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La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


L’elogio della parola

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C’era una volta un bambino ed il suo mondo.
Non sapeva far molto ma aveva un potere che negli altri stentava a trovare. Riusciva ad immaginare.
Sognava un mondo diverso da quello che lo circondava e sapeva raccontare.
Spesso pensava di esser diverso, forse troppo, perché non riusciva mai ad abbandonare quella coscienza che come un macigno lo seguiva ogni volta, ad ogni passo. Ogni volta si addormentava nella speranza di svegliarsi finalmente guarito, come se quella fosse una malattia che non avesse una cura. Le lacrime incorniciavano i suoi sogni da quando quel giorno piovoso come tanti il suo respiro cominciò ad andare più veloce. Quei respiri affannosi scandivano un secondo orologio, sorpassavano i suoi ricordi che lenti restavano indietro. Nulla poteva, se non stringere le mani in pugni chiusi troppe volte ed andare avanti. Dipingeva la sua realtà mentre ogni sorriso abbandonava il suo dolce profilo.
Non aveva mai trovato un senso ai suoi pensieri, né tantomeno aveva mai provato l’ebbrezza di essere come tutti.

Aveva amato e tanto ma non riusciva più a provare emozioni, ancorando i suoi sentimenti a volti e corpi già dipinti da altri prima di lui. La vita scorreva troppo veloce, portando il mondo su una folle corsa, e lui rimaneva lì, a dare ospitalità ai suoi più profondi pensieri sull’esistenza. Risposte che mancavano a domande numerose ed incisive. Il suo corpo interveniva ma lui non lo comprendeva, spesso lo superava e non riusciva a fermarlo, chiedendosi in che modo avesse potuto rallentarlo.
Quel giorno era arrivato, ma lui non era pronto. Il filo su cui camminava spesso gli ricordò che senso avesse il suo respiro, e che la debolezza prima o poi sarebbe svanita. Lesse i suoi vecchi scritti, parole dimenticate nel tempo che gli fecero conoscere chi era e cosa stava facendo. Non era lì per un motivo ma per dare un motivo, un motivo a sé stesso. In quelle parole si riscoprì e nacque un’altra volta, questa volta più vecchio di prima.
Chiuse gli occhi, abbandonando i tristi pensieri al cuscino madido di speranze e sogni di un ieri pieno di paure.
Chi sono io si chiese, guardando nel buio dei suoi occhi, ed il vento rispose bussando alla finestra chiusa male. Quel vento feroce gli portò teneramente un foglio tra tanti.
Aprì gli occhi e lesse una sua frase che copriva tutto lo spazio bianco: “Non sei tu. Sei solo il sogno del tuo ieri che si trasforma. Non sei tu. Sei la voce del piano che cambia note. Sei tu. Non sei la malattia ma la cura. Sei il foglio che stai leggendo. Pensiero sparso da una matita.
Abbracciati, abbracciami.”
Pianse ed assaggiò ogni volta una parte di sé che lo abbandonava. Forse per sempre, forse mai.

 

                                                     Cibal


L’Europa ed i “Dannati della Terra”, oggi come ieri: La “loro” violenza, è la nostra, rivoltata!

 

