Quando la libertà si trasforma in cinismo 

Quindi ricapitolando: se ti fa cacare la vignetta di Charlie Hebdo, perché la consideri, alla stregua delle altre che hanno sempre fatto, di un sarcasmo che valica i limiti della decenza, sei un analfabeta funzionale, sei ignorante, non capisci cosa sia la satira. 

Se invece ti piacesei intelligente, sei per la libertà di espressione totale.

Seriamente: c’è un problema molto più complesso dietro questa volontà di solidarietà che si esplica ogni volta nel Je Suis. 

Lo trovo banale, davvero, dover accettare che il Je Suis, dopo l’attentato subito dalla redazione, diventi una sorta di salvacondotto eterno perché, a mio avviso, la libertà che noi abbiamo si manifesta soprattutto nelle azioni quotidiane all’interno di un contesto fatto di regole sociali e morali che non possono essere evitate per certi versi. 

Parlare di libertà, inserire la libertà in un qualsiasi contesto non significa fare quello che ci passa per la testa oppure dire quel che vogliamo in ogni momento della giornata. Certo c’è una chiara limitazione legale che comporta il non poter fare quello che vogliamo ma, qualora l’azione libera non fosse “bloccata” da una norma, lo stesso non sarebbe un’azione consona in determinati contesti. Non si parla della libertà di vestirsi come si vuole, di amare chi si vuole, di professare la fede che vogliamo ma di quanto le nostre azioni possano, direttamente od indirettamente, danneggiare moralmente chi ci circonda.

Se credo che Dio possa non esistere, non vado in Chiesa a bestemmiare, perché la mia libertà di non credere non si manifesta, o si rafforza, attraverso l’offesa nei confronti di chi, invece, ci crede in quella cosa. La libertà di credere al matrimonio eterosessuale non si manifesta, o si rafforza, nella limitazione dei diritti di quello omosessuale, anzi si indebolisce proprio l’idea di libertà.

Parlare di libertà non significa che tutto quello che passa sotto la categoria della satira debba essere considerato giustificabile perché è satira, non tutto l’humour è divertente perché è humour. C’è una sottile differenza tra cinismo, realtà e la satira

Quella di Charlie Hebdo è una vignetta cinica, in parte reale, poco satirica. È un’accozzaglia di luoghi comuni di cattivo gusto. Dovrebbe far riflettere ma non lo fa, dovrebbe far sorridere ma non lo fa, utilizza una maschera, quella appunto della satira, senza mai toglierla veramente. Il paese dei “maccheroni“, “della mafia“. Dovrebbe far riflettere ed indirizzare, attraverso il riso, verso qualcosa di positivo e sollevare le contraddizioni ma non lo fa. 

Hanno la libertà di dire e di raffigurare quello che vogliono, è un diritto inalienabile, ma allo stesso modo, lascino a noi la libertà di criticarli.


                                                                            Cibal


Il senso invisibile agli occhi…

​I ricordi affollano la mente, mentre la sera scende in silenzio ed un leggero vento solletica la mia pelle timidamente. Solo quando la mia mente è più debole delle altre volte accade. Forse troppo spesso, ma quando accade non ho nessuna paura. Così quando la musica parte ed inonda tutto il mio corpo mi lascio andare, mi lascio travolgere dalla vita appena lasciata alle spalle. Emozioni e sensazioni che credevo di aver dimenticato lentamente riaffiorano, portando con loro i volti, gli odori, le immagini di chi mi ha sempre accompagnato in questo percorso che è la vita. Erano nascosti, sotto chili di nuovi e più freschi ricordi mentre continuavo a cadere in scacco sotto i colpi tenaci dell’abitudine. No, non dimentico. Lo so per certo. Quei sorrisi della presenza che poi magicamente si trasformano in lacrime per l’assenza, di questo siamo fatti noi, che sopravviviamo sotto il peso dei ricordi e sotto il peso di quel futuro che avrà prima o poi una fine. Ci lasciamo sopraffare da quei ricordi per aggrapparci ancora una volta alla vita, sperando che l’abitudine che viviamo ora duri per sempre perché non ci sentiamo pronti ad abbandonarla o ad essere abbandonati. Troppe volte cediamo alla tentazione di vederci come tutti gli altri, di essere negli altri noi stessi per osservarci profondamente come nessuno mai ha potuto fare: guardarci, guardare il nostro corpo con occhi diversi sapendo di poter leggere anche dentro il corpo che abbiamo dinanzi agli occhi, il nostro.

                                                                            

                                                                            Cibal


La cultura del razzismo. La storia di Emmanuel: morto due volte da innocente.

 

 

I tragici eventi di Fermo ci impongono una riflessione profonda che troppo spesso viene rimandata nel nostro paese, nonostante il manifestarsi, sempre più frequente, di eventi della stessa portata tragica.
Entrare nella fattispecie delle indagini, ancora in corso, non è mia intenzione e probabilmente, ogni volta che mi accingo ad analizzare determinate situazioni e fenomeni e successivamente a redigere un articolo su questo mio blog, non è mai stata mia intenzione sostituirmi agli organi competenti.

