti, ingrassati proprio sulle spalle degli avi di chi parte. Non ci sono mai riuscito e lo dico da tempo. Ho cambiato prospettiva. Ho provato a raccontare i sentimenti di un viaggio e di quanto una risorsa naturale come il mare, la distesa d’acqua salata, abbia un valore diversificato nel mondo. Svago, produzione di tranquillità peculiare di molte nostre vacanze mentre cimitero, ultimo respiro di chi getta il proprio cuore su quella barca che a stento può reggere una decina di persone lasciando tutti i suoi ricordi, cullati dalle famiglie che con sacrifici inenarrabili vendono di tutto pur di racimolare la somma adeguata per i vari Caronte che lucrano sulla loro sofferenza. Nemmeno mi è andata bene ma ancora oggi non mi arrendo.
Siamo abituati, sempre più, ad essere mediocri come i prodotti che produciamo.
Abbiamo, giorno dopo giorno, deciso di avvicinarci sempre più alle macchine piuttosto che alle persone, impauriti dalla contaminazione sociale ma vinti dalla pervasività tecnologica. Abbiamo costruito barriere invisibili che ci permettono di vivere arroccati in gabbie d’acciaio mentre attorno a noi il mondo continua a correre e la sofferenza cerca semplicemente una mano da stringere e le nostre sono sempre ferme su display senza sentimenti, colorati artificialmente senza emozioni.
Ci siamo immersi profondamente in ciò che abbiamo prodotto che non riusciamo più a provare compassione per un essere umano o animale che sia, vittima sacrificale della tanto santificata tecnologia. Proviamo più dispiacere per un graffio sul nostro smartphone, capaci di scenate da internati, senza versare una lacrima o darci da fare seriamente per evitare che esseri come noi, umani come noi, uguali, sì uguali, magari con una pelle diversa, più alti, più bassi, più magri, sì decisamente più magri, che a frotte chiedono il diritto sacrosanto alla vita, sì quello che noi oggi diamo per scontato. Non voglio nemmeno parlare di felicità, perchè ormai è un miraggio anche per noi, figuriamoci per loro che devono ringraziare, qualcosa o qualcuno sperando che almeno lui gli dia ascolto, se sono arrivati ad una certa età senza essere spirati prima.
Sin da piccolo mi sono sempre sentito un diverso, un diverso tra gli uguali.
La differenza è che io sono da questa parte del mondo, quel mondo che chiude gli occhi e continua a chiuderli perchè è sempre una convenienza. Io però voglio tenerli aperti, e voglio indurre ad aprirli anche ad altri che come me aspettano semplicemente quel cambiamento che sarebbe necessario a questo mondo.

Lo so, lo so sono un temerario in un mondo di omologati, di persone che si guardano negli occhi e si ritrovano sempre più uguali.
Io non dispero.

Cibal


Dissesto italiano: le tragedie e le parole del “giorno dopo”.


Non sarà l’ultima tragedia, e nemmeno la prima, a cui dovremo assistere inerti, senza poter cambiare qualcosa.

Ormai è questa la frase a cui dobbiamo abituarci ogni volta in questa nazione ed è la frase che, con lungimiranza, aveva affermato la maggior parte dei cittadini italiani appena tre anni fa, come di consueto.
La tragedia di Genova, che si è ripetuta nuovamente dopo quella del 2011, continua a sottolineare una cosa più di tutte le altre: in questo paese si è lucidi nei giorni appena dopo una tragedia.

È davvero un paradosso. Da una parte l’operosità di una città che non si stanca di rialzarsi, con i suoi cittadini che spalla a spalla si aiutano a vicenda, condividendo sempre il solito orrore dinanzi alla devastazione di quel fiume di acqua e fango che non si ferma dinanzi a nulla, dall’altra parte invece l’impassibilità, la scarsa concretezza di una politica che continua ad offendere nella dignità i propri figli, coloro i quali rendono quelle persone capaci di sedersi in quelle comode poltrone di pelle, sempre più lontani dalle cose reali, dalla città che cerca, dopotutto e dopo ogni tragedia, di rialzarsi perchè quando si è toccato il fondo non è possibile andare ancora più giù.
Il copione è sempre lo stesso. Giovedì notte si è intuito profondamente che davvero sarebbe stato  lo stesso quel copione, come tre anni fa, sempre nella solitudine.

L’acqua continuava a scendere copiosa, senza sosta. I torrenti che cingono ed attraversano la città continuavano ad ingrossarsi, anche loro senza sosta. Il risultato è semplice e si è ripetuto anche in questa tragica occasione.
Quel fiume di acqua scura e fango inizia a superare quegli argini, troppo teneri ed indifesi, e lentamente il suo letto cambia, non è più un piccolo corso racchiuso tra quei sottili argini, ma il suo letto ora è la città, le strade cittadine e non si ferma. Ogni cosa che incontra è persa, persa tra le sue onde, tra la sua forza devastatrice e quello che puoi incontrare per strada. Fermarlo è impossibile e così ti ritrovi a non saper che fare. Strade inondate, garage devastati, negozi divelti e spogliati di ogni bene da quel fango che non lascia superstiti. La forza di quell’acqua scura è impressionante.