Si sono scritte davvero tante cose in questi giorni, e probabilmente se ne è parlato ancora di più, riguardo alle spiacevoli e tragiche vicende che hanno visto come vittima l’Europa dei popoli, ed in particolar modo la Francia. Inutile dilungarsi nella descrizione minuziosa degli eventi, dato il bombardamento mediatico, come è giusto che sia riguardo a queste vicende, a cui siamo stati sottoposti. Al di là delle considerazioni criminologiche della situazione, relative all’efferatezza dei crimini commessi, mi preme evidenziare quanto siano stati determinanti tali eventi tragici nell’immaginario collettivo, civile soprattutto, quasi da poter tranquillamente effettuare un paragone, forse forzato ma non troppo, con le vicende del 2001, sempre di matrice terroristica, che colpirono al cuore gli Stati Uniti. Questa volta ed essere colpita profondamente nel cuore e nell’animo, in relazione soprattutto al sentimento di paura, è stata l’Europa. Al netto di tutte le considerazioni di stampo dietrologico del caso, che in certi casi hanno sempre una validità anche se spesso non suffragate dai fatti concreti, bisogna innanzitutto dire che questa è una sconfitta sul piano politico dell’Europa della sicurezza, una sicurezza naturale e strutturata nei moderni regimi democratici, impiantata si sa, ormai è certo, sull’adesione ai moderni stati.
Parlare oggi di integrazione, tolleranza, rispetto, solidarietà comune sembra un’eresia, in special modo per quei soggetti politici che utilizzano argomenti topici nella disputa elettorale, cercando di trarre il massimo vantaggio, nei consensi, proprio da questi nefasti eventi, senza minimamente utilizzare non dico nemmeno il rispetto per le vittime, ma la lungimiranza dell’offerta delle loro politiche che spesso si limitano a risposte preconfezionate, tra una tornata elettorale ed un’altra.
Inutile anche continuare a dire che tutto quello che è successo, è semplicemente il prodotto delle politiche scellerate in Medio Oriente da parte dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa insomma, perchè a quanto pare il senso comune si sofferma maggiormente, troppo, sulle conseguenze, senza mai cercar di risalire alle cause di un evento. Non è un caso isolato.
Prendiamo per esempio il problema dell’immigrazione, che dal punto di vista mediatico sembra attanagliare profondamente ogni stato occidentale, con numeri che superano di gran lunga la capacità del pensiero umano. Mi dispiace deludervi ma non è così, basta leggere in rete i vari documenti ufficiali, riguardo agli sbarchi, per capire che i numeri sono del tutto irrisori, in special modo nei confronti di chi continua con la tiritera della presunta invasione. Proprio per evidenziare questo paragone basterebbe sempre, e nell’era moderna digitale non è poi così complicato, rivolgersi alla rete, così da capire che questo flusso migratorio “anomalo” ha delle ragioni molto più complesse di quelle cavalcate dai paladini della ripulsa etnica del momento. Le ragioni sono innanzitutto da ricercare nell’instabilità dei governi dei paesi di orgine dei fuggiaschi, poi procedere a ritroso e far riferimento ai danni provocati dall’Europa democratica, che da una parte imbracciava il fucile cercando di inculcare i principi della civiltà e dall’altra arraffava le risorse, tantissime, cercando di trasformarle in profitto.
Una volta ricercata l’orgine di questi fenomeni (come per tutti gli altri fenomeni), è possibile, a mio avviso poter comprendere meglio ed analizzare le conseguenze, cioè quello che oggi vediamo noi.
Stessa cosa vale per i tragici eventi accaduti a Parigi.
Inutile parlare dell’efferatezza dei crimini perpetrati a vittime innocenti, dato che sono sotto gli occhi di tutti, se non andiamo a ricercare le ragioni (non la ragione, è differente) dell’esistenza dell’ISIS. Probabilmente potrei dire tante altre cose, basti pensare al continuo finanziamento, in armi, risorse, trasporti, dell’Europa civilissima, ma ancor di più degli Stati Uniti, a quella che prima era la minaccia del momento, Al Qaeda, per poi passare il testimone del terrore all’ISIS attuale, che altro non è un’accozzaglia di gruppi estremisti, di chiaro stampo islamico, che “come per magia” si unisce nella lotta agli infedeli, cioè noi europei.
Dato che io non scrivo mai cose che potrebbero essere false o di dubbia provenienza, e dato che non cerco in chi mi legge solidarietà ideologica, sulla base delle mie idee che continuerò a ripetere, si basano sui fatti evidenti, partendo sempre dall’unica domanda che bisognerebbe adottare ogni qual volta si analizza un fenomeno, cioè la ragione dell’origine di ogni fenomeno, vi inizio ad uno dei libri che a mio avviso descrive completamente, nonostante sia stato scritto nel lontano 1961, la struttura ideologica, territoriale e valoriale su cui si è formata l’Europa in cui noi oggi viviamo (e quindi le conseguenze delle sue azioni con cui ancora oggi stiamo convivendo). Guardare al passato serve per comprendere meglio i fenomeni attuali, svestirsi del passato significa guardare al mondo moderno senza riuscire a comprendere il perchè noi oggi viviamo in questa parte del mondo, il perchè adesso, cioè in questo momento ed il perchè così, cioè in questo modo.
 
