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L’amore al tempo delle macchine

 

Ogni volta che imprimo i miei pensieri su questi fogli virtuali cerco sempre di farlo per attivare in chi legge la voglia di guardare al mondo con occhi diversi.

Su questo mondo siamo in tanti , tantissimi rispetto a molti anni fa ma nonostante questi numeri ognuno di noi ha un ruolo essenziale, anche molti di più, nell’arco della propria vita. Questo per evidenziare che ogni pensiero è sempre unico, ogni lettura di uno stesso fenomeno (non solo sociale) potrebbe essere simile ma mai uguale. Questo accade perché ognuno di noi, nonostante le mille influenze reciproche, associa idee ed ideologie come in una combinazione di numeri infiniti.
Il problema della modernità è sempre stata nell’offrire esagerato caos a chi viveva.
Introdurre poi la scienza anche nel campo dell’industria ha semplicemente portato a svuotare gli esseri umani di ogni componente che non sia razionale; individui trasformati giorno dopo giorno in soggetti sempre più simili ad automi.
Svuotare l’individuo è sempre stato l’intento subdolo della meccanicizzazione della produzione, poi trasportata di rimando nella società. La società dal canto suo ha cercato di difendersi come poteva, salvo poi constatare il monopolio della macchina in ogni nostra sfera, anche quella emozionale.

L’amore al tempo delle macchine è davvero stupefacente.
Non si ama più, e quando si ama lo si fa attraverso la mediazione di uno strumento fittizio, uno strumento che trasporta le emozioni, svuotandole della loro originaria “umanità” e le presenta come contenuti vuoti, omologati, interscambiabili ed utili per chiunque.
Le emozioni nella modernità sono liquide ed assumono la forma dei contenitori dove nascono. Sono metalliche, sono afone. Se il denaro è da sempre stato uno strumento di mediazione finanziaria, la tecnologia è lo strumento principe della mediazione emozionale.
Le emozioni corrono lungo i fili dell’alta velocità, trasportate da tastiere definite, da smartphone sempre più sofisticati, da fotocamere capaci di catturare ogni istante, salvandoli in una memoria meccanica, estirpando ogni senso in noi, che abbiamo lasciato sempre troppo spazio alle altre “cose”, capaci di assumere una parte di noi, e noi compiaciuti abbiamo lasciato che tutto si svolgesse tranquillamente, pensando che fosse una cosa positiva per il nostro essere “umani”, senza intuire che pian piano stavamo diventando macchine anche noi.

Sfruttiamo quei pochi momenti che ancora ci lascia la natura per respirare attimi tecnologici in ogni dove, alleniamo ogni muscolo del nostro corpo per abituarci alla tecnologia più profonda ed alla distruzione emozionale.
E così accade, molto velocemente, che ogni messaggio legato ad un qualsiasi fenomeno che dovrebbe scaturire in ogni centimetro del nostro corpo una reazione emozionale, ci lasci indifferenti. Guardiamo la morte in ogni angolo tecnologico e non, senza riuscire a provare un briciolo di compassione, guardiamo la povertà e l’esclusione sociale e non alziamo la voce, guardiamo la violenza prendere pieno possesso delle nostre facoltà e non alziamo la voce, guardiamo in silenzio i nostri simili esportare odio verso chi dovrebbe semplicemente ricevere il nostro sostegno ed il nostro conforto.

Siamo ciò che avevamo sempre voluto essere, ma non abbiamo mai valutato il prezzo che abbiamo dovuto pagare per tutto questo.

La gran parte delle persone che popolano questo pianeta in disfacimento, si rivolge sempre più spesso alla mediazione religiosa per ripulire la propria coscienza di ciò che siamo diventati, di ciò che è divenuto l’ambiente in cui siamo profondamente immersi. Ecco un’altra mediazione. La preghiera. Uno strumento tanto semplice quanto complesso. Preghiamo per la pace nel mondo, e creiamo guerra. Preghiamo per eliminare la fame nel mondo, e creiamo povertà. Preghiamo perchè un qualsiasi Dio aiuti le persone in difficoltà, e quando vediamo una persona in difficoltà non perdiamo tempo a girarci dall’altra parte. Riusciamo a delegare ad un essere divino, il nostro “essere umani”. Come per attestare la nostra inermità per cose generate dalla nostra stessa mano, e non dalla divina provvidenza.
Certo la povertà è Divina Provvidenza, certo la guerra è Divina Provvidenza, certo la fame nel mondo è Divina Provvidenza, certo il razzismo è Divina Provvidenza, certo i mille Olocausti sono Divina Provvidenza.

Ci siamo trasformati nel mostro contro cui ogni giorno inveiamo e cerchiamo di combattere, ma queste sono solo parole….