Lo sanno bene quelli di Genova ma anche quelli di Sarno, quelli di Olbia\Nuoro, quelli di Grosseto, quelli in provincia di Messina, in Romagna, in Piemonte, in Calabria, in Versilia e potrei continuare all’infinito. Lo sanno anche chi era al governo in quel tempo e chi lo è oggi. Lo sanno perfino le pietre, che lente ed indolenti vengono trasportate da quella massa informe di acqua scura, cambiano dimora, si spostano e con esse si sposta il nostro territorio.
Dicono che sia la cementificazione, dicono che sia l’assetto urbano ad aver cambiato la geografia italiana. Terre su terre scomparse per far posto a cemento su cemento, case su case. Troppo per un paesaggio che pian piano scompare.
La notte passa ed intanto passa anche il tempo.
Tre anni fa sì, ma la piena che ha portato morte e distruzione a Treviso pochi mesi fa? Ad Ancona? A Modena?

Il giorno dopo è passato, ed è passata anche la tragedia vissuta in prima persona da molti cittadini.
I problemi intanto restano e resta un territorio troppo spesso martoriato e poco importante nella logica economica italiana, come tutto del resto. Si parla di lavoro ed intanto c’è chi sul lavoro muore per le scarse condizioni di sicurezza. Si parla di ripresa economica, di tasse, ed intanto c’è chi, oberato dalle problematiche economiche si lascia andare a gesti sconsiderati, preferendo la fine della propria vita, come unica soluzione.
Si parla di piano casa ed intanto c’è chi muore sotto le macerie per un dannato terremoto e perchè quella casa non era a norma. Si parla di istruzione e c’è chi muore sotto le macerie degli edifici scolastici fatiscenti, o chi muore nelle case dello studente, come a L’Aquila. Si parla di sanità e c’è chi muore sotto i ferri o chi muore per la superficialità del comparto sanitario. Si parla di territorio ed intanto si muore, ancora, sotto il fango, quell’immensa distesa di fango.
Si parla, quando si dovrebbe iniziare ad agire, perchè qui si muore e si continuerà a morire se non si metteranno da parte le parole.

Si parla, il giorno dopo, ed intanto si muore.

Cibal


Le illusioni di una generazione

Illusione

 

Era già da un pò che avevo voglia di analizzare quelle che io chiamo “Le illusioni della mia generazione“, cercando di comprendere cosa ci sia di cosí diverso oggi dalla spensieratezza che emergeva sempre dai racconti dei propri genitori che avevano la possibilitá di vivere completamente la propria vita, senza essere sempre in relazione ad un contesto in difficoltà e troppo vasto in cui è difficile comprendere il proprio ruolo ma dove è semplice capire di essere vittima della voracità di pochi, dovendo ogni volta rivoluzionare i propri obiettivi perchè il contesto si è trasformato completamente.
Capita spesso, se non sempre, di volgere il pensiero verso il tempo che è stato dei nostri genitori o per meglio dire, il tempo delle generazioni che ci hanno preceduti. Con altrettanta facilità si strutturano confronti con quelle generazioni su alcuni fattori che caratterizzano le nostre vite, in genere, veri e propri capisaldi ancorati alla vita stessa, quindi casa, lavoro, e collegati indissolubilmente a questi, spesso come il risultato di un processo lungo e tortuoso, ci sono la serenità e soprattutto la felicità.

Capita poi di dover destrutturare le proprie aspettative, tutte costruite attorno alle favole di quei tempi, il lavoro a tempo indeterminato, il lavoro statale che ti abbraccia dalla culla alla tomba, avere il tempo di coltivare con calma e pazienza i propri sogni, avere una bella famiglia e passare un pò di tempo in più con i propri figli.
Risulta, quindi, davvero difficile trovare un punto d’incontro tra questa e quelle vite senza intenderci, tutti, immersi in un mondo che va troppo veloce per noi. Non è tanto rintracciabile nella modernità questo carattere dinamico del mondo ma nel fallimento di quella struttura costruita sulla possente base del capitalismo, che trasforma tutto in merce. Le parole d’ordine che dovrebbero essere i capisaldi di uno sviluppo certo come merito ed uguaglianza sono state, anno dopo anno, barattate per l’ingordigia e l’avidità e quando queste sono divenute devastanti, ogni struttura od istituzione si è così riempita di superficialità, caratteristica principalmente collegata ai nuovi valori imperanti nella società.
Anche l’Università, essendo istituzione, si è trasformata in una fabbrica di sapere omologato, iperselettiva e vanesia sino al punto di tenersi i peggiori e cacciare i migliori , che spalle al muro venivano e vengono tutt’ora accolti dalle Università del mondo, estasiate dalla stoltezza italiana.