Era il lontano 1961, e tra le pagine di uno dei libri più importanti sul lungo e tortuoso processo di Decolonizzazione, Jean Paul Sartre tuonava il suo monito all’Europa. Nei Dannati della Terra, un’opera di Frantz Fanon, la recensione di Sartre, e l’opera completa, risultano essere ancora oggi profondamente attuali.
Per anni ed anni l’Europa si è sentita come il centro dell’universo umano di produzione ontologica, ributtando l’idea dell’esistenza “dell’Altro” culturale, non a caso diceva Sartre, «(l’Europa, n.d.a) non la finisce di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo», da allora cosa è cambiato? Nulla.
Proprio per questo motivo parlare ancora di “Colonizzazione” e “Decolonizzazione” non è anacronistico.
Innanzitutto perchè parlarne non significa solo limitarsi all’esperienza della conquista territoriale da una parte e della rivalsa dei subalterni indigeni dall’altra, ma è importante parlare soprattutto per il processo ontologico che si crea in questi due fenomeni profondamente umani. Il processo culturale è profondamente radicato nella sola concettualizzazione di questi due fenomeni umani.
La stessa identica cosa è accaduta in Medio Oriente, il Medio Oriente che oggi ci fa tanto paura e che probabilmente, me compreso, conosciamo più per gli aspetti negativi relativi alle immagini di derivazione mediatica, o perchè una volta incontrato quel Medio Oriente sul nostro territorio attuiamo un confronto rispetto alla nostra idea di democrazia, senza mai comprendere che stiamo parlando di due prodotti storicamente culturali, e sul piano dell’esperienza, diametralmente opposti.
Per Sartre allora l’Europa era “fottuta”, ed era il 1961.
Da allora cosa è cambiato?
Nulla, perchè l’Europa continua ad essere fottuta.

 

 

 

 

Cibal


“Sui monti di pietra può nascere un fiore”

                                              

 