Credo che ognuno, in relazione a determinate situazioni, a seconda della propria cultura e della propria formazione, sviluppi delle proprie idee, che però a differenza degli studiosi veri e propri si conformano semplicemente come ricostruzioni di senso comune. Molte volte, all’interno delle pagine di questo blog, ho cercato di strutturare determinati articoli con la voglia di manifestare le mie idee, idee che però nascono dalla mia formazione, prettamente caratterizzata dagli studi sulla società e su tutto ciò che è relativo ai fenomeni sociali. Non si tratta di sicumera, nè di manifestazione boriosa delle proprie conoscenze, nè di voler a tutti i costi tracciare una linea di separazione tra chi può parlare e chi no ma semplicemente voglio mettere in atto un’analisi vera e propria dei meccanismi, non direttamente visibili, che si celano dietro ai fenomeni sociali e che non tutti hanno la possibilità di percepire proprio a causa della mancanza degli strumenti adatti all’analisi. È proprio a partire da queste considerazioni che è riconoscibile, nell’opinione pubblica, la strutturazione di una divisione netta, decisa, tra il senso comune e la reale analisi del fenomeno.

Nel momento in cui è avvenuto l’evento tragico a Fermo, che ha visto cadere vittima un giovane rifugiato nigeriano per mano di un italiano, si è creata proprio quella divisione netta.

All’accusa di razzismo si è contrapposta la critica della legittima difesa, all’accusa della moglie, apostrofata “scimmia” in modo vergognoso, è emersa la “super-testimone”, già conosciuta alla cronaca per essere stata protagonista di accuse senza alcun fondo di verità nei confronti di individui di origine asiatica, che cercava di modificare profondamente la narrazione dell’evento.

Il problema, a mio avviso, è sintomatico. C’è un senso generale che vuole contrapporre ad ogni situazione con un esito tragico (che evidentemente non piace, n.d.a.), una controprova per minare la legittimità di un pensiero (relativo alla realtà dei fatti). Una sorta di contro-mito volto a delegittimare in questo caso la vittima, ma che si sarebbe attivato comunque anche se non fosse morto. Cerco di spiegarlo in modo più semplice e sintetico.

Nel momento in cui accade un evento tragico, come quello di Fermo, il senso comune, relativo alla maggioranza degli individui di una comunità che non hanno gli strumenti mentali adatti all’analisi dell’evento in sè, si sforza in modo preoccupante di creare un confronto delle vittime su base gerarchica. Il ragazzo, vittima dell’aggressione, non ha la possibilità di risultare pienamente come vittima, sia da vivo (ed è abbastanza chiaro in questo caso il meccanismo del capro espiatorio) che da morto. Questo accade perchè il senso comune vuole che quel ragazzo (in generale la vittima) sia il carnefice per antonomasia, colpevole di tutti i mali della società, nonostante sia evidente che i mali della società non possono essere opera di un gruppo di persone che arrivano da un’altra comunità. Questo senso comune agisce in modo subdolo, giustifica sempre sè stesso e chi appartiene alla comunità orginaria. Accade, quindi, che all’evento tragico, con protagonista un soggetto appartenente alla comunità originaria (l’aggressore ed il vero carnefice), si deve, per forza di cose, apporre una giustifica (per l’aggressore ma in generale per l’intera comunità), inserendo un confronto con un soggetto che non c’entra nulla con l’evento menzionato, non c’entra nulla con la vittima (per esempio l’uccisione di italiani da parte di altri stranieri, n.d.a.) ma serve semplicemente a delegittimare l’evento in sè, per purificare essenzialmente l’assassino che appartiene alla comunità originaria, e quindi di rimando la stessa comunità sarà purificata dalle accusa e dalla colpevolezza.

Gli episodi di violenza che si menzionano sono differenti ma ovviamente per chi non sa distinguerli diventano tutti uguali, soprattutto se i protagonisti hanno tutti la stessa “colpa”: essere stranieri. Così accade che una rapina da parte di uno straniero diventi la giustifica per una violenza perpetrata da un italiano nei confronti di uno straniero, quello straniero protagonista della rapina è uguale allo straniero vittima di quella violenza, solo perchè è straniero è di conseguenza colpevole di quella rapina, anche se profondamente innocente. Nel momento in cui a commettere quella violenza è un individuo appartenente alla comunità orginaria, il meccanismo non riesce ad attivarsi, tranne le volte in cui la gerarchia del reato è interna alla comunità, per esempio se il delinquente in questione è del sud (accade sovente l’attivazione di questo meccanismo mentale), mentre il meccanismo si annulla se il soggetto del sud è protagonista in negativo con uno straniero, profondamente estraneo a tutta la comunità.

L’accusa di razzismo che muovo, nell’evento tragico di Fermo, è giustificata dalla pratica, comune tra l’altro in certi ambienti, di voler gerarchizzare il genere umano sulla base dell’appartenenza della vittima alla comunità. Chiamare una persona di colore “scimmia” è razzismo, come chiamare un omosessuale “frocio/ricchione”, come chiamare in modo dispregiativo una persona diversamente abile “down”.

Il razzismo non è una caratteristica innata negli esseri umani. Alla nascita non si è razzisti, si è razzisti se immersi in una cultura che fa del razzismo la sua arma. La nostra società, italiana, è fondata soprattutto su una religione che più di tutte può, culturalmente, aiutare ad eliminare il macigno culturale del razzismo che ammanta, in lungo ed in largo, quasi tutto il nostro paese. Nonostante io non sia un religioso, un credente, non è poi così difficile comprendere che la religione cattolica è la religione degli ultimi, o per meglio dire dell’ultimo. Gesù era ultimo tra i primi. Secondo i racconti, non faceva proseliti perchè prometteva ma faceva proseliti perchè le persone credevano in lui. La cultura della maggioranza lo condannò, lo condannò per purificare sè stessa.