Il sapere è sotto il giogo delle élites accademiche.
Da Universitario quale sono, la mia riflessione risulta molto più semplice.
La comparazione tra il prezzo che si paga per un bene e la sua qualità, nell’Università, risulta alquanto indecorosa.
Soprattutto negli ultimi anni le Università si sono trasformate in bancomat mangiasoldi senza trasformare questi in possibilità concrete di vedere realizzato, o almeno iniziato, nella sostanza, quell’investimento. File indecorose, paragonabili a quelle della “social card”, per attestare che tuo padre è un morto di fame e quindi tu meriti la borsa di studio e non quello avanti a te, che ha un padre che lo fa mangiare giusto un pò in più, ma troppo per prendere la borsa di studio.
Eppure il prezzo della tassa regionale al diritto allo studio si è impennato del 120 per cento, gravando in modo esagerato proprio su quelle famiglie, escluse al fotofinish per la borsa di studio.
Così l’Università da bene pubblico, si trasforma in bene per pochi, solo chi può permettersi quei costi può entrarci, è solo per chi riesce ad ottenere per un pelo la borsa di studio (dimostrando a libretto di poter mantenere quella borsa di studio, altrimenti si deve arrangiare). Quindi ti devi arrangiare se un prof. ti prende di mira ed invece di utilizzare una scala di valutazione che va dal misero 18 al fenomenale 30 decide che la tua preparazione è a-valutativa, in questo caso “scarsa”, la tua storia alle spalle, i tuoi sacrifici, il tuo impegno passano in secondo piano e l’importante è che tu ripeta un esame 10 volte, senza intuire che c’è qualcosa che non va se ci sono tanti, troppi “suoi” studenti che quell’esame non riescono a superarlo.

Il risultato di tutto questo è semplice.

Criminalizzare gli studenti è stata sempre la strada più semplice da intraprendere per giustificare i numeri indecorosi dell’istruzione italiana, senza guardare al poltronificio creato ad hoc per accontentare gli amici degli amici, per ammansire quegli intellettuali che con unghie ben affilate proteggono le loro poltrone e che potrebbero rappresentare una minaccia per la stabilità del sistema.

Come è possibile che in tutti questi anni, non si sia fatto nulla per evitare l’emigrazione quasi totale del capitale umano prodotto a fatica da Università sempre meno pragmatiche in termini di sapere? Cosa c’è dietro alla mediocrità dell’Università pubblica italiana o il tutto deve essere sempre risolto nella constatazione di un privato, in Italia, sempre più avvantaggiato e reso invulnerabile dai favoritismi della politica arraffona e corrotta fino al midollo?

Pensate mai a come farete per sostenere tutte queste spese quando toccherà a voi costruire una famiglia col sudore della vostra fronte?

Io alle volte ci penso, forse troppo spesso, e le reazioni del mio corpo sono le più svariate. Mi gira spesso la testa perchè quando guardi nel vuoto non riesci proprio ad orientarti, hai perso ogni riferimento, quei riferimenti dove sei cresciuto con la tua famiglia e quindi inizi a perdere la percezione della realtà. Cerchi distacco ma sai di essere legato a quella vita, ma non sai quando ci sarà quella tremenda rottura rispetto al passato. Quel giretto ogni tanto per far passare quel disorientamento, quel gelato per raffreddare i pensieri più caldi e più persistenti che continuano a non dare tregua alla tua vita.
Il futuro oggi è quel vuoto, dove sai di non poter trovare nemmeno un appiglio, e l’unica cosa che ti è rimasta è paradossalmente la tua persona e la tua tenace voglia di galleggiare, ancora per un pò, centimetro dopo centimetro cercando di emergere da quella grande distesa di incertezza. Sai quanto vali ma non sai se è il tuo momento e fuori tutto è buio. Guardi chi prima di te non ce l’ha fatta e ti domandi cosa mai avrai di più tu per arrivare a quel traguardo. Ti siedi, mentre ancora la testa gira, e cerchi di concentrarti almeno sulle certezze, quelle che stenti a trovare.

Tu che sai fare?
Bah, a parte aprire un libro, leggerlo, impararlo e ripeterlo all’infinito per poi dimenticarlo rapidamente dopo aver sostenuto l’esame, proprio niente.

Sai scrivere?
Bhè me la cavo, ma niente di eccezionale a mio avviso, certo ho visto anche gente peggiore ma continuano a dirmi che anche il mondo dell’editoria è in crisi e che se non ti metti a quattro zampe e con un cappotto bello pesante sulle spalle non vai da nessuna parte.

Cibal


Spiegare non è Comprendere : quando i pregiudizi inquinano il nostro modo di pensare.