 

 

Cibal

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Quella solidarietà perduta nel tempo

 

In tempi ormai remoti era stato lasciato ad Antonio Gramsci l’ingrato ruolo di carnefice della razza umana. Con uno spiazzante realismo il suo “Odio gli indifferenti” torreggiava imperioso sulla scure di ogni italiano che, con poco senso di coscienza, volgeva il suo sguardo altrove, mentre il regime fascista lentamente si diffondeva non solo nella nostra società ma soprattutto all’interno di ogni animo umano italiano e poi successivamente in quello di gran parte del mondo.
Marx invece dal canto suo, affermava che il processo storico aveva una sua ripetizione naturale, in ogni ciclo quotidiano, che lo portava prima a strutturarsi come una tragedia in cui ogni umana mente veniva messa alla prova ma, come sottolineava Gramsci, si volgeva dall’altra parte, e poi si ripeteva come una farsa proprio perchè quella mente non riusciva nuovamente ad attivare il processo dell’azione, cioè dell’intervento per provare ad evitare il ripetersi di un evento spiacevole a cui già aveva assistito.
E’ passato davvero tanto tempo da quei tempi bui, così difficili e così disperati che avevano permesso l’insorgere di movimenti che erano capaci di instillare il seme dell’odio verso i propri simili in chi, dal canto suo, era anche compiaciuto di condividere uno stesso senso di appartenenza. Erano i tempi dell’insoddisfazione generale che portava a trovare i colpevoli fittizi, capri espiatori costruiti ad hoc per rafforzare l’identità nazionale ed avere così dalla propria parte un ingente consenso.
Siamo sempre stati distratti dalla ricerca incessante dell’essere pericoloso, la ricerca e la caccia all’essere più pericoloso nato sulla terra senza volgere lo sguardo verso quello specchio che in fin dei conti cercava semplicemente di raccontare la realtà dei fatti ma noncuranti del risultato, che non era di nostro gradimento, quello specchio l’abbiamo,per troppo tempo, coperto con un doppio velo.
Il tempo passava e non ci accorgevamo che l’essere più pericoloso cresceva e si sviluppava in noi quando chiudevamo gli occhi dinanzi a quelle orrende scene, quando volgevamo lo sguardo verso l’orizzonte senza guardare prima la spiaggia, quando restavamo in silenzio e con le mani nelle mani senza prendere posizione. E così il tempo passava ed il mondo sotto i nostri piedi cominciava a ridursi in macerie, invisibili ma talvolta visibilissime, e noi continuavamo imperterriti a trovare al di fuori dei nostri corpi ciò che speravamo di trovare, per dare a tutti quelle risposte che in fin dei conti anche noi cercavamo.
Oggi quei tempi, in fin dei conti, non sembrano poi così tanto lontani. Allora mi tornano in mente gli occhi di mio nonno, le sue lacrime ingenue, il suo viso segnato dalle rughe e le mani martoriate da anni di lavori pesanti, che non avevano nemmeno risparmiato quella sua schiena così debole.
Non era mai andato d’accordo con la scuola lui, da piccolo aveva conosciuto solo la fame e la zappa. Crescendo la solfa non era cambiata. Eppure ancora non mi riesco a spiegare tutta quell’umanità dove sia cresciuta e da dove sia nata. In quei suoi occhi ricordo ancora la fatica, che non aveva mai intaccato minimamente quella sua ferrea dignità di lavoratore meridionale dei campi agricoli.
Guadagnava due soldi e mezzo soldo era capace, assieme a mia nonna, di darlo a chi soffriva ancora di più di loro. La stessa storia dell’altro mio nonno, stessa umanità e stessa dignità nel lavorare per anni ed anni, senza mai perdere quella sua sensibilità verso chi nemmeno il lavoro da due soldi aveva e faceva fatica a portare avanti la famiglia.
Ora rivedo il mio presente e quel passato mi sembra davvero tanto lontano. Guardo il mare e lo vedo per la maggior parte del tempo intasato dai corpi di chi viaggia con la speranza di un futuro migliore ed affida i propri sogni e le proprie speranze ad un destino troppo spesso beffardo. Guardo la strada e la vedo occupata da chi la strada non riesce più a trovarla, la strada della felicità è troppo lontana e nessuno ti è accanto per spiegarti come camminare e dove è la prima area di sosta per riposare un po’.
Non trovo più quell’umanità e non so più dove sia andata a finire, ed ancora non mi spiego che senso ha trovare dei colpevoli quando basta guardarsi seriamente dentro per capire che è in noi il problema come anche  la soluzione.
Camminiamo con la testa già volta dall’altra parte perchè conviene, perchè quei due soldi ci fanno sentire più sicuri e non ci accorgiamo che in fondo quella sicurezza è svanita già da tempo, perchè non ha senso appoggiare la testa appagata sul cuscino se dall’altra parte del mondo qualcuno viene al mondo silenziosamente e silenziosamente se ne va, dopo poco tempo, mentre noi entriamo in chiesa e pensiamo che una preghiera possa eliminare la sofferenza dell’altra parte del mondo.
Quella solidarietà, quel senso di cura del prossimo, chiunque esso fosse, oggi stento a ritrovarlo attorno a me, tranne in rari casi e questo mi fa pensare che non tutto è ancora perduto. La strada è dura, è tutta in salita, ma non per questo perdo la speranza di un mondo diverso, che ritorni a parlare delle persone e non di ciò che quelle persone possono produrre, che ritorni a parlare di sofferenza e di solidarietà come non ha ancora fatto e che torni a parlare degli ultimi, dei dimenticati, e che provi a distribuire la possibilità di essere felici a chi non sa nemmeno cosa sia la speranza.

 

Cibal


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore notturno di romanzi d'avventura

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☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

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