<<non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione>> (cit.)
Oggi la situazione non è poi così diversa. Tutti “gli altri” sono uguali, tutti colpevoli, nonostante l’Italia sia una nazione in crisi per colpe poco riconducibili “all’Altro” ma a causa di chi evidentemente non è stato nemmeno sfiorato dalla crisi. La paura del “diverso” nasce dalla paura della completa distruzione della “nazione”, non in senso materiale ma nel senso identitario del termine. La cosa preoccupante è che nonostante le affermazioni chiaramente razziste dell’assassino (nonostante si professi non allineato ideologicamente ai partiti di destra, nel video del TG1 reperibile in rete è abbastanza visibile la maglia degli ZeroZetaAlfa, gruppo musicale di destra, band ufficiale di CasaPound), nonostante le affermazioni razziste del fratello dell’assassino, buona parte del paese ha preso subito le distanze dalla vittima e non dall’assassino. Questo perchè l’assassino è italiano, quindi relativo all’identità della nazione mentre la vittima è straniera, quindi relativa alla distruzione dell’identità della nazione.

 

Cibal


L’elogio della parola

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C’era una volta un bambino ed il suo mondo.
Non sapeva far molto ma aveva un potere che negli altri stentava a trovare. Riusciva ad immaginare.
Sognava un mondo diverso da quello che lo circondava e sapeva raccontare.
Spesso pensava di esser diverso, forse troppo, perché non riusciva mai ad abbandonare quella coscienza che come un macigno lo seguiva ogni volta, ad ogni passo. Ogni volta si addormentava nella speranza di svegliarsi finalmente guarito, come se quella fosse una malattia che non avesse una cura. Le lacrime incorniciavano i suoi sogni da quando quel giorno piovoso come tanti il suo respiro cominciò ad andare più veloce. Quei respiri affannosi scandivano un secondo orologio, sorpassavano i suoi ricordi che lenti restavano indietro. Nulla poteva, se non stringere le mani in pugni chiusi troppe volte ed andare avanti. Dipingeva la sua realtà mentre ogni sorriso abbandonava il suo dolce profilo.
Non aveva mai trovato un senso ai suoi pensieri, né tantomeno aveva mai provato l’ebbrezza di essere come tutti.

Aveva amato e tanto ma non riusciva più a provare emozioni, ancorando i suoi sentimenti a volti e corpi già dipinti da altri prima di lui. La vita scorreva troppo veloce, portando il mondo su una folle corsa, e lui rimaneva lì, a dare ospitalità ai suoi più profondi pensieri sull’esistenza. Risposte che mancavano a domande numerose ed incisive. Il suo corpo interveniva ma lui non lo comprendeva, spesso lo superava e non riusciva a fermarlo, chiedendosi in che modo avesse potuto rallentarlo.
Quel giorno era arrivato, ma lui non era pronto. Il filo su cui camminava spesso gli ricordò che senso avesse il suo respiro, e che la debolezza prima o poi sarebbe svanita. Lesse i suoi vecchi scritti, parole dimenticate nel tempo che gli fecero conoscere chi era e cosa stava facendo. Non era lì per un motivo ma per dare un motivo, un motivo a sé stesso. In quelle parole si riscoprì e nacque un’altra volta, questa volta più vecchio di prima.
Chiuse gli occhi, abbandonando i tristi pensieri al cuscino madido di speranze e sogni di un ieri pieno di paure.
Chi sono io si chiese, guardando nel buio dei suoi occhi, ed il vento rispose bussando alla finestra chiusa male. Quel vento feroce gli portò teneramente un foglio tra tanti.
Aprì gli occhi e lesse una sua frase che copriva tutto lo spazio bianco: “Non sei tu. Sei solo il sogno del tuo ieri che si trasforma. Non sei tu. Sei la voce del piano che cambia note. Sei tu. Non sei la malattia ma la cura. Sei il foglio che stai leggendo. Pensiero sparso da una matita.
Abbracciati, abbracciami.”
Pianse ed assaggiò ogni volta una parte di sé che lo abbandonava. Forse per sempre, forse mai.

 

                                                     Cibal


L’Europa ed i “Dannati della Terra”, oggi come ieri: La “loro” violenza, è la nostra, rivoltata!