 

<È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio>

 

È accaduto spesso, davvero spesso, che mi trovassi, con la mia profonda compiacenza, in discussioni spesso impostate sulla forma del ragionamento mentale, su quel meccanismo che sta dietro ad ogni dibattito ed ad ogni confronto verbale e probabilmente anche dietro alle scelte degli esseri umani. La nostra società è attraversata da un immensa mole di fenomeni che si prestano a mille interpretazioni, che siano specifiche o superficiali ci si imbatte sempre nella valle dei giudizi, che dipendono molto spesso da una cattiva costruzione dell’intera impostazione del nostro pensiero, oppure dal cattivo utilizzo delle categorie da cui attingiamo le nostre opinioni.
Nell’immaginario comune è diffusa la concezione che l’opinione personale sia una costruzione professionale riguardo a ciò che ci circonda, ma nello specifico, ragionare su ciò che ci circonda, valutando in modo approfondito ogni caratteristica del fenomeno sotto la nostra analisi, è praticamente impossibile. Il giudizio affrettato, infatti, è il risultato di una cattiva analisi di quel fenomeno.
I giudizi affrettati, spesso anche definiti come “pregiudizi”, come opinioni erronee, frutto di una cattiva valutazione dell’evento, non nascono nella modernità ma sono protagonisti della società umana da tempo immemore.
Potrei fare numerosi esempi di ragionamenti affrettati, dove le categorie considerate, incrociate nel modo errato, hanno portato a risultati distorti, specie in quello che viene definito “senso comune”. Episodi di violenza con protagonisti individui di colore oppure nel caso eminentemente italiano, individui meridionali. La persona di campagna rispetto alla persona di città, chi vive in una città (sempre secondo l’errato incrocio delle categorie) malfamata rispetto ad un’altra città che non ha quella connotazione.

Ecco…La prima cosa da fare è analizzare il “senso comune” e, partendo dalla sua definizione, differenziarlo dall’analisi ragionevole attraverso l’incrocio delle categorie (impossibile valutarle tutte come prima ricordavo, n.d.a) relative ad un fenomeno sociale.
Max Weber, in relazione ai fenomeni sociali parlava di Comprensione, un processo che deve essere strutturato prima del processo di Spiegazione, cosa che, a rigor di logica non avviene nel “senso comune”.
Proprio per la “normale” tagliola della Comprensione che nel “senso comune” si passa subito alla Spiegazione. Quindi il senso comune non è nient’altro che l’insieme delle opinioni, delle osservazioni, del sentire che si organizzano subito dopo il verificarsi di un evento. È proprio nella loro strutturazione rapida l’errore di fondo, cioè la voglia di spiegare rapidamente quel dato fenomeno, tralasciando tutti i fattori che, di fatti, hanno fatto sì che quel fenomeno si potesse verificare.
Quindi al “senso comune” manca un passaggio, manca il processo della Comprensione, fondamentale per chi ci accinge a spiegare un dato fenomeno, ed è proprio per questo che il “senso comune” si costituisce velocemente e con altrettanta velocità può essere scardinato, semplicemente facendo ricorso alla Comprensione e quindi non incrociando categorie giuste nel modo sbagliato.
Cercherò di farvi un esempio che può rendere più semplice la comprensione dell’argomento. In genere quando si parla di associazione spuria, si fa sempre riferimento all’esempio delle rondini\cicogne ed i matrimoni. Ora l’associazione spuria è un’associazione posta tra due elementi in modo sbagliato che difatti non fa altro che inquinare il risultato di ogni analisi.
In una cittadina di campagna, in un particolare periodo dell’anno, le statistiche rilevate ci dicono che i matrimoni aumentano rispetto alla media, allo stesso modo, le nidificazioni degli uccelli sembrano essere più frequenti. Questo cosa vuol dire? Una banale associazione, cioè un’associazione superficiale e quindi spuria, ci porterebbe a dire che all’aumentare della nidificazione aumenta, di rimando, anche il numero dei matrimoni, e viceversa, in quel dato periodo dell’anno. Possiamo essere sicuri di questo risultato? Per i numeri si certamente, perchè in effetti all’aumentare dell’uno, aumenta anche l’altro elemento preso in considerazione però ci siamo dimenticati una cosa fondamentale per la nostra analisi, cioè non abbiamo considerato le categorie a cui questi elementi appartengono e non abbiamo considerato che una certezza dal punto di vista statistico(numerica) non comporta una conseguenza sul piano causale(causa-effetto). Questo succede quando ci si trova dinanzi ad un fenomeno, sociale e non, e non ci si arma del processo di Comprensione, e quindi si associano elementi, in un’associazione che di logico ha ben poco.
Considerato tutto questo, nel “senso comune”, si aggiunge un’ulteriore elemento che aggrava il sistema di opinioni di riferimento. L’aggravante è data dal sistema di credenze tradizionali condiviso, che in alcuni contesti, risulta essere quel muro strutturale al normale iter metodologico della nostra mente che non riesce, nonostante questa ed altre considerazioni, ad andare oltre ed utilizzare così il processo di Comprensione.
Il discorso è davvero complicato e molto ampio e non è per niente semplice sintetizzare ciò che sono le differenze tra “senso comune” e costruzione adeguata delle categorie mentali nell’analisi dei fenomeni umani ma contemporaneamente con pazienza e lasciandosi influenzare dalla voglia di andare oltre le barriere della superificialità, è possibile snodare l’intricata matassa dei pregiudizi, che hanno sempre inquinato e continuano ad inquinare il bagaglio ideologico di ogni essere umano.