Sembrerebbe strano, tornare a scrivere ogni qual volta ho l’esigenza di esprimere determinati pensieri e non riuscire a farlo sempre, senza aspettare particolari situazioni in cui chiudo il mondo fuori e lascio che le mie mani scavino oltre il mio corpo. Eppure è proprio così che vanno le cose.
Scrivere non è difficile, ma nemmeno semplice, e quando ti trovi in determinati momenti della tua vita, tutto risulta più semplice sul piano della fantasia, sul piano della libertà creativa, un’incoerenza divina: tu soffri, emotivamente parlando, e riesci a dare il meglio di te.
Non ho mai amato parlare di me, anzi, qualche volta è capitato ma l’ho trovato sempre complicato.
In genere raccontare aneddoti, situazioni particolari ad una pletora mai sazia di particolari, mi ha messo sempre a disagio, come se non fossi mai stato capace di parlare di me in terza persona, come se non fossi mai riuscito a disegnare per gli altri la mia immagine, la mia descrizione minuziosa. Nel tentativo disperato di dare forma ai miei pensieri e tracciare così profondi i miei confini, mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di concepire i miei limiti umani e davo mandato alla mia mente di superare la mia finitezza, e vi posso assicurare che ci sono sempre riuscito, a volte rasentando il mondo dei folli, partendo dalla sicurezza di una vita terrena fragile e molto spesso senza valori o fini. Così invece di trovare un modo per descrivermi, ho cercato in tutti i modi di descrivere il mondo in cui ero immerso e soprattutto il mondo che portavo dentro di me.
Ho raccontato le contraddizioni di un mondo che perdeva ogni volta la propria anima, svendendola per pochi spiccioli, ho descritto un mondo che correva veloce, troppo, lasciando indietro la maggior parte degli individui, vittime sacrificali della corsa al profitto; ho cercato in tutti i modi di essere uno dei pochi tra i tanti, un pubblico banditore che sperava di destare i dormienti in questa vita che lascia poco spazio all’immaginazione.
A volte ci sono riuscito, e tenevo per me un piccolo spazio per la soddisfazione personale, un gradino in più verso un orgoglio personale che stentava ad emergere, ma troppe volte ho fallito miseramente.
Ho fallito perchè ho sempre dato estrema fiducia all’equazione lacerante che mi portava a pensare che tutti in fondo hanno un lato buono nel proprio essere, una sorta di schema ontologico comune, tale per cui tutti i miei tentativi di descrivere un mondo pieno di difetti servissero a smuovere le coscienze di chi mi avrebbe letto, ed avrebbe letto tra le pagine bianche magari quell’inferno che aveva sempre temuto. L’inferno c’è sempre stato, in me e nel mondo che ho sempre descritto.
È passato davvero molto tempo, forse troppo, dalle ultime parole dato in pasto alla rete in questo blog e tornare nuovamente a pubblicare è una liberazione, una sensazione unica che mi fa lasciare alle spalle tutti i giorni contraddistinti da una pigrizia coatta, alimentata dalla profonda consapevolezza di non poter cambiare il mondo attraverso le parole. Mi sono rivisto troppe volte nelle immagini dell’intolleranza, della discriminazione, sentendo addosso il peso di quei vestiti sudici di razzismo, con il tentativo ancora più vile di ammantarli dell’ideologia della sopravvivenza, e non mi sono trovato a mio agio esclamando “Io so di non essere come loro”, pur stando fermo a crogiolarmi nella mia inerzia. Sono tornato perchè le parole, quelle che scrivo, quelle che penso, sono più forti e più resistenti di ogni vigliacca discriminazione, che nasce sempre da quell’incoerente sentimento di superiorità.
Dovevo comprenderlo, l’ho fatto. Ora sono qui.

 

 

Cibal


In ricordo di Pino Daniele (05-01-2015)

Pino Daniele

 

 

Racconto di Rosario dello Iacovo (Qui la sua Pagina Facebook)

 

 

 

Una delle prime volte che sentii una tua canzone, era il 1979.

Le note di Je so’ pazzo accompagnavano un servizio della Rai su Napoli e il ritornello arrivò dopo una curva, oltre la quale c’era il vecchio casello della tangenziale del Corso Malta.
Sotto, il campo di calcio senza un filo d’erba dei Salesiani, dove io crescevo tirando calci a un pallone. Avevo tredici anni e allora non sapevo, che quel posto sarebbe diventato insieme un angolo di Terzigliano, il luogo immaginario della mia anima.
Il campo ce l’avevo proprio sotto casa.
Lo vedevo dal balcone dell’ultimo piano, insieme al mare, a Capri, alla penisola sorrentina e a quella terra di nessuno, nella quale è ambientato il settimo capitolo della mia biografia dei 99 Posse.
Sì, esatto, era proprio là, dove tanti piccoli Rosario, Vladimir e Bidone si affacciavano alla vita in quella calda estate del 1976.
Il campo poi lo rividi nell’Uomo in più di Sorrentino. Infine non lo vide più nessuno, perché i preti lo vendettero perché ne facessero il nuovo svincolo della tangenziale.