 

Si sono scritte davvero tante cose in questi giorni, e probabilmente se ne è parlato ancora di più, riguardo alle spiacevoli e tragiche vicende che hanno visto come vittima l’Europa dei popoli, ed in particolar modo la Francia. Inutile dilungarsi nella descrizione minuziosa degli eventi, dato il bombardamento mediatico, come è giusto che sia riguardo a queste vicende, a cui siamo stati sottoposti. Al di là delle considerazioni criminologiche della situazione, relative all’efferatezza dei crimini commessi, mi preme evidenziare quanto siano stati determinanti tali eventi tragici nell’immaginario collettivo, civile soprattutto, quasi da poter tranquillamente effettuare un paragone, forse forzato ma non troppo, con le vicende del 2001, sempre di matrice terroristica, che colpirono al cuore gli Stati Uniti. Questa volta ed essere colpita profondamente nel cuore e nell’animo, in relazione soprattutto al sentimento di paura, è stata l’Europa. Al netto di tutte le considerazioni di stampo dietrologico del caso, che in certi casi hanno sempre una validità anche se spesso non suffragate dai fatti concreti, bisogna innanzitutto dire che questa è una sconfitta sul piano politico dell’Europa della sicurezza, una sicurezza naturale e strutturata nei moderni regimi democratici, impiantata si sa, ormai è certo, sull’adesione ai moderni stati.
Parlare oggi di integrazione, tolleranza, rispetto, solidarietà comune sembra un’eresia, in special modo per quei soggetti politici che utilizzano argomenti topici nella disputa elettorale, cercando di trarre il massimo vantaggio, nei consensi, proprio da questi nefasti eventi, senza minimamente utilizzare non dico nemmeno il rispetto per le vittime, ma la lungimiranza dell’offerta delle loro politiche che spesso si limitano a risposte preconfezionate, tra una tornata elettorale ed un’altra.
Inutile anche continuare a dire che tutto quello che è successo, è semplicemente il prodotto delle politiche scellerate in Medio Oriente da parte dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa insomma, perchè a quanto pare il senso comune si sofferma maggiormente, troppo, sulle conseguenze, senza mai cercar di risalire alle cause di un evento. Non è un caso isolato.
Prendiamo per esempio il problema dell’immigrazione, che dal punto di vista mediatico sembra attanagliare profondamente ogni stato occidentale, con numeri che superano di gran lunga la capacità del pensiero umano. Mi dispiace deludervi ma non è così, basta leggere in rete i vari documenti ufficiali, riguardo agli sbarchi, per capire che i numeri sono del tutto irrisori, in special modo nei confronti di chi continua con la tiritera della presunta invasione. Proprio per evidenziare questo paragone basterebbe sempre, e nell’era moderna digitale non è poi così complicato, rivolgersi alla rete, così da capire che questo flusso migratorio “anomalo” ha delle ragioni molto più complesse di quelle cavalcate dai paladini della ripulsa etnica del momento. Le ragioni sono innanzitutto da ricercare nell’instabilità dei governi dei paesi di orgine dei fuggiaschi, poi procedere a ritroso e far riferimento ai danni provocati dall’Europa democratica, che da una parte imbracciava il fucile cercando di inculcare i principi della civiltà e dall’altra arraffava le risorse, tantissime, cercando di trasformarle in profitto.
Una volta ricercata l’orgine di questi fenomeni (come per tutti gli altri fenomeni), è possibile, a mio avviso poter comprendere meglio ed analizzare le conseguenze, cioè quello che oggi vediamo noi.
Stessa cosa vale per i tragici eventi accaduti a Parigi.
Inutile parlare dell’efferatezza dei crimini perpetrati a vittime innocenti, dato che sono sotto gli occhi di tutti, se non andiamo a ricercare le ragioni (non la ragione, è differente) dell’esistenza dell’ISIS. Probabilmente potrei dire tante altre cose, basti pensare al continuo finanziamento, in armi, risorse, trasporti, dell’Europa civilissima, ma ancor di più degli Stati Uniti, a quella che prima era la minaccia del momento, Al Qaeda, per poi passare il testimone del terrore all’ISIS attuale, che altro non è un’accozzaglia di gruppi estremisti, di chiaro stampo islamico, che “come per magia” si unisce nella lotta agli infedeli, cioè noi europei.
Dato che io non scrivo mai cose che potrebbero essere false o di dubbia provenienza, e dato che non cerco in chi mi legge solidarietà ideologica, sulla base delle mie idee che continuerò a ripetere, si basano sui fatti evidenti, partendo sempre dall’unica domanda che bisognerebbe adottare ogni qual volta si analizza un fenomeno, cioè la ragione dell’origine di ogni fenomeno, vi inizio ad uno dei libri che a mio avviso descrive completamente, nonostante sia stato scritto nel lontano 1961, la struttura ideologica, territoriale e valoriale su cui si è formata l’Europa in cui noi oggi viviamo (e quindi le conseguenze delle sue azioni con cui ancora oggi stiamo convivendo). Guardare al passato serve per comprendere meglio i fenomeni attuali, svestirsi del passato significa guardare al mondo moderno senza riuscire a comprendere il perchè noi oggi viviamo in questa parte del mondo, il perchè adesso, cioè in questo momento ed il perchè così, cioè in questo modo.
 