 

Cibal


La pistola che spara due volte…

 

 

Sono trascorsi pochi giorni da un evento che ha lasciato l’amaro in bocca in buona parte del paese. E non è la prima volta che accade.
Spesso questi eventi tragici entrano violentemente nelle nostre vite senza chiedere il permesso, portando molti quesiti che non riusciamo mai a risolvere. Trovare delle risposte ad una morte così strana, di un ragazzino di 17 anni, vittima probabilmente di un eccesso di potere o di un momento di eclissi mentale da parte di un poliziotto, è difficile. Riportare tutti i fatti salienti della vicenda non farà ,di rimando, trovare delle risposte, ma un’analisi dei fatti, collegata all’intero contesto che lega i personaggi di questa vicenda e la vittima, ci aiuterà, di conseguenza, a capire in modo più appropriato questa assurda vicenda.

Spesso accade che notizie come questa siano catturate dall’opinione pubblica perfettamente e sempre perfettamente siano date in pasto al pubblico per dar modo ad ognuno di farsi una propria idea personale che non ha nulla a che fare con la reale situazione. Questo permette la partecipazione di una parte di pubblico a quella che oggi viene chiamata la spettacolarizzazione della notizia, dove i protagonisti non sono quelli della vicenda ma sono a casa, spesso seduti sul divano ad osservare il mondo da un televisiore. Così nascono i giudizi, quelli incompleti relativi ad una situazione che si conosce poco, e spesso per niente.
Ad una morte così surreale non si possono dare spiegazioni, bisogna solo ammettere che ci sono delle colpe e trovare delle giustifiche non servirà a portarlo in vita, col suo carico di sogni in una città troppo spesso vilipesa dal resto degli spettatori per colpa di “una manica di fetenti“.
Le città sono così, una parte buona ed una buona parte cattiva. Ma è secolare la disputa tra cattivo e buono presente in ogni fenomeno umano, così come è preminente l’importanza del primo sul secondo, che tende ad inquinare il secondo in ogni sua manifestazione. Il cattivo vende di più, il cattivo tira di più.

Finisci per conoscere il cattivo vivendo la tua città, non quella di altri. Quella in cui vivi da quando sei ragazzino ed inizi a capire cosa è buono e cosa non lo è. Il cattivo però quando sei ragazzino ti affascina, specie se vedi solo quello nella tua città. Il cattivo è fisiologico in una città, senza il cattivo non ci sarebbero i buoni che lo combattono. Allora non vedi un’altra città, vedi la tua città e ti fai prendere da quel fenomeno che prende il nome di “imitazione“. Gli individui già da piccoli “imitano” i comportamenti altrui ma non per questo comprendono perfettamente cosa stanno facendo.
Chi di voi non ha mai fumato per imitazione, urlato per imitazione, modellato il proprio comportamento per assecondare l’agire comune, per essere accettato.
Finisci per pentirtene quando sei grande, quando inizi a discernere perfettamente tra cosa ti potrebbe portare felicità e cosa no, quando inizi a capire che determinate cose sono condannate dalla morale pubblica e ti potrebbero portare nei guai, quando inizi a capire che quella città è molto simile a quella accanto, e quella accanto ancora.
Però nonostante tu sia cresciuto vedi chi c’è dietro di te e capisci che non tutti sono bravi ad evitare quella trappola. Alcuni non ce la fanno perchè non hanno i tuoi stessi strumenti, la tua stessa famiglia presente, vittime di una città relegata ai margini della società. Alcuni si lasciano trasportare da quel processo di imitazione, che come un vortice li abbraccia fino a quando non fanno una brutta fine.
Chiuque tu sia, il bagaglio culturale è lo stesso. Il profumo di quella città te lo porti addosso dovunque vai e chiunque tu sia, l’odore di una città bistrattata che vomita figli anonimi, figli nella terra di nessuno. Ciò che però fa la differenza è il vestito che porti ogni giorno sul tuo corpo, un vestito fatto di ruoli e status, un vestito che in parte ti copre da quei giudizi che ogni giorno assassinano l’anima buona di una città che ha la colpa di essere stata dimenticata.
Non si riesce a capire che il giudizio, come in ogni contesto, è corroborato e dipende, nella sostanza, dal proprio bagaglio culturale ed esperenziale.

Questo non significa condannare in toto ogni ufficiale di tutela pubblica, ma significa che si pongono nell’essenza sempre due pesi e due misure, chiunque tu sia, qualunque divisa ti sia cucita addosso, sei sempre una persona che vive in un reticolo di relazioni collettive. Se a te capita di sbagliare, il giudizio dipende sempre e comunque dalla tua storia personale, in positivo o in negativo, ma questa è una particolarità intima della pura e profonda socialità.
Un napoletano che fa una rapina è diverso da un milanese, e subisce l’aggravante del reato che dipende dalla sua origine. Il napoletano non è solo, lo accompagnano tutti coloro i quali vengono considerati diversi a seconda della situazione ed a seconda della morale comune. La discriminazione è subdola e si innesta sul terreno dell’ideologia imperante propria di una società. Il drogato, il nero, l’omosessuale. La periferia rispetto al centro. La campagna rispetto alla città.