Ogni volta che uscite al Corso Malta, sappiatelo: sotto di voi ci sono le storie evanescenti e i sogni di una generazione di bambini che cresceva in strada. Se invece la prendete in entrata, nel punto in cui il curvone scende al punto più basso, prima di risalire verso il viadotto principale, guardate alla vostra sinistra: sotto i piloni di cemento armato, forse riuscite a sentire ancora le nostra grida.
E magari anche la voce di quel vecchio compagno, che la sera del 20 giugno del 1976 chiedeva a mio padre, se avrebbero finalmente esposto la bandiera rossa.
Ecco, è lì che io sentito per la prima volta Je so’ pazzo. Poi l’ho cantata insieme a mio nipote Yuri, che stamattina mi ha chiamato per darmi la notizia che io già sapevo, e suo cugino Davide, un giorno d’estate che li andai a prendere a Gallipoli, mentre risalivamo la terra dei nostri padri. E loro ridevano sempre, in un altro dei miei racconti. E sì, perché anche per un ragazzino di dodici anni, tu sarai per sempre Pino Daniele. Come Totò, i De Filippo, Nino Taranto, Massimo Troisi, Mario Merola e i troppi altri per ricordarli tutti, tu da oggi veglierai sulle paure, ‘e nu popolo ca cammina sott ‘o muro. Vuless abbraccia’ a frateto Nellino, stammatina. Come nelle interminabili notti del Frame di Via Palladino, con Tommy che urlava e rideva, prima di andarsene per sempre qualche anno fa a Firenze, dopo un trapianto al fegato. Solo come un cane, perché nessuno lo sapeva.
Io non credo nella vita dopo la morte, ma credo nei ricordi. E nella memoria collettiva di questa città, da oggi stat tutt quant assieme: famosi e sconosciuti, buon e malamente, viecchie e guagliun.
Perché in giornate come questa, ognuno di noi si sente più napoletano, uno di quei ragazzini di dieci o settant’anni ca so crisciut cca, addò saje ca nun si sulo.

 

Rosario Dello Iacovo

 

 

 


Quella solidarietà perduta nel tempo

 