Era il lontano 1961, e tra le pagine di uno dei libri più importanti sul lungo e tortuoso processo di Decolonizzazione, Jean Paul Sartre tuonava il suo monito all’Europa. Nei Dannati della Terra, un’opera di Frantz Fanon, la recensione di Sartre, e l’opera completa, risultano essere ancora oggi profondamente attuali.
Per anni ed anni l’Europa si è sentita come il centro dell’universo umano di produzione ontologica, ributtando l’idea dell’esistenza “dell’Altro” culturale, non a caso diceva Sartre, «(l’Europa, n.d.a) non la finisce di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo», da allora cosa è cambiato? Nulla.
Proprio per questo motivo parlare ancora di “Colonizzazione” e “Decolonizzazione” non è anacronistico.
Innanzitutto perchè parlarne non significa solo limitarsi all’esperienza della conquista territoriale da una parte e della rivalsa dei subalterni indigeni dall’altra, ma è importante parlare soprattutto per il processo ontologico che si crea in questi due fenomeni profondamente umani. Il processo culturale è profondamente radicato nella sola concettualizzazione di questi due fenomeni umani.
La stessa identica cosa è accaduta in Medio Oriente, il Medio Oriente che oggi ci fa tanto paura e che probabilmente, me compreso, conosciamo più per gli aspetti negativi relativi alle immagini di derivazione mediatica, o perchè una volta incontrato quel Medio Oriente sul nostro territorio attuiamo un confronto rispetto alla nostra idea di democrazia, senza mai comprendere che stiamo parlando di due prodotti storicamente culturali, e sul piano dell’esperienza, diametralmente opposti.
Per Sartre allora l’Europa era “fottuta”, ed era il 1961.
Da allora cosa è cambiato?
Nulla, perchè l’Europa continua ad essere fottuta.

 

 

 

 

Cibal


Noi, contenitori ermetici di anime celate agli occhi indiscreti.

 

Ho sempre pensato il tempo come una cosa difficilmente modificabile.
Negli occhi semplici ed ingenui di un bambino non assume alcuna forma, scorre semplicemente attimo dopo attimo senza una domanda.
Col passare degli anni quel bambino cresce, la semplicità si trasforma guardando la realtà attorno e quell’ingenuità si trasforma in consapevolezza. Guardi il tempo che scorre e pesi gli attimi ogni qual volta li guardi mentre fuggono più velocemente del solito. Il tempo assume la forma dei tuoi respiri, ora più rapidi, ora più lenti e ti accorgi che intorno c’è quel mondo che prima ignoravi. I capelli e quel viso più deciso ti raccontano la storia del tuo passato ma il tempo continua a scorrere e non si ferma. A nulla serve la forza che senti nelle mani perché sai profondamente che il tempo scandito dalle lancette dell’orologio non si può fermare e quindi cerchi di imparare ad usare quel tempo come non hai mai fatto prima. Gli attimi si susseguono secondo dopo secondo e ti accorgi del tempo che è volato senza aver voluto prestargli attenzione ed impari a riempirlo diversamente. La tua vita anche se ti sfugge rimane lì, è sempre stata lì ma tu non te ne sei mai accorto, e ripensi agli attimi ormai andati tra le pagine della tua storia che difficilmente rileggi, ti fermi e la tua mente si blocca ai ricordi, timide immagini di un film vissuto in terza persona.

Incontrerai lungo il tuo cammino molte persone. Alcune rimarranno sempre accanto a te, per abitudine e per amore, altre si allontaneranno facendo giusto un giro più lungo e poi torneranno leggermente diverse, o sarà la tua vita ad essere diversa. Altre invece si allontaneranno per sempre, a volte vittime sacrificali di una vita che nulla perdona, senza nemmeno avere la possibilità di costruire una vita diversa dal passato, il loro.
Tempo fa scrissi quanto la morte di qualcuno che hai accanto, o che senti vicino visceralmente, ti porti ad osservare la vita in modo differente. Quel mondo che ti circonda non è più lo stesso di prima e te ne accorgi profondamente quando guardi tutto ciò che ti circonda senza riuscire minimamente a cambiare il corso degli eventi. Senti scorrere la vita senza riuscire a fermarla per un secondo, ti lasci travolgere da ogni cosa senza riuscire ad arrivare al vero senso delle cose, diventi più cinico per l’esperienza che sai di aver accumulato a fatica. Ti senti una persona diversa, anche se ogni tanto i fantasmi del passato continuano a bussare alla tua mente tu continui a vivere come se non ci fosse un domani.
Pensi che la vita riservi sempre dietro l’angolo un qualcosa di diverso per te ed iniziano a aumentare le domande, i dubbi che ti assillano ogni giorno, dal risveglio alla sera. Quei dubbi ti insegnano che nulla è certo nella vita, che tutte le certezze costruite in anni di duro lavoro e sacrificio introspettivo possono in un attimo essere distrutte così da lasciarti nudo e crudo dinanzi ad un mondo tutto da ricostruire. C’è chi dice che la vita sia semplice, che basti la consapevolezza sul proprio essere a creare un percorso morbido fino alla fine dei nostri giorni, ma anche voi che leggete le mie considerazioni in questo blog, intuite che nulla di morbido possa esistere, soprattutto per noi che cerchiamo profondamente risposte complicate a ciò che altri dicono essere semplice.
Soluzioni a questa vita, piena di domande e con poche, pochissime risposte, non ci sono. L’unica alternativa è vivere con la consapevolezza che ogni cosa che appartiene, oppure no, alla nostra vita, non è una certezza, e le uniche risposte che dovremmo trovare non si trovano poi così distanti dal nostro corpo; basterebbe essenzialmente cercare dentro di noi, tra le profonde pieghe di quella che chiamano anima, quel mondo che ricerchiamo affannosamente lontano dai nostri sensi, come qualcosa che difficilmente potrebbe palesarsi dinanzi ai nostri occhi, senza intuire che è tutto racchiuso in noi, contenitori ermetici di anime celate agli occhi indiscreti.