Si pone l’accento sulle amicizie “discutibili” di un ragazzino di 17 anni e su altre considerazioni (in tre sul motorino, senza patente ed il non essersi fermati all’alt, che prevedono una pena amministrativa) ma così facendo, si giustifica, in parte, il suo omicidio da parte di un funzionario dell’ordine pubblico e contemporaneamente si invertono i ruoli che fanno riferimento al dualismo “Vittima-Carnefice“, come spesso accade dalle nostre parti. Solo chi vive i nostri territori sa quanto sia pesante, in tutti i sensi, appartenere a questa o a quella città, quanto sia complicato relazionarsi con gli altri depurandosi da questo “peso” sociale.
Però il tutto cambia a seconda dell’abito che da una vita porto con me.
Ecco perchè lo status in questo contesto conta e secondo me, più di ogni altra cosa, corrisponde al tuo lasciapassare nella società, la bella società.
Silvio Berlusconi i delinquenti(Mangano) se li portava a casa, e si è sempre attorniato di persone “peggiori” rispetto ai protagonisti di questa vicenda.

 

“Davide rimane ancora là sul selciato, mentre tenta di alzarsi, ucciso da una pistola che spara due volte”.

 

 

 

 

 

Cibal


La ricerca affannosa di un colpevole ma a perdere è sempre l’Italia intera!

L’Italia è fuori dai mondiali. Probabilmente la notizia ha fatto davvero tanto scalpore per il blasone che si porta dietro la nostra nazionale ma che da quel lontano 2006 stenta a confermarsi nei risultati europei, con le squadre di club, e mondiali, con la squadra nazionale.
Siamo usciti nel modo però più sofferente possibile, cioè senza nemmeno combattere, senza che nemmeno un giocatore in campo abbia avuto la voglia di mostrare rispetto per tutti quei tifosi che, come in ogni manifestazione calcistica, legano le proprie massime aspirazioni (magari sbagliando) a dei risultati, buoni o cattivi che siano. Tifosi che soffrono assieme alla squadra, che imprecano, che piangono e che gioiscono.
È finita nel peggiore dei modi ma, a dirla tutta, le sensazioni prima della partenza non erano proprio positivissime.
Mettici il coma profondo in cui versano le istituzioni sportive, troppe e troppo legate alle logiche delle poltrone, troppe e collegate indissolubilmente alla politica, in cui spesso si tuffano per riemergere come commissari straordinari o parlamentari\senatori ad hoc.
Mettici il grado di devastazione strutturale collegato ai nostri impianti sportivi, probabilmente tra i peggiori dell’area euro (in verità ora anche il Brasile ha stadi più moderni).
Mettici la crisi dei nostri club, indebitati per anni ed abituati a comprare a debito ogni “campione” per poi essere costretti più tardi a venderlo (per rimettere a posto i conti societari) a qualche sceicco con la passione del fantacalcio.
Mettiamoci poi anche lo scarso clima di protezione in cui si sentono immerse le famiglie quando vanno allo stadio, tanto da farle optare per un abbonamento a qualche fornitore di servizi televisivi via satellite, più comodo e soprattutto più sicuro.
Ecco il risultato, considerando tutto questo e legandolo al mal funzionamento dei settori giovanili che non permettono, difatti, la crescita di campioni in erba.

Però in Italia, in verità, funziona tutto diversamente. Da una parte ci sono i problemi e dall’altra le soluzioni, la buona coscienza del buon “cristiano” dovrebbe portare ad analizzare i primi( i problemi )e poi utilizzare le seconde( le soluzioni ) per riportare la situazione ad una condizione di equilibrio che fa bene innanzitutto a sè stessi, ma anche a tutti quelli che ci circondano e poi, perchè no, alimenta anche quel sentimento di attaccamento ad un territorio che atavicamente fa crescere in noi quella simpatia, quella gioia, quel fervore viscerale legato a dei colori secolari legati alla propria terra di origine, al di là del contesto a cui ci riferiamo, che sia sportivo o istituzionale, che sia sociale o culturale.

Dicevo che in Italia non funziona proprio così.
Certo, dico in Italia perchè in Italia ci vivo e spero davvero che sia una problematica solo relativa alla mia nazione, probabilmente che dipende da un certo limite alla crescita culturale e dalle fratture storiche ancora oggi presenti nel nostro paese.
Non funziona così perchè lo vedo tutti i giorni, e vedo ogni volta quella voglia estrema di ricercare un colpevole per tutto, quel compromesso tra la nostra innocenza e la colpevolezza altrui, che ci sia o meno poco ci importa, ma dobbiamo a tutti i costi trovare un colpevole a quel crimine, presupponendo che lo sia e dobbiamo esageratamente puntare il dito verso qualcosa, perchè abbiamo l’esigenza, quella sempre atavica, di sentirci innocenti, dalla parte della ragione e dalla parte della storia, che come si sa la scriviamo noi, noi che siamo i vincitori.