In tempi ormai remoti era stato lasciato ad Antonio Gramsci l’ingrato ruolo di carnefice della razza umana. Con uno spiazzante realismo il suo “Odio gli indifferenti” torreggiava imperioso sulla scure di ogni italiano che, con poco senso di coscienza, volgeva il suo sguardo altrove, mentre il regime fascista lentamente si diffondeva non solo nella nostra società ma soprattutto all’interno di ogni animo umano italiano e poi successivamente in quello di gran parte del mondo.
Marx invece dal canto suo, affermava che il processo storico aveva una sua ripetizione naturale, in ogni ciclo quotidiano, che lo portava prima a strutturarsi come una tragedia in cui ogni umana mente veniva messa alla prova ma, come sottolineava Gramsci, si volgeva dall’altra parte, e poi si ripeteva come una farsa proprio perchè quella mente non riusciva nuovamente ad attivare il processo dell’azione, cioè dell’intervento per provare ad evitare il ripetersi di un evento spiacevole a cui già aveva assistito.
E’ passato davvero tanto tempo da quei tempi bui, così difficili e così disperati che avevano permesso l’insorgere di movimenti che erano capaci di instillare il seme dell’odio verso i propri simili in chi, dal canto suo, era anche compiaciuto di condividere uno stesso senso di appartenenza. Erano i tempi dell’insoddisfazione generale che portava a trovare i colpevoli fittizi, capri espiatori costruiti ad hoc per rafforzare l’identità nazionale ed avere così dalla propria parte un ingente consenso.
Siamo sempre stati distratti dalla ricerca incessante dell’essere pericoloso, la ricerca e la caccia all’essere più pericoloso nato sulla terra senza volgere lo sguardo verso quello specchio che in fin dei conti cercava semplicemente di raccontare la realtà dei fatti ma noncuranti del risultato, che non era di nostro gradimento, quello specchio l’abbiamo,per troppo tempo, coperto con un doppio velo.
Il tempo passava e non ci accorgevamo che l’essere più pericoloso cresceva e si sviluppava in noi quando chiudevamo gli occhi dinanzi a quelle orrende scene, quando volgevamo lo sguardo verso l’orizzonte senza guardare prima la spiaggia, quando restavamo in silenzio e con le mani nelle mani senza prendere posizione. E così il tempo passava ed il mondo sotto i nostri piedi cominciava a ridursi in macerie, invisibili ma talvolta visibilissime, e noi continuavamo imperterriti a trovare al di fuori dei nostri corpi ciò che speravamo di trovare, per dare a tutti quelle risposte che in fin dei conti anche noi cercavamo.
Oggi quei tempi, in fin dei conti, non sembrano poi così tanto lontani. Allora mi tornano in mente gli occhi di mio nonno, le sue lacrime ingenue, il suo viso segnato dalle rughe e le mani martoriate da anni di lavori pesanti, che non avevano nemmeno risparmiato quella sua schiena così debole.
Non era mai andato d’accordo con la scuola lui, da piccolo aveva conosciuto solo la fame e la zappa. Crescendo la solfa non era cambiata. Eppure ancora non mi riesco a spiegare tutta quell’umanità dove sia cresciuta e da dove sia nata. In quei suoi occhi ricordo ancora la fatica, che non aveva mai intaccato minimamente quella sua ferrea dignità di lavoratore meridionale dei campi agricoli.
Guadagnava due soldi e mezzo soldo era capace, assieme a mia nonna, di darlo a chi soffriva ancora di più di loro. La stessa storia dell’altro mio nonno, stessa umanità e stessa dignità nel lavorare per anni ed anni, senza mai perdere quella sua sensibilità verso chi nemmeno il lavoro da due soldi aveva e faceva fatica a portare avanti la famiglia.
Ora rivedo il mio presente e quel passato mi sembra davvero tanto lontano. Guardo il mare e lo vedo per la maggior parte del tempo intasato dai corpi di chi viaggia con la speranza di un futuro migliore ed affida i propri sogni e le proprie speranze ad un destino troppo spesso beffardo. Guardo la strada e la vedo occupata da chi la strada non riesce più a trovarla, la strada della felicità è troppo lontana e nessuno ti è accanto per spiegarti come camminare e dove è la prima area di sosta per riposare un po’.
Non trovo più quell’umanità e non so più dove sia andata a finire, ed ancora non mi spiego che senso ha trovare dei colpevoli quando basta guardarsi seriamente dentro per capire che è in noi il problema come anche  la soluzione.
Camminiamo con la testa già volta dall’altra parte perchè conviene, perchè quei due soldi ci fanno sentire più sicuri e non ci accorgiamo che in fondo quella sicurezza è svanita già da tempo, perchè non ha senso appoggiare la testa appagata sul cuscino se dall’altra parte del mondo qualcuno viene al mondo silenziosamente e silenziosamente se ne va, dopo poco tempo, mentre noi entriamo in chiesa e pensiamo che una preghiera possa eliminare la sofferenza dell’altra parte del mondo.
Quella solidarietà, quel senso di cura del prossimo, chiunque esso fosse, oggi stento a ritrovarlo attorno a me, tranne in rari casi e questo mi fa pensare che non tutto è ancora perduto. La strada è dura, è tutta in salita, ma non per questo perdo la speranza di un mondo diverso, che ritorni a parlare delle persone e non di ciò che quelle persone possono produrre, che ritorni a parlare di sofferenza e di solidarietà come non ha ancora fatto e che torni a parlare degli ultimi, dei dimenticati, e che provi a distribuire la possibilità di essere felici a chi non sa nemmeno cosa sia la speranza.

 

Cibal


antea.r

.. tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Senti, mento.

Cambio più umore che mutande.

Lorenzo Manara

Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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NIENTE PANICO

procedete guardinghi perché non conoscete il vero volto delle cose che vi circondano

Seidicente

Possiedo sogni e ragione

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

La notte porta consiglio

“Leggere è niente: il difficile è dimenticare ciò che si è letto” (Ennio Flaiano)

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