Cibal


“Sui monti di pietra può nascere un fiore”

                                              

 

Sembrerebbe strano, tornare a scrivere ogni qual volta ho l’esigenza di esprimere determinati pensieri e non riuscire a farlo sempre, senza aspettare particolari situazioni in cui chiudo il mondo fuori e lascio che le mie mani scavino oltre il mio corpo. Eppure è proprio così che vanno le cose.
Scrivere non è difficile, ma nemmeno semplice, e quando ti trovi in determinati momenti della tua vita, tutto risulta più semplice sul piano della fantasia, sul piano della libertà creativa, un’incoerenza divina: tu soffri, emotivamente parlando, e riesci a dare il meglio di te.
Non ho mai amato parlare di me, anzi, qualche volta è capitato ma l’ho trovato sempre complicato.
In genere raccontare aneddoti, situazioni particolari ad una pletora mai sazia di particolari, mi ha messo sempre a disagio, come se non fossi mai stato capace di parlare di me in terza persona, come se non fossi mai riuscito a disegnare per gli altri la mia immagine, la mia descrizione minuziosa. Nel tentativo disperato di dare forma ai miei pensieri e tracciare così profondi i miei confini, mi rendevo conto che non sarei mai stato capace di concepire i miei limiti umani e davo mandato alla mia mente di superare la mia finitezza, e vi posso assicurare che ci sono sempre riuscito, a volte rasentando il mondo dei folli, partendo dalla sicurezza di una vita terrena fragile e molto spesso senza valori o fini. Così invece di trovare un modo per descrivermi, ho cercato in tutti i modi di descrivere il mondo in cui ero immerso e soprattutto il mondo che portavo dentro di me.
Ho raccontato le contraddizioni di un mondo che perdeva ogni volta la propria anima, svendendola per pochi spiccioli, ho descritto un mondo che correva veloce, troppo, lasciando indietro la maggior parte degli individui, vittime sacrificali della corsa al profitto; ho cercato in tutti i modi di essere uno dei pochi tra i tanti, un pubblico banditore che sperava di destare i dormienti in questa vita che lascia poco spazio all’immaginazione.
A volte ci sono riuscito, e tenevo per me un piccolo spazio per la soddisfazione personale, un gradino in più verso un orgoglio personale che stentava ad emergere, ma troppe volte ho fallito miseramente.
Ho fallito perchè ho sempre dato estrema fiducia all’equazione lacerante che mi portava a pensare che tutti in fondo hanno un lato buono nel proprio essere, una sorta di schema ontologico comune, tale per cui tutti i miei tentativi di descrivere un mondo pieno di difetti servissero a smuovere le coscienze di chi mi avrebbe letto, ed avrebbe letto tra le pagine bianche magari quell’inferno che aveva sempre temuto. L’inferno c’è sempre stato, in me e nel mondo che ho sempre descritto.
È passato davvero molto tempo, forse troppo, dalle ultime parole dato in pasto alla rete in questo blog e tornare nuovamente a pubblicare è una liberazione, una sensazione unica che mi fa lasciare alle spalle tutti i giorni contraddistinti da una pigrizia coatta, alimentata dalla profonda consapevolezza di non poter cambiare il mondo attraverso le parole. Mi sono rivisto troppe volte nelle immagini dell’intolleranza, della discriminazione, sentendo addosso il peso di quei vestiti sudici di razzismo, con il tentativo ancora più vile di ammantarli dell’ideologia della sopravvivenza, e non mi sono trovato a mio agio esclamando “Io so di non essere come loro”, pur stando fermo a crogiolarmi nella mia inerzia. Sono tornato perchè le parole, quelle che scrivo, quelle che penso, sono più forti e più resistenti di ogni vigliacca discriminazione, che nasce sempre da quell’incoerente sentimento di superiorità.
Dovevo comprenderlo, l’ho fatto. Ora sono qui.

 

 

Cibal


“Mettiamoci una pietra sopra” ma intanto su Napoli il fango già è stato buttato!

 

Nel linguaggio sportivo si potrebbe dire “if in doubt no flag” per indicare il comportamento dell’assistente dell’arbitro nel momento in cui si trova in una situazione di dubbio circa la posizione di fuorigioco di un giocatore di una squadra di calcio senza dover segnalare, quindi, la posizione di fuorigioco.
Volendo trasportare questa logica comportamentale nel mondo dell’informazione, potrebbe tradursi nella capacità di un giornalista di non pubblicare una notizia se questa è, oggettivamente, pregnante di dubbi.

La stessa situazione è andata in scena domenica pomeriggio allo stadio Tardini, dove uno spettacolo davvero indecoroso ha visto come protagonisti alcuni giocatori del Parma e del Napoli.
Il Parma, com’è noto, vive una situazione abbastanza surreale. Mediaticamente viene dipinta come vittima di uno scenario in cui i dirigenti ed i proprietari hanno lasciato l’intera società in balia dei curatori fallimentari, non avendo mai avuto già dall’inizio del campionato, a quanto pare, i conti in regola nel corrente campionato di calcio, eppure non si è mai nemmeno vista una squadra di calcio letteralmente “salvata” dalla Lega calcio per lo svolgimento delle partite fino alla fine del campionato.