Questo è quello che è andato in scena subito dopo la fine misera della nostra nazionale al Mondiale ancora in corso in Brasile.

Sia gli addetti ai lavori( suoi colleghi compresi), sia l’opinione pubblica, sono stati concordi nel ritenere unico responsabile della disfatta nazionale l’attaccante Mario Balotelli, colui il quale era stato insignito più volte (da loro stessi), salvo poi ripensarci a seconda del suo comportamento non troppo “consuetudinario”, del titolo di “stella del futuro“.
Certo, innanzitutto, Mario Balotelli è un ragazzo che ha alle spalle una storia abbastanza complicata da raccontare in due sole righe, ma questa di sicuro non è una giustificazione a tutti i suoi comportamenti, buoni o cattivi che siano. Sicuramente, e senza ombra di dubbio, non è davvero bello scaricare colpe appena un minuto dopo la rovinosa debacle sportiva, specie da “senatori” quali Buffon o De Rossi, che magari avranno anche dalla loro l’esperienza di giocatori scafati da anni ed anni di competizioni italiane ed internazionali ma che poi cadono, a torto, su dichiarazioni che avevano il solo scopo di rendere pubblica una faccenda che era sotto gli occhi di tutti ma che aspettava solo una conferma.
Di Balotelli, intanto, a giorni alterni si legge sempre.
È sicuramente tra i più conosciuti, sia per le sue prestazioni in campo, altalenanti sicuramente e poi per gli eventi fuori dal campo che non hanno fatto altro che dipingerlo come un “bad boy“, cioè un ragazzo che non ha dalla sua la riflessività ma una persona troppo spesso impulsiva. Portare poi il colore nero della pelle, specie in Italia, è ancora più difficoltoso e non va di certo d’accordo con la riflessività, esclusa dall’aggettivo anglosassone “bad“.

Balotelli è l’ennesimo capro espiatorio di una vicenda iniziata male e finita ancora peggio e la stampa sportiva e non, su questa vicenda, come sulle altre, ci mangia volentieri.
Ci mangia perchè in Italia tutto questo ha terreno florido.
La stessa Stampa, col sorriso giornalistico di chi trova una notizia esplosiva, raccontava i fatti di Roma, prima della finale di Coppa Italia, facendo passare in secondo piano un assassino (alcuni giornalisti poi successivamente cercavano a tutti i costi di invertire i ruoli tra vittima e carnefice pur di dopare una faccenda già chiara dai primi momenti) mentre veniva criminalizzato un Ultras pittoresco, nel nome e nei fatti come ce ne sono tanti in Italia, per una maglietta.
Poi ,senza ombra di dubbio, il terreno florido c’è anche per le Istituzioni, quelle sportive e non, che si prendono le responsabilità solo quando fa comodo, solo quando si vince, per salire appunto sul carro dei vincitori, salvo poi scendere appena prima della disfatta o appena dopo, sentendosi a posto con la coscienza.

Allora non si dovrebbe parlare di colpevole, ma di colpevoli. Il colpevole non è uno, ma tutti perchè tutti dovrebbero prendersi la responsabilità di ciò che è accaduto in Brasile e ciò che è accaduto a Roma.

Balotelli non è il colpevole, almeno per questa vicenda, perchè Mario è semplicemente il prodotto di questo calcio moderno, questo calcio che è troppo legato allo spettacolo(non quello in campo purtroppo), troppo legato alla forma, troppo legato ai soldi. Non si può condannare una cresta e lasciare che un velo copra tranquillamente chi è stato allontanato dal calcio(e poi reintegrato) per l’accusa di aver truccato le carte in gioco.
Ancora adesso quel velo copre gran parte delle partite di tutto il mondo, il che porta a volte ad avere quel dubbio giustificato sulla validità di certi risultati sportivi, cosa del tutto naturale quando sai per certo che, ad oggi, c’è una buona percentuale di personaggi che lievitano attorno al calcio che non sono per niente interessati alla trasparenza dei risultati e vogliono tutt’altro. Dall’altra parte sai per certo che non solo fuori dal campo, ma anche dentro quel campo ci sono sedicenti sportivi anche loro poco legati alla trasparenza del risultato, che con la passione della scommessa, addirittura drogano i propri colleghi per modificare a tutti i costi un risultato.

Ora chi è il colpevole?