La cronaca della partita la conosciamo ormai tutti.
Un Napoli svogliato e superficiale, come accade spesso in corrispondenza di partite giocate contro squadre che lottano per salvarsi, tenta in tutti i modi di vincere la partita ma non ci riesce. Il risultato quindi al termine della partita è fermo sul due a due, un pareggio che da una parte non cambia la situazione di una retrocessione nella serie cadetta già matematica, e probabilmente il Parma non sarà neanche in grado di iscriversi al prossimo campionato, mentre dall’altra parte questo pareggio rovina, in parte, le ambizioni di una squadra che da troppo tempo rincorre la zona Champions, non riuscendo mai a sfruttare un’occasione così importante.

Terminato il match poi va in scena un’altra partita.

Una partita che telecamere e voci di corridoio cercano di tradurre repentinamente cercando di strutturare come sempre la logica della vittima contro il carnefice.
Mirante artefice di numerose parate spettacolari si avvicina ad Higuain e probabilmente lo stuzzica per i numerosi tentativi dell’attaccante di segnare, prontamente respinti dal portiere di Castellamare di Stabia.
Il nervosismo accumulato per non aver avuto la meglio nei 90 minuti di una squadra fallita economicamente e retrocessa sul campo, fanno scattare la reazione del giocatore del Napoli.

Qui il frenetico lavorio mediatico prende pieno possesso degli eventi
e cominciano a fioccare indagini dal nulla. L’apice del surreale si tocca nel momento in cui arrivano ai microfoni il giocatore del Parma, Raffaele Palladino, e l’allenatore dei ducali, Roberto Donadoni. Si comincia ad accusare, senza far riferimento a nessuno in particolare, la società Napoli per un atteggiamento “schifoso”, definito tale a più riprese dallo stesso allenatore.
Quello che gli emiliani contestano è che il Napoli “si aspettava che il Parma, già retrocessa, regalasse la vittoria”, come indicato in numerose interviste televisive dallo stesso allenatore Donadoni.
Accuse durissime e riportate da ogni emittente televisiva, ponendo in essere un comportamento antisportivo del Napoli. Complice anche il silenzio stampa dei partenopei, la versione dei fatti arriva solo dai tesserati del Parma ed allora rapidamente si struttura una situazione che vede il Napoli come il carnefice dei poveri giocatori emiliani.
Si sprecano parole di indignazione, si sprecano titoli pomposi sui quotidiani sportivi, si sprecano ore televisive volte a designare il Napoli come tutto ciò che non dovrebbe essere il calcio. Napoli viene definita come un’alcova, come spesso accade, di criminali anche in ambito sportivo.
Il Fatto Quotidiano non si ferma solo ad un titolo abbastanza dispregiativoI falliti danno una lezione di etica a chi chiagne, fotte e se ne fotte” ma cavalca l’onda della critica monotematica nei confronti di tutta Napoli, non solo sportiva, con un altro articolo questa volta denigratorio nei confronti del servizio di Alberto Angela in cui si raccontavano le bellezze di Napoli. Il Fatto quindi si sente in dovere di riprendere il servizio per poter dire che Napoli non è solo quello ma è soprattutto quello che ha raccontato Roberto Saviano attraverso le pagine ed i video di Gomorra, come se Napoli necessariamente non potesse essere bella senza esser dall’altra parte dannata.

Nel giro poi di poche ore lo scenario cambia
.

Donadoni rettifica le sue parole, “Non ho mai detto che il Napoli voleva che gli regalassimo la partita” e “Aprire un’inchiesta federale mi sembra esagerato”, cambiando difatti le parole a caldo che probabilmente aveva raccolto dal vento e quindi senza riscontri oggettivi aveva dato in pasto alle televisioni nazionali, facendo sì che tutti potessero buttare fango sulla società partenopea e di rimando anche sulla città.

Allora io mi chiedo semplicemente perché?
Perché quando accade una qualsiasi cosa Napoli deve sempre essere considerata l’emblema del male in assoluto? Perché è così faticoso verificare i fatti prima di dare in pasto all’opinione pubblica ricostruzioni fantasiose che non fanno che alimentare pregiudizi atavici nei confronti di un intero popolo?
E perché le scuse non sono arrivate? Perché questa volta non si sprecano parole di ferma condanna verso le persone che nel giro di 15 ore hanno lanciato pesanti accuse per poi ritrattare tutto?

Comunque vada, in ogni occasione, Napoli viene condannata sempre per i pregiudizi atavici di cui è portatrice sana da centinaia di anni, mentre tutti subito dopo se ne lavano le mani.

 

 

 

Cibal


La musica dell’amore…


 

E poi quel suo bacio sussurrato alle labbra che faceva rumore nel cuore…

 


da Pensieriparole (link)

 

Cibal


Io non ci sto! Cori e striscioni fanno una nazione di fascisti.

Spettacoli come quelli andati in scena all’Olimpico di Roma, nella sfida di campionato tra Roma e Napoli, dovrebbero portare una parte di questo paese a riflettere più di quanto in effetti avviene, sul collegamento, mai forzato, tra il Calcio e la discriminazione, specie nella nostra cara nazione.

Essendo napoletano, qualcuno potrebbe pensare che le mie parole in queste pagine potrebbero essere “di parte” o subire l’influenza di un’appartenenza atavica, non solo ad un popolo ma ad un’identità che scorre nelle vene di chi respira la vita a sud di Roma, oppure ad un sentimento di vittimismo, definito da molti come connaturato al popolo napoletano, ma non è così.