 

 

Cibal


Quella solidarietà perduta nel tempo

 

In tempi ormai remoti era stato lasciato ad Antonio Gramsci l’ingrato ruolo di carnefice della razza umana. Con uno spiazzante realismo il suo “Odio gli indifferenti” torreggiava imperioso sulla scure di ogni italiano che, con poco senso di coscienza, volgeva il suo sguardo altrove, mentre il regime fascista lentamente si diffondeva non solo nella nostra società ma soprattutto all’interno di ogni animo umano italiano e poi successivamente in quello di gran parte del mondo.
Marx invece dal canto suo, affermava che il processo storico aveva una sua ripetizione naturale, in ogni ciclo quotidiano, che lo portava prima a strutturarsi come una tragedia in cui ogni umana mente veniva messa alla prova ma, come sottolineava Gramsci, si volgeva dall’altra parte, e poi si ripeteva come una farsa proprio perchè quella mente non riusciva nuovamente ad attivare il processo dell’azione, cioè dell’intervento per provare ad evitare il ripetersi di un evento spiacevole a cui già aveva assistito.
E’ passato davvero tanto tempo da quei tempi bui, così difficili e così disperati che avevano permesso l’insorgere di movimenti che erano capaci di instillare il seme dell’odio verso i propri simili in chi, dal canto suo, era anche compiaciuto di condividere uno stesso senso di appartenenza. Erano i tempi dell’insoddisfazione generale che portava a trovare i colpevoli fittizi, capri espiatori costruiti ad hoc per rafforzare l’identità nazionale ed avere così dalla propria parte un ingente consenso.
Siamo sempre stati distratti dalla ricerca incessante dell’essere pericoloso, la ricerca e la caccia all’essere più pericoloso nato sulla terra senza volgere lo sguardo verso quello specchio che in fin dei conti cercava semplicemente di raccontare la realtà dei fatti ma noncuranti del risultato, che non era di nostro gradimento, quello specchio l’abbiamo,per troppo tempo, coperto con un doppio velo.
Il tempo passava e non ci accorgevamo che l’essere più pericoloso cresceva e si sviluppava in noi quando chiudevamo gli occhi dinanzi a quelle orrende scene, quando volgevamo lo sguardo verso l’orizzonte senza guardare prima la spiaggia, quando restavamo in silenzio e con le mani nelle mani senza prendere posizione. E così il tempo passava ed il mondo sotto i nostri piedi cominciava a ridursi in macerie, invisibili ma talvolta visibilissime, e noi continuavamo imperterriti a trovare al di fuori dei nostri corpi ciò che speravamo di trovare, per dare a tutti quelle risposte che in fin dei conti anche noi cercavamo.
Oggi quei tempi, in fin dei conti, non sembrano poi così tanto lontani. Allora mi tornano in mente gli occhi di mio nonno, le sue lacrime ingenue, il suo viso segnato dalle rughe e le mani martoriate da anni di lavori pesanti, che non avevano nemmeno risparmiato quella sua schiena così debole.
Non era mai andato d’accordo con la scuola lui, da piccolo aveva conosciuto solo la fame e la zappa. Crescendo la solfa non era cambiata. Eppure ancora non mi riesco a spiegare tutta quell’umanità dove sia cresciuta e da dove sia nata. In quei suoi occhi ricordo ancora la fatica, che non aveva mai intaccato minimamente quella sua ferrea dignità di lavoratore meridionale dei campi agricoli.
Guadagnava due soldi e mezzo soldo era capace, assieme a mia nonna, di darlo a chi soffriva ancora di più di loro. La stessa storia dell’altro mio nonno, stessa umanità e stessa dignità nel lavorare per anni ed anni, senza mai perdere quella sua sensibilità verso chi nemmeno il lavoro da due soldi aveva e faceva fatica a portare avanti la famiglia.
Ora rivedo il mio presente e quel passato mi sembra davvero tanto lontano. Guardo il mare e lo vedo per la maggior parte del tempo intasato dai corpi di chi viaggia con la speranza di un futuro migliore ed affida i propri sogni e le proprie speranze ad un destino troppo spesso beffardo. Guardo la strada e la vedo occupata da chi la strada non riesce più a trovarla, la strada della felicità è troppo lontana e nessuno ti è accanto per spiegarti come camminare e dove è la prima area di sosta per riposare un po’.
Non trovo più quell’umanità e non so più dove sia andata a finire, ed ancora non mi spiego che senso ha trovare dei colpevoli quando basta guardarsi seriamente dentro per capire che è in noi il problema come anche  la soluzione.
Camminiamo con la testa già volta dall’altra parte perchè conviene, perchè quei due soldi ci fanno sentire più sicuri e non ci accorgiamo che in fondo quella sicurezza è svanita già da tempo, perchè non ha senso appoggiare la testa appagata sul cuscino se dall’altra parte del mondo qualcuno viene al mondo silenziosamente e silenziosamente se ne va, dopo poco tempo, mentre noi entriamo in chiesa e pensiamo che una preghiera possa eliminare la sofferenza dell’altra parte del mondo.
Quella solidarietà, quel senso di cura del prossimo, chiunque esso fosse, oggi stento a ritrovarlo attorno a me, tranne in rari casi e questo mi fa pensare che non tutto è ancora perduto. La strada è dura, è tutta in salita, ma non per questo perdo la speranza di un mondo diverso, che ritorni a parlare delle persone e non di ciò che quelle persone possono produrre, che ritorni a parlare di sofferenza e di solidarietà come non ha ancora fatto e che torni a parlare degli ultimi, dei dimenticati, e che provi a distribuire la possibilità di essere felici a chi non sa nemmeno cosa sia la speranza.

 

Cibal


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

Seidicente

Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

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