Innanzitutto perché discriminare è un atto diretto che non dovrebbe essere considerato a seconda del contesto, e quindi non settoriale o riducibile, come invece è stato, e difatti continua ad essere, sancito attraverso l’abolizione delle sanzioni comminate alle società per i beceri cori che si levano dalle curve.
La discriminazione, quale che sia, territoriale, razziale, di genere, ha in sé una profonda problematica culturale, che difficilmente si può risolvere attraverso la volontà di differenziare i diversi tipi di discriminazione, come accade, apparentemente senza alcun senso, in Italia.
La problematica principale della discriminazione non è, a mio avviso, tanto riconducibile nell’essenza dell’azione discriminatoria: un coro offensivo, una frase ingiuriosa od altro, ma nella legittimazione di quelle azioni, attraverso il continuo silenzio delle istituzioni preposte al controllo ed alla sanzione delle stesse.
Non è la prima volta che cerco di analizzare fenomeni “tipici” della nostra nazione, spesso costruiti e strutturati all’interno di categorie culturali che dipendono fortemente dal modo in cui “si è fatta la nazione” e che rimarcano profondamente quella cesura irreversibile tra un’Italia del Nord ed un’Italia del Sud, presente ancor prima dell’unità amministrativa, politica e monetaria effettiva.
Questa discriminazione, che ancora oggi viene legittimata istituzionalmente, non nasce per caso e non muore solo all’interno dei contesti sportivi, soprattutto quelli legati al mondo del calcio.

Quello che però è andato in scena ieri sera è stato uno spettacolo ancora più indegno, vile e da codardi.

Essenzialmente per alcuni motivi fondamentali.
Innanzitutto gli striscioni hanno un loro senso nella maggior parte degli autori e soprattutto, cosa più preoccupante, nella mente di chi li ha letti ed ha tratto delle conclusioni errate.
Quindi una parte di questo “belpaese” ha trovato un senso logico, “lucrare su un funerale“, nelle parole di chi, indirettamente, aveva nelle sue intenzioni principali quella di colpire la mamma di Ciro Esposito, vittima innocente di un agguato, per difendere chi ha causato quella morte, un fascista che con quella manifestazione sportiva non c’entrava nulla.
È proprio qui la codardia di una schiera di delinquenti e di tutti quelli che hanno legittimato quel pensiero becero.

Quel “lucrare su un funerale” è un’accusa, innanzitutto, infondata, nella sostanza e nella logica.

Provate a pensare, per un attimo, cosa ha potuto pensare un adolescente allo stadio, cosa ha potuto comprendere un ragazzino davanti al televisore, provate ad immaginare per un secondo la ridondanza di quel messaggio che, non mi stancherò di ripeterlo, ha l’intento di colpire la vittima per santificare il carnefice.

Un messaggio erroneo.

Lucrare è un verbo che rimanda ad una logica di profitto, assente totalmente negli intenti della madre di Ciro Esposito, non a caso i proventi del libro andranno tutti in beneficenza. Non solo.
Mi è capitato in questi giorni di leggere molti commenti alle notizie che riportavano ciò sto cercando di analizzare in questo spazio virtuale, e con profonda sorpresa ho notato una completa adesione al pensiero, espresso da quegli striscioni, della stragrande maggioranza di tifosi, anche tra le fila dei supporter azzurri.
Il pensiero comune delUna mamma piange non scrive“, “Una mamma che perde un figlio si rintana, si chiude, non esprime pubblicamente nulla“, “Una mamma che perde un figlio non sorride“, “Quante altre mamme hanno fatto questo, quello e tutto il resto che ha fatto la signora Leardi“. Esprimendo, quindi, una profonda omertà mafiosa, l’omertà del “Zitta e soffri in silenzio“, “Che speri di ottenere con queste uscite pubbliche“.

È svilente, è davvero raccapricciante dover spiegare il senso delle azioni di quella madre, comprese solo da una parte di questo paese, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, e gran parte delle persone che ancora ha il fiato per criticare, sul problema della violenza in uno sport che dovrebbe diffondere i valori della sana e profonda competizione, basata sul rispetto degli avversari, del rispetto in generale e soprattutto sul problema della giustizia, perché ancora oggi, per quell’assurda morte, un vero colpevole non c’è.
L’unica arma a sua disposizione è il racconto, utilizzare le parole ed il ricordo come arma contro le ingiustizie e contro i vigliacchi, come quelli che hanno esposto quelle lettere, una dopo l’altra, su un lenzuolo bianco, legittimate da una maggioranza vigliacca ed ignorante.
Le stesse parole, da una parte osannate e dall’altra criminalizzate. Le parole degli assassini e quelle delle vittime, su un ring senza esclusioni di colpi, con il pubblico che come sempre si schiera dalla parte sbagliata.

È un problema culturale, più che superficiale, un problema che non abbraccia soltanto il territorio sportivo ma travolge l’intera società, una società che troppo spesso si appoggia su valori condivisi dopati da ideologie senza senso e violente. Raccontare è l’unico strumento per combattere il messaggio mafioso dell’omertà, tacere non è più un obbligo, e dobbiamo urlare a tutti quanto ci fanno ribrezzo quelle persone e le loro parole.

 

Cibal


antea.r

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Scrittore di romanzi con il cassetto pieno.

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